Santiago Posteguillo.

INVICTA LEGIO. Parte 4.

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Titolo originale: Las Legiones Malditas.
Traduzione di: Claudia Acher Marinelli e Adele Ricciotti.
2015 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LIBRO Settimo.
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LA GUERRA IN AFRICA
203 a. C.
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Victaque pugnaci iura sub ense iacent.
[Il diritto soggiace alla spada guerriera.]
OVIDIO, Tristia, 5, 7, 48
[Castra Cornelia...] Id autem est iugum derectum eminems in mare, utraque ex parte praeroptum atque asperum, sed tamen paulo leniore fastigio ab ea parte, quae ad Uticam vergit. Abest derecto itinere ab Utica paulo amplius passus mille. Sed hoc itinere est fons, quo mare succedit longius, lateque is locus restagnat; quem siqui vitare voluerit, VI milium circuitu in oppidum pervenit.
[(Castra Cornelia...) Esso  un giogo a picco, sporgente sul mare; dalle due parti scosceso e dirupato, ma tuttavia con un pendio alquanto dolce dalla parte che volge verso Utica, ed  distante da questa citt in linea d'aria poco pi di un miglio. Ma lungo questa via v' una scaturigine, dove il mare s'insinua assai profondamente e vi ristagna per largo tratto; chi voglia evitare lo stagno, giunge alla citt con un giro di sei miglia.]1
GIULIO CESARE, Bellum Civile, II, 24, 3-4
1. Parole di Giulio Cesare che descrivono il luogo dove Publio Cornelio Scipione si rifugi durante la sua campagna in Africa, da lui visitato perch curioso di sapere come mai l'antico proconsole lo scelse mentre era circondato da due eserciti nemici che lo triplicavano in numero. Dal Bellum Civile, II, 24, 3-4. Traduzione di Raffaele Ciaffi.
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76. CASTRA CORNELIA.
Costa nord dell'Africa, primavera del 203 a.C.

Publio era un uomo coraggioso ma non un folle. Circondato dagli eserciti di Giscone e di Siface aveva deciso di abbandonare l'assedio di Utica e di cercare rifugio con le sue truppe in un luogo dove poter innalzare delle adeguate fortificazioni per passare l'inverno e resistere, se fosse stato necessario, a un assedio da parte del nemico. Cos, riunendo tutte le informazioni degli esploratori romani che aveva distribuito per la regione, ordin alle legioni V e VI di Roma di dirigersi verso una piccola penisola molto vicina alla citt di Utica, ma col vantaggio di essere un promontorio alto, cosa che li avrebbe protetti dagli attacchi provenienti dal mare, e tuttavia mantenendo di lato uno spazio pi basso, che dava luogo a una piccola baia naturale dove ordin di attraccare la flotta. Poi fece fortificare l'istmo con varie palizzate e dispose le truppe lungo di esse per vigilare in caso di attacco imminente da parte del nemico. Confidava nel fatto che rimanendo ritirati avrebbero raffreddato almeno in parte gli animi bollenti dei Cartaginesi e dei Numidi, cos da recuperare un po' di tempo e ideare un piano per uscirne vivi.
Improvvisamente l'idea della vittoria, della sconfitta di Cartagine, costringendo Annibale a tornare dall'Italia, tutto questo, pens Publio con amarezza, tutti questi meravigliosi piani, apparvero solo un sogno irraggiungibile. Adesso dovevano lottare per sopravvivere. E guadagnare altro tempo con il Senato di Roma. Se Massimo avesse scoperto che la situazione era disperata, sicuramente avrebbe fatto in modo che i senatori approvassero la ritirata delle legioni e il loro ritorno in Sicilia. Forse era l'idea pi sensata, ma l'orgoglio di Publio rifiutava di ammetterlo. Doveva fare qualcosa dal momento che Catone sarebbe arrivato presto a Roma, o forse aveva gi inviato messaggi urgenti a Massimo? Fece chiamare Lelio al praetorium.
Netikerty  ancora con te, non  vero? Lelio annu di malavoglia. Bene.  il momento che si renda nuovamente utile. Portala qui.
Passarono solo pochi minuti e Lelio torn alla tenda del generale con la giovane schiava. La ragazza avanz di un paio di passi e si inginocchi ai piedi del proconsole.
Qualcuno  tornato a comunicare con te, qualche agente di Massimo?
La giovane egizia assent un paio di volte senza distogliere lo sguardo da terra.
Dove, come?
Netikerty parl rimanendo con il volto abbassato.
Quando esco con gli altri schiavi del tribuno Lelio per cercare rifornimenti nel quaestorium, talvolta mi si avvicina un uomo che mi dice: Sai qualcosa della guerra?.  il segnale che indica che  un uomo di Massimo. Non  mai lo stesso e fanno ben attenzione a non farsi riconoscere, di solito indossano l'elmo, mio generale.
E sia accett Publio. Allora, in questi giorni ti recherai al quaestorium con frequenza e quando ti interrogheranno dovrai rispondere che lo stato e il morale delle truppe sono alti, che il generale  rispettato e che nessuno degli ufficiali del console nutre dei dubbi riguardo alla missione, che gli uomini sono entusiasti per la vittoria di Saleca e contro la cavalleria di Annone. E dirai che il generale e il tribuno Lelio si dimostrano assai speranzosi per la vittoria finale. Dovrai dire tutto questo. E anche che aspettiamo rinforzi... Qui Publio s'interruppe un istante, ma alla fine si lanci: S, che aspettiamo una gran quantit di rinforzi da Massinissa. Questo devi dire. Inoltre, che Siface esita ad attaccarci e che, sicuramente, finir per scegliere la neutralit. Anche questo.  tutto. Hai capito bene?.
S, mio generale.
Bene, allora puoi andare.
La giovane lasci la tenda e dopo di lei si mosse Lelio. Un istante prima di uscire il tribuno si volt verso il console ma, vedendo che Publio guardava a terra, le labbra strette e l'aria concentrata, pens che fosse meglio non dire nulla.
Passato qualche giorno, Lelio concluse che Publio era stato certamente ascoltato dagli di, poich due albe dopo che il proconsole aveva dettato quel nuovo messaggio a Netikerty, Massinissa apparve alle porte delle nuove fortificazioni dell'accampamento che tutti chiamavano Castra Cornelia, in onore della gens del generale che li comandava. Ma non solo: il re dei Massili era tornato dalla sua incursione non solamente con i cavalieri romani che il console gli aveva ceduto, ma anche con varie migliaia di guerrieri del suo popolo.
La voce si era sparsa per il Nord-Est della Numidia: Massinissa era tornato, era vivo ed era accompagnato dai Romani. Cos, centinaia di Massili si erano uniti alle file del re ribelle per recuperare la libert e fuggire al giogo di Siface.
Ti avevo detto che sarei tornato e mi dispiace di aver ritardato spieg Massinissa davanti a Publio Cornelio Scipione nel praetorium, circondato dagli sguardi attenti di Lelio, Silano, Marcio, Mario, Gaio Valerio, Trebellio e Digizio ma  stato per una buona causa: sono riuscito a riunire varie migliaia di guerrieri massili per servirti meglio.
Publio si alz e avanz verso il giovane re, che tentenn, ma le parole del proconsole, mentre gli poneva una mano sulla spalla, lo tranquillizzarono.
Hai ritardato, ma mi hai portato un intero esercito di cavalleria. Massinissa, re dei Massili, considero i miei ordini compiuti e apprezzo il valore della tua lealt. Mi hai servito bene e mi servirai anche meglio. Lo sento. Non dubitare del fatto che sapr ricompensarti pi di quanto tu possa immaginare.
Massinissa esit, ma poi non seppe trattenersi. Io posso immaginare molto.
Publio sorrise.
Questo va bene. Un re ambizioso. Non ti preoccupare, giovane re. Io sono capace d'immaginare anche di pi. Credimi.
E dopo quelle enigmatiche parole, Publio si conged dal re dei Massili, il quale si ritir pensieroso ma soddisfatto da ci che il proconsole era disposto a fare per lui. Sentiva che il recupero del Nord-Est della Numidia poteva essere vicino, anche se l'enorme esercito di Siface e Giscone riunito a poca distanza dalle fortificazioni romane lo preoccupava.
Dopo quel felice ritorno, che aveva rallegrato un poco le inquiete legioni di Scipione, Lelio cap che anche l'altra parte del messaggio che il proconsole aveva dettato a Netikerty sembrava avverarsi: il re Siface, invece di attaccare, invi degli emissari per negoziare. Siface si presentava in qualit di mediatore tra Cartaginesi e Romani e offriva al proconsole di Roma una tregua per poter trattare e pattuire un'uscita onorevole da quel conflitto. Una negoziazione che, naturalmente, Siface dirigeva a favore degli interessi di Cartagine, data la sua incontrovertibile posizione di forza.
Lelio, come il resto degli ufficiali, comprese perch Publio fece quello che doveva fare date le circostanze: accett di negoziare. I legionari della V e VI condivisero quella decisione con uno strano insieme di sensazioni: da un lato si sentivano feriti nell'orgoglio, dall'altro comprendevano che esisteva la reale possibilit di pattuire una ritirata e cos salvarsi la vita; pur tuttavia, dato che questo avrebbe significato il ritorno a una vita segregata in Sicilia, nessuno vedeva nella cessazione della lotta un'autentica soluzione. Eppure, gli altri li superavano di tre volte in numero. Erano tre nemici contro uno. Non si poteva fare nulla. Anche se il generale avesse avuto un'idea, tutti sapevano, pur mantenendo accesa una piccola fiamma di speranza nei propri animi, che non si poteva fare diversamente: nemmeno un uomo come il proconsole poteva ottenere altro se non un'umiliante ritirata pattuita.
L'inverno era freddo e il vento aumentava in cima a quella piccola penisola. L'umidit del mare circondava le rocce delle scogliere e le navi erano state bloccate con catene e grosse gomene. Il vento gelido filtrava da ogni spiraglio delle tende e i pasti, anche se ancora abbondanti, cominciarono a essere razionati. Nel frattempo, gli emissari di Siface visitarono l'accampamento romano stabilendo le condizioni di pace mentre Publio inviava messaggeri capeggiati da Mario e Gaio Lelio per rispondere alle proposte del re di Numidia con la possibilit di un accordo che il proconsole e i suoi tribuni tentarono di modificare in alcune clausole rispetto al progetto iniziale.
Siface si era impegnato a permettere ai Romani di imbarcarsi sulle loro navi e ritirarsi indisturbati; in cambio, esigeva che gli venisse consegnato Massinissa insieme alla sua cavalleria. Publio replic che prima il re di Numidia doveva firmare un patto di non aggressione con Roma e impegnarsi a non aiutare Cartagine nella sua guerra fuori dall'Africa. Siface non cedette e ribad di accettare, per l'ultima volta, la ritirata delle truppe romane a condizione che il proconsole abbandonasse i quattromila cavalieri massili alla loro sorte, i quali, dopo la partenza delle legioni V e VI, sarebbero rimasti circondati dai centomila guerrieri di Siface e Giscone. Gli ultimi emissari insistettero sul fatto che Siface si stava dimostrando alquanto generoso e imparziale, dal momento che sua moglie Sofonisba, figlia di Giscone, cos come suo suocero, continuavano a pretendere che li attaccasse senz'altro indugio e che, se non lo aveva ancora fatto, era per rispondere con garbo al coraggio che il proconsole aveva dimostrato in passato recandosi a Siga; inoltre gli ricordarono che era gi stato avvertito in varie occasioni, mentre risiedeva a Siracusa, di non sbarcare in Africa.
Publio, seduto sulla sua cathedra, rifletteva in silenzio. Intorno a lui si erano radunati tutti i suoi tribuni e i centurioni di fiducia. Gaio Lelio guardava a terra, Marcio e Silano stringevano i denti, Mario si passava una mano dietro la testa, Trebellio e Digizio aggrottavano la fronte, Gaio Valerio, come i dodici lictores che vegliavano per la sicurezza del proconsole, osservavano con attenzione Massinissa, e quest'ultimo, a bocca aperta, non poteva credere che il console stesse considerando seriamente di partire e abbandonarli al loro destino, quindi alla morte certa dopo essersi ribellati ancora una volta a Siface. Gli emissari del re di Numidia, a loro volta, apparivano inquieti, guardavano il proconsole e poi Massinissa. Avevano fretta, ma non osavano pronunciarsi. Publio Cornelio Scipione alz la mano destra e con il gesto ottenne l'immediata attenzione di tutti i presenti dentro la tenda.
Potete dire al re Siface... cominci, esitando un momento e fissando Massinissa negli occhi potete dire che accetto le sue condizioni e che entro qualche giorno, al massimo qualche settimana, appena ci sar una giornata di bel tempo che ci permetta di organizzare tutto convenientemente e poter avere una navigazione sicura, partiremo di ritorno verso la Sicilia.
La maggioranza dei tribuni e dei centurioni scosse la testa ma senza permettersi di contraddire la decisione del console. Gaio Lelio guard Publio con la fronte corrugata, inquisitiva. Massinissa cominci a urlare.
Sei un traditore! Publio Cornelio Scipione tradisce coloro che lo hanno servito meglio! Ho lottato per te, ho ucciso per te e ho condotto qui un intero corpo di cavalleria per te, e ora tu mi abbandoni di fronte al peggiore dei miei nemici! Sei un miserabile, un miserabile! E port la mano alla spada, ma prima che il pugno del re esiliato dei Massili potesse stringere l'impugnatura la mano ferma di Gaio Lelio lo blocc. In un secondo, Massinissa fu circondato e trattenuto dai lictores.
Publio si alz dalla poltrona e grid violentemente: Taci, re dei Massili! Taci! A nessuno  permesso gridare dentro il mio praetorium tranne che a me e, per tutti gli di, che nessuno osi chiamarmi traditore senza pagarla cara!.
Massinissa, disarmato, bloccato per braccia e gambe, tacque, ma la rabbia e l'odio continuavano a scorrere nelle sue vene mentre inspirava intensamente. Gli emissari di Siface guardavano il giovane re ribelle sorridendo come iene che sbavano, divertendosi con quella che sanno essere la prossima preda gi ferita a morte. Il pi anziano rispose a Publio, conciso.
Il proconsole di Roma ha scelto saggiamente. Informer il mio re e i Cartaginesi di tale decisione.
Publio sollev un braccio e gli ufficiali aprirono un passaggio per far uscire gli emissari dal praetorium. Quando se ne furono andati, si avvicin all'immobilizzato Massinissa.
Lasciatelo!
Valerio e i lictores liberarono la presa pur prestando la massima attenzione a qualunque movimento del re massile.
Publio si rivolse a lui con voce serena e tranquilla.
Adesso fammi il favore di ascoltare attentamente e in silenzio e non osare insultarmi ancora fino a quando non avr terminato di esporti quale sar la nostra prossima mossa,  chiaro?
Massinissa mantenne il silenzio forzato di chi si trattiene per non ricominciare a gridare.
Ti-ho-fat-to-u-na-do-man-da pronunci il console sillaba per sillaba.
S, ho sentito, ho sentito...! rispose rabbioso Massinissa sputando in faccia al proconsole.
Valerio stava per colpire il giovane re dei Massili, ma Publio alz il braccio sinistro e il primus pilus della V legione si ferm.
Bene, questo  quello che volevo sentire rispose Publio Cornelio Scipione ripulendosi dalla saliva di Massinissa con il dorso della mano. Si volt allora verso i suoi ufficiali e riprese a parlare con la stessa serenit con cui aveva sempre spiegato un piano d'azione. Attaccheremo e lo faremo molto, molto presto e... si rivolse a Massinissa ...attaccheremo tutti insieme. Avevo pensato che fosse meglio non farlo sapere agli emissari di Siface, soprattutto perch  nell'elemento sorpresa che risiede la nostra unica possibilit di vittoria.
Massinissa lo guard con gli occhi sempre pi spalancati e, facendogli una domanda ovvia, disse: Allora... non mi consegnerai?.
Il console sollev la mano destra per zittirlo e continu a spiegare il piano d'attacco, girando su se stesso, guardando i tribuni e i centurioni uno a uno.
Loro sono di pi. Tra i Cartaginesi e i Numidi fedeli a Siface sono quasi centomila uomini. Noi, contando i rinforzi di Massinissa, le legioni V e VI, i volontari dell'Hispania, la cavalleria reclutata in Sicilia e le truppe ausiliarie delle legioni, non arriviamo a trentacinquemila uomini. Inoltre, adesso sono loro in vantaggio, ma se ho perso tutto questo tempo a negoziare non  stato per poter scappare, ma per permettere a Mario e Gaio Valerio di entrare negli accampamenti nemici per trasmettere le nostre risposte. Ho infatti chiesto a Mario e a Valerio di registrare mentalmente tutto quello che vedevano durante le loro missioni di negoziazione: come sono armati, in quale stato si trovano le truppe, qual  il loro morale, come sono organizzati gli accampamenti nemici... Ebbene, questo  quello che abbiamo scoperto.
Publio si diresse al tavolo delle mappe e tutti si radunarono intorno, incluso un Massinissa un po' pi tranquillo anche se ancora diffidente. Il proconsole continu la spiegazione indicando una mappa su cui aveva disegnato gli accampamenti nemici.
Hanno costituito due accampamenti molto diversi. Da un lato c' Giscone con il suo esercito cartaginese, in un accampamento abbastanza fortificato e pi o meno organizzato, ma comunque attaccabile.  talmente sicuro della propria forza militare che non si  preoccupato di proteggersi da un possibile attacco. Tuttavia, quello di Siface  ancora pi vulnerabile: l'accampamento numida  completamente disorganizzato, centinaia di tende per lo pi montate con legno, fogliame e rami secchi che bruceranno come olio bollente non appena appiccheremo una fiamma.
Publio termin l'esposizione e, soddisfatto, distolse gli occhi dal tavolo e guard i suoi ufficiali. Lelio annuiva lentamente. Da quando si era scoperto il tradimento di Netikerty, era sempre assorto nei suoi pensieri, ma era anche molto pi disponibile ad accettare qualunque piano di Publio. Il resto degli uomini sembrava invece nutrire dei dubbi. Fu Silano il primo a esternare la propria preoccupazione.
Ma non ci vedranno avvicinarci?  impossibile riuscire a sorprenderli.
No, non  cos, rispose Publio con determinazione esiste invece la possibilit di sorprenderli ed  ci che faremo. Li sorprenderemo perch attaccheremo di notte. Questa stessa notte.
Una battaglia notturna? replic Valerio confuso, incredulo, incerto.
In questo modo Annibale riusc a fuggire dall'assedio di Fabio Massimo a Casilinum spieg Publio ricordando a tutti il magnifico stratagemma del generale cartaginese in Italia, quando era in evidente inferiorit numerica e accerchiato dalle legioni al comando del princeps senatus. Attacc di notte e noi faremo lo stesso.
Publio not che i suoi uomini ancora dubitavano, ma allo stesso tempo cominciavano a sentirsi attratti da un'idea che allontanava da loro il fantasma di un'umiliante fuga. Continu a esporre il piano.
Io, con la V legione e la cavalleria romana attaccher l'accampamento meglio organizzato, quello di Giscone, mentre Lelio, con la VI legione, appoggiato dalla cavalleria dei Massili... e qui guard Massinissa, che questa volta assent senza fiatare ...attaccher Siface. No, non ti tradir, tutto il contrario, quello che far  servirti su un piatto d'argento la possibilit di distruggere con le tue mani e grazie al nostro appoggio il tuo peggior nemico, colui che ti ha strappato la tua terra, che ha ucciso i tuoi uomini condannandoti all'esilio perpetuo e colui che voleva comprarmi sperando che ti vendessi come uno schiavo. Massinissa, ti sto dando la possibilit di apparire nella notte e distruggere l'accampamento di Siface appoggiato da tutti i miei uomini. Siface mi ha tradito, mentre tu mi hai dimostrato lealt. Se Siface fosse stato fedele al suo patto, alla fine di questa guerra sarei stato d'accordo col cedere il Nord-Est della Numidia a te, ma lasciando il resto del Paese sotto il suo potere; ci sarebbe accaduto se si fosse mantenuto neutrale, ma ora  cambiato tutto. Credo, giovane Massinissa, che sia arrivato il momento di un nuovo re per l'intera Numidia. Massinissa spalanc gli occhi e corrug la fronte; Publio assent per rinforzare il significato della sue parole. Ti avevo detto che potevo immaginare anche pi di te, Massinissa, re dei Massili e ben presto re di tutta la Numidia.
Tribuni e centurioni guardavano con infinita ammirazione il loro generale d'armata. Quel proconsole, circondato da un esercito che li triplicava in numero, stava nominando re chi non lo era e dava per morto chi invece era vivo, organizzava una battaglia notturna e trasmetteva a tutti la sensazione che la realt non fosse quella che loro credevano, ma che invece sarebbe presto diventata quella che lui aveva deciso che fosse. Nel mezzo di quel rispettoso silenzio, Gaio Valerio si permise una domanda complicata.
Per... il console lo guard e annu per invitarlo a spiegare la sua perplessit come porteremo il fuoco per incendiare gli accampamenti evitando che ci vedano?
Publio Cornelio Scipione si pass lentamente la lingua sul labbro superiore e si mise a sedere. Tutti fecero un passo avanti. Il proconsole, per la prima volta in tutto il pomeriggio, si pronunci con un tono leggermente incerto.
S, questo mi ha impensierito parecchio... Non possiamo usare delle lenti dato che sar notte e avevo pensato di andare senza il fuoco acceso e prendere delle torce appena fossimo stati vicini agli accampamenti; ma nel distribuirle ci faremmo notare e avremo bisogno di molte fiamme per accendere non solo le torce, ma anche lance e frecce. No... no... dobbiamo portare il fuoco, molte fiamme, e che non ci vedano arrivare...  vero che ho dovuto perdere settimane dilungando le negoziazioni... ma mi  venuta un'idea... useremo qualcosa che abbiamo avuto a portata di mano per tutto il tempo e che abbiamo gi usato... ma fino a ieri non lo avevo pensato... funzioner. Deve funzionare...

77. I DUBBI DI MASSIMO.
Roma, primavera del 203 a.C.

Quinto Fabio Massino, seduto nell'ampio atrio della sua grande villa alle porte di Roma, teneva due diverse tavolette, una in ogni mano. Nella sinistra, la lettera che Marcio Porcio Catone gli aveva inviato per posta militare dalla Sicilia cos che giungesse prima di lui, dal momento che doveva fermarsi sull'isola qualche settimana in ragione del suo incarico di quaestor delle legioni V e VI, la cui base si trovava l. Nella lettera, Catone era stato conciso: la situazione di Scipione e delle sue legioni era disperata; intrappolati vicino a Utica e circondati da forze nemiche che li triplicavano in numero, abbandonati dai Numidi di Massinissa e con Siface alleatosi con i Cartaginesi. La sconfitta e la conseguente perdita di tutte le truppe era questione di settimane. Secondo quanto diceva il messaggio, la cosa pi sensata da fare era sollecitare il Senato che ordinasse a Scipione di ritornare con la flotta, oppure, se si fosse ostinato a insistere con l'idea di non abbandonare la campagna africana, che ricorresse a ci che Fabio pi desiderava: votare in Senato una senatum consulere o una mozione che presentasse uno dei nuovi consoli di quell'anno, Gneo Servilio o Servilio Gemino, e che proponesse la sostituzione del comando del giovane console, ribelle ed eccessivamente benvoluto da una plebe romana pronta a esaltare qualunque vittoria contro i Cartaginesi, per infima che fosse.
Nella mano destra, per, Quinto Fabio Massimo teneva un messaggio inviato da Netikerty che lo informava dell'esatto contrario: che il morale delle legioni era alto, che Massinissa aveva portato con s una potente e numerosa cavalleria di Massili e che il re Siface stava per dichiararsi neutrale, cosa che avrebbe mantenuto Cartaginesi e Romani in posizioni equilibrate.
Quinto Fabio Massimo meditava silenzioso nel proprio atrio. Una delle giovani schiave egizie, la sorella di colei che gli inviava le informazioni segrete dall'accampamento di Scipione, entr portando una coppa d'acqua per rinfrescare il suo padrone in un pomeriggio di primavera particolarmente torrido. Forse Netikerty stava mentendo? Mentiva sapendo che era in gioco la vita delle sue sorelle? No, ci era molto improbabile. Ma allora com'era possibile leggere due messaggi tanto diversi? La lettera di Catone poteva essere di poco precedente e forse le condizioni erano cambiate in pochi giorni, ma in modo cos incisivo?
Quinto Fabio Massimo, princeps senatus, cinque volte console e ugure, per la prima volta da molto tempo non sapeva cosa fare. Si era gi diretto all'auguraculum quella mattina per leggere il volo degli uccelli, ma la sua vista... Sospir, la sua vista non era pi quella di una volta. Non lo ammetteva in pubblico, ma sapeva di non vederci pi bene, soprattutto dall'occhio destro, cos che la sua lettura del volo degli uccelli risultava indecisa, forzata, incerta.
Le due lettere cos contraddittorie avevano lasciato Fabio immerso in una confusione finora sconosciuta, abituato com'era a disporre sempre di sufficienti informazioni e a prendere decisioni rapide e risolute. Quinto Fabio Massimo si sentiva bloccato, insofferente. Forse sarebbe stato meglio che l'Africa decidesse per lui. La stessa Africa che aveva massacrato le legioni di Regolo in passato e che ora poteva fare la stessa cosa con le truppe di Scipione.
L'Africa non era per Roma. Non lo era. Scipione, semplicemente, non capiva dove stavano i limiti. N li accettava all'interno della legge romana. Aveva forzato la propria elezione in qualit prima di edile, poi di imperator e di console, infrangendo sempre le regole sull'et stabilite dalla tradizione; e nemmeno sapeva, il ribelle Scipione, comprendere i limiti ragionevoli del potere di Roma. L'Africa sarebbe divenuta la sua tomba. Una tomba piena di sabbia. Una tomba di dimensioni appropriate per seppellire la sua infinita ambizione.

78. UNA BATTAGLIA NOTTURNA.
Nord dell'Africa, primavera del 203 a.C.

Castra Cornelia.
Nell'accampamento romano era l'ora del ritiro notturno. Il sole era calato all'orizzonte, ma ancora resisteva un debole riflesso verso occidente, verso l'interno, proprio dietro al luogo dove si ergevano gli sterminati campi di tende numide e puniche. Ai Romani era stata servita una cena sostanziosa, senza vino, ma con molti liquidi e ricca di carne, frutta secca e pane. Il console li voleva forti e sobri. I bucinatores e i tubicines insistevano nel ripetere il segnale di riposo per la notte, ma nessuno dei legionari si stava ritirando nelle tende per dormire: era una delle rare volte in cui non fare caso a ci che le tube indicavano significava obbedire agli ordini. Infatti, anzich riposare, tutti si stavano equipaggiando con spade, lance, frecce, archi, daghe... ma nessuna provvista. Non sarebbe stato un lungo viaggio. Dovevano solo portare il necessario per incendiare e uccidere. Fuoco e morte. E se avessero fallito, nessuno avrebbe avuto n il tempo n l'occasione di mangiare i viveri trasportati. Il nemico li avrebbe senz'altro uccisi molto prima. Solo armi. E acqua, questo s, che gli acquaioli avrebbero trasportato in grandi otri di pelle di pecora e montone; anche se, trattandosi di uno scontro notturno, forse non sarebbe stato indispensabile il servizio degli acquaioli, ma nemmeno il generale sapeva quanto sarebbe durata la battaglia.
C'erano per due particolari prodotti di cui i legionari si stavano soprattutto rifornendo: un'enorme quantit di torce, per il momento spente, e una piccola lanterna punica per ogni manipolo, dello stesso tipo che era stato usato per illuminare le navi durante la navigazione notturna dalla Sicilia all'Africa. Ogni lanterna era invece accesa, per trasportare cos il prezioso fuoco con cui poi avrebbero infiammato le torce e i dardi incendiari. Per evitare che fossero avvistate dal nemico, le lanterne erano state tappate sui quattro lati con panni umidi di lino, lasciando aperta solo la parte superiore in modo che la fiamma non incendiasse la tela. Ogni centurione era incaricato della custodia della piccola lanterna, che sarebbe stata trasportata da ogni manipolo accanto al signifer, il portatore delle insegne dell'unit. La lanterna doveva essere posta nel centro del manipolo, cos che la debole luce emessa dalla parte superiore lasciata scoperta fosse celata dalla compatta formazione dei legionari armati fino ai denti.
Le porte dell'accampamento romano si aprirono senza cigolare, dal momento che il proconsole aveva pensato perfino a questo, ordinando di lubrificare per tre volte ogni cardine e ogni cerniera. Dalla fortificazione cominciarono a uscire decine di manipoli e a sfilare come una processione di lemuri, come spiriti dell'inferno che attraversano la notte, come ombre, fantasmi, a migliaia, in un profondo silenzio, poich i sandali affondavano senza rumore nella sabbia delle dune che separavano l'accampamento romano dai bastioni numidi e cartaginesi che s'innalzavano di fronte a loro con arroganza, animati da baldorie, pieni di luci di fal, rumori e baccano di ogni tipo e provenienza.
I legionari compresero fino a che punto per quei nemici, proprio come aveva predetto il proconsole, fosse inconcepibile l'idea di poter essere attaccati da un avversario che, numericamente molto inferiore, doveva sentirsi spaventato, angosciato, atterrito, rinchiuso all'interno delle proprie fortificazioni. A ogni passo, l'orgoglio di ciascun legionario delle legioni V e VI cresceva. Il loro petto palpitava con forza. Erano le legioni maledette, era vero, ma maledette per chi, per loro stessi o per i loro nemici?

Accampamento generale del re Siface
Al re Siface piaceva essere circondato da un ambiente rilassato, soprattutto durante una campagna militare. Le obbligatorie e lunghe - per lui eterne - uscite militari, necessarie per mantenere il potere sui suoi vasti domini, erano purtroppo indispensabili, ma se fosse stato per lui avrebbe vissuto recluso a Cirta, circondato da un'enorme cornucopia piena di piaceri gastronomici e sessuali. Anche se, ultimamente, la compagnia della sempre ardente e lasciva Sofonisba, sua attuale moglie, lo ricompensava almeno in parte di tutte quelle fastidiose penurie. Ma almeno questo gli spettava, poich, se aveva passato l'ultimo inverno spostandosi fino alle coste dell'Africa, era stato soprattutto per lei, per far cessare le sue preghiere che lo imploravano di aiutare suo padre, il generale Giscone.
Devi aiutarlo, mio re, mio signore, far tutto quello che vuoi, per devi aiutare il mio popolo, Cartagine, e io ti servir come nessuna schiava ha mai fatto prima.
E lo faceva. Sofonisba supplicava talmente bene e ricambiava con una tale devozione ogni gesto, ogni azione di strategia militare che lui compiva in appoggio dei Cartaginesi, che Siface non riusciva a evitare di lasciarsi condurre dalla propria lussuria soddisfatta che, in quel momento, significava lasciarsi guidare dai desideri della giovane e felina sposa.
Era appena calata la notte e Sofonisba dormiva serena al suo fianco. Aveva fatto l'amore con lei per un paio d'ore, appagando il proprio piacere personale e prendendo poi un lungo intervallo per riposare. L'avevano fatto per tutto il pomeriggio. E Sofonisba lo aveva soddisfatto ancora e ancora, come sempre pienamente. Dopo quel dono, quell'esibizione, sarebbe stato difficile rifiutarsi di attaccare il generale romano, ma Siface aveva ricevuto dai suoi emissari un messaggio del proconsole romano che annunciava di accettare la ritirata. Sapeva che quel patto non era ci che desiderava la giovane moglie, ma non era nemmeno un vero e proprio imbroglio: ritirandosi i Romani dall'Africa, Giscone avrebbe incrementato la propria popolarit a Cartagine e ci sarebbe stato senza dubbio apprezzato da Sofonisba.
Contemplava il corpo sudato ed esausto della moglie, la sua schiava d'alto rango, chiedendosi cos'altro poteva ottenere da quell'irresistibile e bellissimo corpo. Senza dubbio, anche se non l'avesse accontentata con le proprie scelte militari a favore di Giscone, avrebbe potuto costringerla a continuare a soddisfarlo; ma questo era ci che faceva con altre donne, con decine di schiave. Era invece la maniera con cui Sofonisba si offriva, il modo con cui si arrendeva al suo re, ci che, pur certamente obbedendo a una sua ferrea decisione e a una sottomissione volontaria, scatenava le passioni pi lussuriose di Siface.
Fuori dalla tenda regale si udivano risate e confusione. Il re, gi persuaso della ritirata romana, aveva permesso che si distribuissero vino e cibo in abbondanza. Si sentiva talmente bene da diventare assai generoso e desideroso di condividere la propria felicit con i suoi uomini. Inoltre, tutto ci lo avrebbe reso il monarca pi forte tra la Mauritania e Cartagine. Gi da tempo stava pensando di sottomettere i suoi sgraditi vicini a occidente e considerava perfino l'idea di obbligare i Cartaginesi a cedergli, tra i loro domini in Oriente, come ricompensa per il suo appoggio in quella guerra, alcune citt vicine a dove si trovavano in quel momento, come per esempio Saleca, che i Punici si erano dimostrati incapaci di difendere. E come avrebbero potuto negarglielo, con Annibale ancora in Italia e la minaccia del ritorno dei Romani se lui, il grande Siface, avesse reso pubblica la rinuncia ad appoggiare Cartagine? Perch accontentarsi solo della Numidia quando si potevano ampliare cos tanto i confini del regno incorporando nuovi territori?
All'improvviso le risate cessarono e s'interruppe quel fluire di voci e di sogghigni che era continuato nelle ultime ore. Piomb un silenzio sinistro al quale seguirono nuove voci, ma questa volta inquiete. Voci che si convertirono presto in grida di panico. Grida che divennero urla di dolore, urla che si trasformarono infine in strilli di orrore.
Sofonisba apr gli occhi.
Cosa succede? chiese la giovane, guardando rapidamente da un lato all'altro.
Non lo so rispose Siface, immobile, steso accanto a lei, senza osare alzarsi.
Invece Sofonisba, determinata, scatt in piedi, copr il suo bel corpo nudo con una coperta di lana bianca e si affacci all'esterno della tenda. Quello che vide la spavent, ma subito si volt verso il re.
Dobbiamo scappare. Tutto l'accampamento  in fiamme.
I Romani avevano lanciato centinaia di dardi incendiari, torce in fiamme e lance infuocate da ogni lato. Dopo aver appiccato il fuoco per tutto l'accampamento, videro i Numidi uscire dalle tende mezzi nudi, mentre quelli che erano ancora svegli, che stavano mangiando o bevendo, ancora non si capacitavano di cosa stesse succedendo. Tutti pensavano a un incendio fortuito, pur senza intendere come potesse essersi diffuso per ogni angolo dell'accampamento; finch alcuni non cominciarono a indicare il cielo nero della notte, dal quale stava precipitando una fitta pioggia di fuoco.
Nell'istante in cui iniziarono a concepire l'idea di un attacco, migliaia di Massili al comando di Massinissa e di legionari della VI emersero dalle ombre pi oscure che circondavano l'accampamento, brandendo rapidi le spade e le daghe affilate con cui compirono il pi grande massacro a cui avessero mai partecipato.
I Numidi di Siface cadevano a centinaia, feriti, uccisi, colti dal terrore, gattonando tra i cadaveri dei loro compagni abbattuti, cercando scudi, armi con cui proteggersi o combattere, ma che raggiungevano troppo tardi finendo con il cuore attraversato da una lancia. In migliaia morivano per le frecce o i pila conficcati nella schiena; in migliaia avvolti dalle fiamme, agitandosi come scintille incandescenti e crepitando tra orribili gemiti di dolore e indescrivibili torture.

Accampamento cartaginese del generale Giscone
Giscone si vide interrompere la cena dall'agitazione dei suoi soldati. Due ufficiali entrarono nella sua tenda e, con un certo riguardo, attenti a non importunare il loro generale, riferirono cosa stava succedendo.
Pare che sia scoppiato un incendio nell'accampamento del re Siface, mio generale. Dobbiamo andare ad aiutarli?
Giscone lasci il piatto di selvaggina ben condito con abbondanti salse e, mentre si succhiava le dita, rispose con un'altra domanda: Quanto... quanto... ... grande... questa carne  buonissima... questo incendio, quanto  grande?.
Parecchio, mio generale, e pare che si stia estendendo.
Giscone pens per un momento a sua figlia, ma la preoccupazione si dissip immediatamente. Siface si stava senz'altro prendendo cura di lei.
Meglio che ci pensino da soli a mettere ordine nel loro accampamento concluse.
Uno degli ufficiali usc, ma l'altro esit qualche istante, poi decise di provare a insistere con l'argomento.
Con il dovuto rispetto, credo che il generale dovrebbe vedere le dimensioni dell'incendio...
E non pot terminare la frase poich Giscone sollev il sopracciglio destro e lo guard con furia per aver osato contraddire un suo desiderio gi chiaramente manifestato. Tuttavia, prima ancora che il generale Asdrubale Giscone potesse scaricare la propria ira contro l'ufficiale, le stesse grida che i Cartaginesi avevano precedentemente udito, provenienti dall'accampamento di Siface, sembrarono ora sopraggiungere proprio da l fuori.
Un terzo ufficiale entr nella tenda, sudato, sporco, malmesso. Giscone lo guard a bocca aperta.
Le palizzate... mio generale... stanno tutte bruciando... e piovono frecce dal cielo. Ci stanno attaccando... mio ge...
Non termin la frase. Croll in avanti con un colpo secco, mostrando la schiena nella quale due frecce nemiche erano infilzate all'altezza del cuore. Dalle ferite sgorg il sangue che brill alla luce delle lanterne della tenda del generale.
Giscone si alz rapidissimo, prese un elmo e usc dalla tenda. Dimentic completamente sua figlia e si concentr solo su come salvarsi la vita.
Tutt'intorno era fuoco e gemiti di dolore, gli uomini correvano da un luogo all'altro senza direzione n meta. Era come stare all'inferno.

79. L'ULTIMA LETTERA DI PUBLIO.
Roma, aprile 203 a.C.

Cara Emilia,
immagino che tu mi abbia scritto e che non siano arrivate tutte le tue lettere, problema assai frequente in questi giorni, ma dalla posta ufficiale che mi  giunta dal Senato attraverso Lucio ho saputo che stai bene e che abbiamo un'altra figlia. Entrambe le cose mi rendono molto felice. Di' al piccolo Publio e a Cornelia che li amo molto e che non mi dimentichino. Di' loro che il padre li pensa tutte le notti.
La campagna in Africa, come pensavo, non ha nulla a che vedere con quella in Hispania. Ci spostiamo da un luogo all'altro e siamo obbligati a erigere accampamenti in posti quasi impraticabili, come quando siamo stati costretti a ritirarci da Utica per proteggerci dall'attacco del re Siface e dalle truppe di Giscone.
Per ora  tutto passato. Non devi preoccuparti per me. Li abbiamo sconfitti in pi di un'occasione e abbiamo messo in fuga i loro eserciti. La sorte  cambiata da quando abbiamo incendiato i loro accampamenti durante la notte.
Lelio e il re dei Massili, Massinissa, hanno preso l'accampamento di Siface, mentre io stesso al comando della V ho dato fuoco all'accampamento di Giscone. So che non ami le descrizioni belliche e quindi non mi dilungher oltre nell'argomento, ma ti basti sapere che abbiamo distrutto i loro eserciti. Giscone, il generale cartaginese,  stato costretto a rifugiarsi a Cartagine e Siface  stato fatto prigioniero da Lelio.
Lelio, proprio come tu stessa avevi predetto, si  dimostrato pi leale che mai. Di fatto, tutti i tribuni e i centurioni hanno dimostrato una profonda lealt, anche nei momenti pi difficili. Ecco cosa mi d la forza di andare avanti: guardare i visi di tutti questi ufficiali attenti ai miei ordini e disposti a combattere in qualunque momento  la migliore delle energie. Il morale  alto e so che ora potremo affrontare perfino Annibale, appena il Senato di Cartagine lo reclamer.
Ti amo ogni giorno di pi e attendo con ansia il giorno non pi tanto lontano del mio ritorno a Roma. Presto sar con te e ti prometto di rimanere al tuo fianco per molto tempo. Ritorner, non dubitare, e ogni notte, tesoro mio, ricorda quello che ti dissi vicino alla fonte Aretusa. A Siracusa abbiamo vissuto dei momenti felici. Torneranno.
Publio
Emilia camminava orgogliosa per il Foro di Roma. Non si era ancora abituata del tutto al rispetto che l'intera citt le stava dimostrando. Tutti si facevano da parte per lasciarla passare. La vittoria di suo marito era gi quasi una leggenda, anche se si temeva per la riuscita finale nel caso in cui Annibale, alla fine, fosse stato richiamato dai Cartaginesi per proteggerli contro gli attacchi di Publio. Tuttavia, Emilia comprese l'autentico effetto della popolarit del marito solo quando anche una delle vestali, nell'incrociarla davanti al tempio di Saturno, si spost di lato per cederle il passo. Una vestale! Una vestale alla quale perfino i magistrati, addirittura i consoli di Roma, cedevano il passo, una vestale si era umiliata davanti alla moglie di Scipione!
In uno stato di euforia che toccava la vanit, Emilia s'imbatt in suo cognato Lucio. Il fratello del marito la salut con apparente serenit.
Mi fa piacere vedere che ti sei ripresa cos bene dopo il parto disse lui con affetto.
S, Pomponia si  dimostrata, come sempre, un grande aiuto, un appoggio essenziale.
 piacevole sentirti parlare, come sempre, cos bene di tua suocera. Per esperienza so che nostra madre pu talvolta essere un po'... rigida.
Pomponia  una grande matrona di Roma e io la prendo come esempio; ma piuttosto, sai che ho ricevuto una lettera da parte di Publio? Tutto sembra procedere cos bene...
Lucio annu senza aggiungere nulla. Emilia scorse un'ombra nel suo sguardo.
Perch va tutto bene, vero Lucio? insistette.
Anch'io ho ricevuto una lettera e, s, va tutto bene. Ma poi finse di avere fretta di arrivare al Comitium. Devo correre alla Curia e controllare che Massimo non pianifichi qualche assurdit.
Lei sorrise e lui s'inchin e ripart in direzione del senaculum, fermandosi a salutare i vari senatori che si stavano raccogliendo intorno ad alcuni ambasciatori stranieri che facevano a turno per parlare.
Emilia riprese il cammino, ma all'allegria che l'aveva accompagnata fino a quel momento si sostitu una certa preoccupazione.
Caro fratello,
grazie per i tuoi regolari resoconti sul Senato. Mi dici che Massimo si dimostra indeciso su cosa fare con le legioni in Africa e non propone nulla. Sar confuso e ti posso assicurare che io ho a che vedere con questa sua confusione, fatto che mi inorgoglisce enormemente, ma ci sono cose di cui  meglio non discutere per iscritto.
La vittoria su Siface e Giscone, grazie al nostro attacco notturno,  stata schiacciante. Abbiamo incendiato i loro due accampamenti e solo pochi uomini sono riusciti a fuggire; la maggior parte  stata uccisa l dentro.  stata la pi grande carneficina a cui ho assistito in vita mia dopo quella di Canne. Spero di non vedere pi nulla di simile fintanto che durer questa guerra, ma chi pu saperlo.
Talvolta, fratello, mi sento stanco e ho nostalgia della nostra infanzia, ricordi? Quando il nostro buon zio Gneo ci addestrava al Campo Marzio. A volte temo di deluderli, lui e nostro padre. Ma non fare parola a Emilia di questo; non voglio che si preoccupi.
Ho spesso dei brividi e non riesco a dormire durante la notte. Il medico dell'accampamento dice che si tratta di episodi di febbre dovuti alla malattia di cui ho sofferto in Hispania, ma bevendo molta acqua, camomilla e altre infusioni mi pare di sentirmi meglio. Non ho detto nulla agli uomini, nemmeno a Lelio. Non voglio che pensino di avere un generale debole o malato. Comunque, ora mi sento abbastanza bene.
Dopo l'incendio degli accampamenti nemici, Siface  scappato, ma si  alleato con varie migliaia di mercenari celtiberi che Cartagine ha fatto venire dall'Hispania ed  tornato per continuare a combattere. Il re della Numidia ha reclutato nuove truppe e Giscone ha fatto lo stesso.
Ci siamo affrontati in una regione che qui chiamano Grandi Pianure, Campi Magni. Il nemico aveva posizionato i Celtiberi al centro e sulle ali si erano situati Siface e i suoi Numidi, insieme a Giscone con i suoi nuovi soldati. Le truppe di Siface e di Giscone erano formate rispettivamente da contadini e da giovani inesperti. Solo i mercenari dell'Hispania hanno saputo mantenere la linea.  ironico: li avevano posizionati al centro perch tanto Siface quanto Giscone temevano che gli Iberi si sarebbero ritirati e invece si sono dimostrati i pi risoluti. Se li avessero situati ai lati, forse il risultato della battaglia sarebbe stato diverso.
Lelio ha annientato i Numidi e Massinissa ha fatto lo stesso con la falange di Giscone.  stata una grande vittoria e l'abbiamo celebrata in grande stile con gli ufficiali. Lucio, questi uomini, i miei tribuni e centurioni, sono i migliori del mondo: Lelio, Marcio, Silano, Mario, Trebellio, Digizio e Valerio. Sento che con loro tutto  possibile e spero davvero che lo sia, perch so che deve ancora arrivare l'impresa pi ardua: Annibale.
Dopo la battaglia ai Campi Magni ho ordinato a Lelio e a Massinissa di andare a cercare Siface che, ancora una volta, come un'anguilla, se l' svignata nel mezzo della sconfitta. Non voglio dargli altre possibilit di rifarsi e di tornare ad affrontarci. So che Annibale finir per ritornare e sarebbe una catastrofe se questo succedesse mentre Siface ci attacca nella retroguardia.
Nel frattempo, abbiamo saccheggiato l'intera regione, seminando un terrore che so aver scosso perfino le mura del Senato di Cartagine. Pare che abbiano gi reclamato il ritorno di Annibale e lo faranno anche con le truppe di Magone situate nel Nord d'Italia.  questo che mi preoccupa: non sono sicuro di avere, con solo queste due legioni, forze militari sufficienti per affrontare le nuove leve di Giscone, oltre all'unione degli eserciti di Magone e Annibale. E il problema non sar solo il numero, questo lo so, piuttosto il fatto che Cartagine non porr pi Giscone al comando del nuovo esercito, dal momento che lo abbiamo sconfitto in troppe occasioni, ma lo affider ad Annibale. Anche se il Barca ha dei nemici tra i senatori punici, sar certamente lui il comandante del nuovo esercito.
Devo ammettere che il nome di Annibale mi toglie il sonno. Inoltre, i miei esploratori hanno riferito di aver visto pattuglie cartaginesi che catturavano elefanti selvatici. Sai gi cosa intendo dire. Se forniranno ad Annibale elefanti e truppe numerose... Come ti ho accennato, non una parola a Emilia.
Il morale degli uomini  alto e la paura dei Cartaginesi nei nostri confronti cresce man mano. Ci hanno lasciato un'infinit di villaggi, quindi non abbiamo problemi di provviste. Gli di sembrano essere dalla nostra parte. Perfino Tunisi  caduta, per poi abbiamo subto un tremendo attacco dalla flotta cartaginese. Dalle mura di Tunisi ho visto tutte le navi nemiche che salpavano da Cartagine. Navigavano verso Utica. Sono stato costretto a partire con le legioni in fretta e furia per arrivare in tempo e preparare una difesa adeguata. Le nostre navi da guerra non erano pronte per una battaglia navale, poich le avevamo caricate con materiale per l'assedio, torri, catapulte e alcune si trovavano ancora sotto le mura della citt, dove queste affondano nel mare. La flotta cartaginese stava per arrivare per tentare di interrompere il nostro interminabile assedio di Utica, cos ho disposto tutte le navi mercantili su quattro file, attaccate l'una all'altra, come una lunga muraglia, proteggendo le nostre triremi e quinqueremi di guerra.
I Cartaginesi ci hanno attaccato con furia e sono riusciti, grazie a enormi ganci, a spaccare varie decine di navi da trasporto della formazione che avevamo costituito. Sono morti molti legionari e marinai, ma abbiamo ottenuto due grandi vittorie morali: l'attacco della flotta cartaginese non ha potuto arrestare il nostro assedio di Utica e nemmeno distruggere la nostra flotta militare, cos necessaria a mantenere le rotte di approvvigionamento con la Sicilia.
 stato un duro colpo, ma a terra sono io a mantenere il vantaggio. Lelio e Massinissa hanno compiuto bene il loro dovere e sono riusciti, finalmente, a catturare Siface. Entro pochi giorni me lo porteranno in catene. Sar un bello spettacolo per gli uomini. Li animer vedere uno dei nostri peggiori nemici inginocchiato davanti al loro generale. C' solo una cosa che mi preoccupa: Massinissa si  sposato con Sofonisba, la figlia cartaginese di Giscone, moglie di Siface. So di non poter permettere che questa donna torni a mettere contro di me un altro re numida, ma se Massinissa si  sposato con lei  perch il fascino di questa cartaginese lo ha stregato.  come se fosse l'incarnazione della regina Didone.
Avevo interrotto la redazione della lettera perch era arrivato Lelio, che ha preceduto Massinissa. Ha confermato i miei peggiori sospetti. Massinissa pare essere stato trasformato da Sofonisba. Domani giunger il nuovo Massinissa e affronter il problema. Molto presto i Cartaginesi riuniranno tre nuovi eserciti: le nuove leve di Giscone, le esperte truppe di Magone e i veterani di Annibale. Quindi da parte mia, fratello, sto cercando di non perdere l'unico alleato che possiedo nella regione. Se Massinissa ci abbandoner, verr a mancarmi la cavalleria e senza cavalleria non potr contrastare quella punica e, peggio ancora, gli elefanti che stanno portando per Annibale.
Ti ho detto che il morale dei miei uomini  alto, e questo  vero, per succede perch credo di essere l'unico a rendersi veramente conto che, nonostante le nostre vittorie, ci stiamo dirigendo uniti verso la morte. Se questo avverr, caro fratello, ti prego di prenderti cura di Emilia, dei bambini e di nostra madre. So che lo farai. Spero solo che la mia morte serva a debilitare i Cartaginesi abbastanza da permettere a Roma di imporsi, alla fine di tutto. Ti posso assicurare, per tutti gli di, che non arriver all'Ade senza che prima le mie legioni abbiano annientato il maggior numero possibile di Cartaginesi e Numidi che metteranno sotto il comando di Annibale, e ti giuro per Giove che mai retrocederemo di fronte alle loro truppe. Non ci sar una seconda Canne. Piuttosto ci faremo massacrare, ma non fuggiremo.
Forse questa  l'ultima lettera della mia vita. Voglio che tu sappia che sei stato il migliore dei fratelli. Il migliore. Abbi cura di te, Lucio.
Tuo fratello, dall'Africa,
Publio
Lucio Cornelio Scipione arrotol lentamente il lungo papiro sul quale, eccezionalmente, invece di ricorrere alle abituali tavolette, suo fratello Publio aveva scritto quella densa lettera. Senza dubbio, l'estensione aveva richiesto un papiro per renderlo trasportabile dal messaggero che aveva recapitato il prezioso documento.
Lucio strinse il papiro contro il petto. Si trovava nel tablinum della domus, da solo, nel mezzo di una rumorosa notte di Roma, i cui suoni di mercanti, carri, ubriachi e dei triumviri che pattugliavano penetravano attraverso ogni finestra della casa.
Lucio Cornelio Scipione, con il papiro stretto al petto, si accasci, seduto su quel solitario solium dello studio, e pianse in silenzio. Pianse come non aveva pi fatto da quando era bambino.

80. IL FASCINO DI SOFONISBA.
Utica, maggio 203 a.C.

Utica stava per essere presa. I suoi abitanti se lo sentivano. Dopo il fallimentare tentativo della flotta cartaginese di mettere fine all'eterno assedio a cui la citt era sottoposta dalla terra e dal mare, i cittadini guardarono con disperazione dall'alto delle loro rovinate e torturate mura. Davanti a loro, le legioni V e VI di Roma rimanevano accampate lungo un'enorme estensione di terreno. N gli eserciti di Giscone e Siface, n la flotta di Cartagine erano riusciti a liberarli dal tormento dei Romani. E le legioni continuavano a innalzare nuove torri d'assedio e a preparare decine di migliaia di proiettili che entro poche ore sarebbero piovuti, ancora una volta, sulla loro citt.
Tutta la regione sembrava essersi arresa al generale romano che comandava quelle maledette truppe e di conseguenza i loro nemici nuotavano nell'abbondanza di ogni tipo di provvista e materiale per i loro rifornimenti e per la costruzione di nuove fortificazioni o macchine da guerra; mentre loro, all'interno di quelle mura ormai sfondate, pativano la scarsit di alimenti e acqua, che, mese dopo mese in quell'assedio senza fine, cominciava a causare stragi tra i civili cos come tra i soldati.
Erano inoltre giunte notizie dell'arrivo di altre truppe romane che avevano catturato colui che avrebbe dovuto salvarli prima degli altri. Lo stesso re Siface era caduto prigioniero di quel terribile generale romano, mentre Giscone si era rifugiato a Cartagine e Annibale ancora non tornava. Erano perduti.

Accampamento romano vicino a Utica
Siface attravers la porta principalis sinistra dell'accampamento romano eretto di fronte a Utica. Stentava a camminare poich portava dei ceppi alle caviglie uniti da una grossa catena di ferro ossidato. Altri ceppi gli stringevano i polsi e uno gli pendeva dal collo e anche questi erano uniti da una lunga serie di anelli di ferro. I ceppi ai piedi gli avevano scarnificato la pelle delle caviglie e il re sanguinava dalle ferite ricoperte di sabbia e polvere. Sudava copiosamente. Per ordine di Lelio aveva ricevuto abbondante acqua, perch il tribuno voleva assicurarsi che il re numida catturato giungesse vivo all'accampamento del proconsole.
Avanz a passo stanco, ma ancora a testa alta, con orgoglio regale, prima tra le tende delle truppe ausiliarie e poi tra quelle degli hastati e dei principes, che non mancarono di approfittare dell'occasione per fischiarlo e sputargli addosso. Giunto all'altezza delle tende dei triarii e della cavalleria, gli sputi e le grida s'interruppero. Al loro posto, il re caduto in disgrazia si vide circondato da una pomposa carrellata di sguardi carichi di disprezzo. Per quegli uomini lui non era che un traditore che non aveva mantenuto la promessa di non intervenire nella guerra fatta al loro proconsole. Era evidente che per quei legionari veterani le catene non erano un castigo sufficiente.
Siface venne costretto a fermarsi al centro dell'accampamento, di fronte al praetorium. Sapeva chi sarebbe uscito a parlare con lui, ma il generale romano tardava a presentarsi. Il sole era un disco piatto e non gli davano pi acqua. Era esausto. Il re cap che quello faceva parte della penitenza che gli toccava pagare. Aspett pazientemente.
Scipione si fece vedere solo dopo due ore. Uscendo dal praetorium, apparve con l'aspetto sano di chi ha mangiato da poco e riposato. Si posizion davanti a Siface e ordin che portassero dell'acqua. Uno schiavo arriv di corsa con una brocca di acqua fresca e la offr al generale, ma il console indic il re incatenato e lo schiavo si volt verso di lui con la brocca in mano. Siface non capiva.
Prima mi fai aspettare due ore e poi mi offri dell'acqua?
Credo che tu non abbia formulato correttamente la domanda. Hai una seconda e ultima possibilit, re Siface rispose Publio.
Il numida drizz la testa con aria interrogativa, ma era un uomo abbastanza sveglio da intendere le allusioni e riformul la domanda.
Prima mi fai aspettare due ore e poi mi offri dell'acqua, proconsole di Roma?
Publio annu. Cos va bene. Ti ho fatto aspettare perch non sei pi un'urgenza in questa campagna. Ho molte altre cose di cui occuparmi prima di avere una conversazione con te, una conversazione piuttosto inutile visto come si sono sviluppati gli eventi. E ti offro dell'acqua perch non ti odio.
Siface sorrise. Prese l'acqua e bevve con affanno. Con la barba ancora sgocciolante, riprese a parlare.
L'acqua l'accetto, come vedi, ma sbagli a credere che una conversazione con me sia del tutto inutile. I tuoi problemi in Africa sono appena cominciati. Tu pensi di sapere tutto su questo Paese e forse ne sai molto, ma allo stesso tempo non ne sai nulla. Credi di aver combattuto finora contro Giscone o contro di me, ma non  vero. Il tuo nemico  un altro, e molto pi potente, inclemente e crudele di quello che tu e io potremmo mai essere; e lui non  stato affatto sconfitto. E cominci a ridere cos forte che gli uscirono le lacrime.
Publio rimase a guardarlo con crescente curiosit. Non si aspettava una risposta del genere. Credeva che Siface avrebbe implorato per la propria vita, invece si dimostrava orgoglioso. Bene, ognuno era padrone di affrontare come preferiva le proprie disgrazie, ma quell'inquietante premonizione su dei potenti nemici invisibili...
Ti riferisci ad Annibale, suppongo disse il console con cautela.
Siface neg scuotendo la testa.
Allora... a chi ti riferisci?
Lo vedi che questa conversazione non  poi cos inutile?
Siface sembrava felice di avere in mano qualcosa con cui confondere l'uomo che lo aveva sconfitto, catturato e incatenato. Publio richiese la sua sella curulis e due schiavi immediatamente la portarono. Il proconsole si sedette. Dietro di lui, in piedi, si erano riuniti Lelio, Silano, Mario e Marcio. A destra e a sinistra gran parte dei principali centurioni delle legioni, tra cui Gaio Valerio, Quinto Trebellio e Sesto Digizio. Ogni uomo di fiducia del proconsole era presente. Mancava solo Massinissa, che non era ancora tornato all'accampamento. Sembrava prendersela molto comoda, dopo la vittoria contro Siface. Publio suppose che Siface si stesse riferendo al nuovo re della Numidia.
Ti riferisci dunque a Massinissa.
Siface scroll ancora la testa, divertito dall'assistere, anche dopo la sua pi umiliante sconfitta, al totale turbamento del generale romano che lo aveva catturato, e a quanto ci lo rendesse, di conseguenza, vulnerabile agli stratagemmi del suo autentico nemico. Vide Scipione talmente interdetto e allo stesso tempo si sent cos vicino allo scopo che non seppe resistere dall'avvisarlo del pericolo, cosciente del fatto che questo era talmente forte che mai il romano avrebbe potuto evitarlo.
Mi riferisco a Sofonisba, la donna che fino a pochi giorni fa era mia moglie. Chi credi che mi abbia sedotto notte dopo notte per convincermi ad annullare il patto di non intervento, romano? Tu credi di stare combattendo da mesi, anni, contro i Cartaginesi, contro Giscone e Magone e gli Iberi in Hispania, e contro di me in Numidia, ma non  cos: da quando Asdrubale Barca  partito dalla penisola iberica il tuo nemico non  stato altro che Sofonisba. Lei organizza, lei seduce, lei decide. Lo ha fatto con suo padre in Hispania e lo ha fatto con me qui, in Africa. Il desiderio del suo corpo... no, ancora di pi, l'ottenimento di quella che credevo fosse la volont del suo bellissimo e giovane corpo di donna traboccante di lussuria mi ha ridotto in queste condizioni. E qui Siface sollev le mani esibendo i ceppi e le catene con l'orgoglio di chi mostra una ferita eroica. Io non me ne pento, e questa  la cosa pi buffa: ogni bacio di quella donna, ogni notte passata con lei, ogni amplesso, ha meritato la pena, anche se ci mi ha portato a indossare tutte queste catene e a morire come voi avete deciso. Mi guardate stupiti, tu e i tuoi uomini. Pensate che sia pazzo? Pu darsi, ma quello che dovrebbe preoccupare il proconsole di Roma  il fatto che, anche dopo essere stato sconfitto e incatenato, io continui a essere ammaliato dal fascino di quella donna. Proprio come ora ne  ammaliato colui che  stato nominato nuovo re della Numidia, Massinissa dei Massili, mentre giace nel letto con quella strega del piacere e della guerra. E senza Massinissa al tuo fianco, quanto tempo resisteranno le tue legioni in Africa? Tu mi hai sconfitto, console di Roma, ma io ero soltanto uno strumento nelle mani del tuo vero nemico, o forse dovrei dire nemica? Sofonisba ha gi un nuovo generale ai suoi ordini e da come si sono guardati in mia presenza  palese che esista qualcosa di pi di un reciproco interesse. Massinissa desidera, ama, venera quella donna dai tempi in cui erano insieme in Hispania, e lei, proconsole di Roma, pensa solo alla tua lenta e definitiva distruzione. Fai di me ci che vuoi, ma ti confesso che sarebbe per me un'autentica gioia vivere alcune settimane in pi per assistere a come quella che tu ritieni una grande vittoria si trasformer nella tomba delle tue legioni. Queste legioni continuano a essere maledette, romano, maledette...
Per Castore e Polluce! Portatelo via da qui! grid Publio alzandosi dalla sedia. Portatelo via!.
Non era tanto per il fatto che quelle parole lo avevano impressionato, Publio temeva piuttosto l'effetto che potevano avere sulle truppe. Alcuni legionari afferrarono il re Siface per le braccia e lo trascinarono via, allontanandolo dal praetorium attraverso i principia, mentre il numida continuava a gridare ridendo, come fosse posseduto dai lemures.
Maledette, maledette fino alla fine dei loro giorni! Maledette...!
Appena le risate e le grida dell'incatenato Siface furono lontane, Lelio si fece avanti separandosi dal resto degli ufficiali.
 impazzito. Questo  tutto. Fino a pochi giorni fa era il re di un potente Paese e ora  incatenato alla nostra merc. Ha perso la ragione.
Publio annu, ma il suo silenzio indicava che non aveva ignorato le parole di Siface.
 possibile.  possibile, ma per tutti gli di, Lelio,  mezzogiorno e voglio che Massinissa si presenti davanti a me prima che cali il sole. E se ne and, ritirandosi dentro il praetorium, senza pi uscirne per tutto il giorno.
Lelio and alla porta decumana e chiese un cavallo. Scortato da una turma dei migliori cavalieri della cavalleria romana part al galoppo in cerca di Massinissa.
Massinissa arriv solo a notte inoltrata, quando il secondo turno di guardia stava sostituendo il primo. Il nuovo re della Numidia, procedendo a cavallo insieme a Lelio, a una turma di cavalieri romani e a un gruppo di guerrieri massili, incroci nel centro dell'accampamento le pattuglie che facevano la ronda per raccogliere le tesserae che ogni legionario dei posti di guardia doveva consegnare per dimostrare che si trovava nel luogo assegnatoli durante il proprio turno di vigilanza notturna. I soldati facevano sempre estremamente attenzione alle pattuglie, poich l'assenza dal posto di guardia durante il passaggio per la raccolta delle tesserae veniva pagata con la morte. Massinissa guardava con rispetto il cambio. Aveva appreso le formule su cui si reggeva la ferrea disciplina di quelle truppe e ammirava il modo in cui funzionava il terribile e complesso meccanismo delle legioni romane.
Senza che quasi se ne rendesse conto, arrivarono davanti al praetorium e Lelio invit il re numida a smontare da cavallo. Massinissa salt gi dall'animale con agilit e, accompagnato solo da Lelio, entr nella tenda. Al suo interno trov Publio Cornelio Scipione seduto su una sedia con le gambe d'avorio, intento a leggere dei rotoli in greco che suo padre gli aveva regalato molto tempo prima, quando erano nel Nord dell'Italia, poco prima che entrasse in combattimento per la prima volta.
Accorgendosi della presenza di Massinissa e di Lelio, ma senza alzare lo sguardo dal rotolo che aveva in mano, cominci a leggere ad alta voce. [Il re], infatti, fa del bene ai sudditi, se, essendo buono, si prende cura di loro, per farli star bene, come un pastore si prende cura delle sue pecore... Di tal natura  anche l'amicizia di un padre: differisce, per, per la grandezza dei benefici, giacch egli dona ai figli l'esistenza, che  ritenuta il pi grande dei beni, e nutrimento ed educazione. Massinissa fece per interromperlo, ma il proconsole, imperturbabile, alz la mano destra e il numida rimase in silenzio. Poi il generale romano riprese a leggere. Quando non c' nulla in comune tra chi governa e chi  governato, non c' neppure amicizia tra loro, giacch non c' giustizia: per esempio tra artigiano e strumento... Ma neppure verso un cavallo o un bue, n verso uno schiavo in quanto schiavo. Non c' niente in comune, infatti, in quanto lo schiavo  uno strumento animato, e lo strumento  uno schiavo inanimato. Publio termin di leggere e guard direttamente il re negli occhi. Sono parole di Aristotele, Massinissa. Sai chi era Aristotele?
Un filosofo greco rispose il numida con disappunto. Non capiva ancora che cosa volesse ottenere e l'offendeva che lo ritenesse un totale incolto.
Un filosofo greco, s, conferm Publio e anche il precettore di Alessandro Magno, il pi grande generale di tutti i tempi, il pi grande re. La questione : che cosa vuoi essere, un re o un tiranno, Massinissa? Re di tutta la Numidia o tiranno per tutti i tuoi sudditi, per i Massili e i Massesili? Perch se prenderai decisioni a discapito di tutti i tuoi sudditi, come quella di ribellarti contro di me, senza pensare ai possibili danni che arrecherai a tutti, vuol dire che vuoi essere un tiranno. Tiranno o re? Cosa desideri essere, Massinissa? Prima di rispondere pensa che a me serve un re, non un tiranno.
Massinissa rimase in silenzio. Publio abbandon di lato, sopra il tavolo, il rotolo con il testo di Aristotele.
Smettiamo di parlare di filosofia e di politica, visto che il tema non sembra interessarti, anche se chi aspira a essere un re, come pure un tiranno, dovrebbe dimostrare pi interesse verso questi temi; ma lasciamo stare. Hai ritardato nuovamente. Mi hai portato altri uomini?
Mi sono sposato rispose Massinissa.
Con chi?
Con Sofonisba, colei che era la moglie di Siface; ci mi dar pi potere sul resto della Numidia.
Non credevo che ora avessi bisogno di una donna per farti valere di fronte ai tuoi sudditi, ma non  questa la cosa importante. La cosa importante  che Sofonisba  la figlia del generale cartaginese Giscone, un nemico mortale di Roma. Un uomo contro cui sto lottando da sei anni. Questo  un matrimonio inaccettabile ai miei occhi.
Il proconsole di Roma non pu decidere riguardo ai matrimoni del re della Numidia replic Massinissa con violenza.
Publio Cornelio Scipione si alz dalla sua sella curulis e si avvicin a lui.
Il proconsole di Roma ha ammanettato con ceppi e catene il precedente re della Numidia perch aveva deciso di combatterlo, quindi taci e non osare interrompermi. C' stato un tempo, non troppo lontano, in cui il precedente re della Numidia, Siface, si  sentito, proprio come te ora, pi potente di me e ha pensato di potersi permettere il lusso di divenire mio nemico; e questo, caro Massinissa,  stato il suo sbaglio. Com' stato uno sbaglio sposarti con quella donna e interessarti pi ai suoi baci che ai miei avvertimenti. Massinissa... Publio si allontan un poco dandogli le spalle mentre continuava a parlare. Massinissa, Massinissa, Massinissa. Sei ancora in tempo, lo sei ancora.
Si volt di nuovo, per esaminare lo sguardo del suo interlocutore. Vide che Lelio, l'unica altra persona presente nella tenda, teneva la mano sull'impugnatura della spada, pronto in caso di necessit. Publio gli lanci una rapida occhiata e Lelio si contenne, per il momento. Il proconsole continu allora a parlare guardando fisso Massinissa negli occhi, il quale restava immobile, stringendo le labbra, trattenendo la rabbia.
Massinissa, abbiamo combattuto insieme e abbiamo vinto. In passato, invece, in Hispania, lo hai fatto insieme ai Cartaginesi e io ti ho sconfitto. Ma gi allora, perfino allora, quando eri alleato dei miei nemici, ti ho dato una possibilit e sono stato clemente con Massiva, tuo nipote. Tuttavia non scambiare, come hanno fatto altri in passato, la mia clemenza, la mia generosit, per debolezza. Poich questo errore  diventato la tomba di molti miei nemici: degli Iberi che si sono ribellati contro di me, delle truppe che si sono ammutinate a Sucro, degli eserciti di Asdrubale Barca, di Giscone o dello stesso Siface. Da che parte vuoi stare, Massinissa? Con coloro che ti hanno fatto vincere una battaglia dietro l'altra, con le mie legioni, al mio fianco, o con coloro che finiscono per essere ammazzati ricoperti dal loro stesso sangue sul campo di battaglia? Non rispondermi ora e ascoltami bene, perch te lo dir una volta sola. Non te lo chieder pi, almeno non a parole. La prossima volta che ti chieder quello che sto per chiederti sar su un campo di battaglia e la tua cavalleria, potente com', non potr vincere da sola contro le mie due legioni. Puoi credere che io non possieda abbastanza truppe per affrontare te e poi i Cartaginesi, e pu essere vero, pu essere vero, ma anche cos lo farei, poich ho imparato che si deve affrontare un problema alla volta. Per prima cosa, mi assicurerei che la tua testa fosse infilzata su una lancia ed esibita di fronte al mio praetorium, e poi, se non dovessero rimanermi abbastanza truppe dopo aver distrutto e raso al suolo il tuo regno e aver, ovviamente, ucciso colei che ora chiami moglie, se non dovessi per allora avere abbastanza forze, richiederei rinforzi a Roma; Roma me li invierebbe e con le nuove truppe schiaccerei Cartagine. L'unica cosa che la tua diserzione pu offrire ai Cartaginesi  il tempo: tempo per prolungare la loro agonia, tempo per cercare nuove alleanze, nuovi mercenari come te, come gli Iberi, come Siface. Smetti di lottare per coloro che non ti hanno aiutato a riprendere il tuo regno dalle mani di Siface, per tutti gli di, recupera la ragione.  solo una donna quello che ti chiedo. Devi portarmi questa donna e la nostra alleanza torner forte come prima. Che cosa ti sta offrendo? Baci, sesso, promesse? Io ti offro tutto il regno della Numidia e la sicurezza di un'alleanza perenne con Roma. Sarai il pi leggendario e potente re che la Numidia abbia mai avuto. Tutto ci in cambio di una donna. Portami questa donna e fallo subito. All'alba voglio trovarmela davanti per ricoprirla di catene e portarla insieme al suo precedente marito per le strade di Roma, esibendola di fronte alle mie truppe.
Massinissa stava per replicare, ma Publio alz entrambe le mani con i palmi rivolti verso il re.
Non voglio parole, Massinissa. Le parole non servono questa notte. Voglio Sofonisba davanti al praetorium prima dell'alba oppure sapr che tu e io siamo in guerra. E sar una guerra speciale: sar qualcosa di personale.
Il re numida avrebbe voluto gridare, insultare, pregare, implorare, oppure provare a parlare serenamente, rimanere tranquillo senza fare nulla, o lottare, attaccare il proconsole proprio l, o correre via... Ma ingoi tutto e con il mento tremante per le emozioni che stava trattenendo si volt e abbandon il praetorium.
Dopo la partenza del massile, Lelio e Publio rimasero soli.
Non  esattamente questo che Sofonisba vuole, che tu e Massinissa, che noi e loro, combattiamo fino alla morte?
Senza dubbio rispose Publio tornando a sedersi. Era stanco. Ma dobbiamo sapere che cosa Massinissa preferisce: la Numidia o quella donna? Credo che sia la Numidia ci che pi lo interessa, che pi desidera, ma questo deve scoprirlo lui stesso, questa notte.
E se alla fine, nonostante tutto, scegliesse Sofonisba? chiese Lelio.
Allora... allora, si fermer a met strada tra il nostro accampamento e il suo; probabilmente chiamer le sue truppe e ci attaccher prima dell'alba. Fa' in modo che raddoppino la guardia e che gli esploratori escano a pattugliare i dintorni dell'accampamento.

Nord dell'Africa
Massinissa cavalcava quasi al galoppo. I suoi guerrieri faticavano a tenere il passo del loro re. Erano gi avanzati di alcune miglia da quando avevano lasciato l'accampamento romano. Il re era di umore nero e nessuno osava parlargli. Non ne comprendevano il motivo: aveva appena sconfitto Siface e sposato una bella giovane, la precedente regina; inoltre, il re era apparso particolarmente soddisfatto dopo aver giaciuto con lei la notte prima. Ora, invece, il loro monarca sembrava aver dimenticato ogni cosa.
Massinissa manteneva la bocca chiusa e faceva sbattere i denti tra loro mentre con le ginocchia teneva il ritmo del galoppo del suo cavallo. Stava ricordando il giorno in cui era arrivato al quartier generale di Siface, il quale, dopo la battaglia nelle Grandi Pianure, era fuggito via, finch i suoi uomini non lo avevano catturato e condotto da lui trascinandolo; e lui lo aveva lasciato tra le risate dei suoi guerrieri, perch lo portassero incatenato alla presenza del tribuno Lelio come regalo per i Romani. Ricord quando, quasi tremando per l'emozione di rivedere la bella Sofonisba, si era avvicinato lentamente alla tenda di Siface, in cerca della ragazza. Era l'unica tenda a essere rimasta integra, per suo specifico ordine, poich voleva Sofonisba viva, sana e salva, e la voleva per s. Non era ancora arrivato alla porta quando la stessa Sofonisba era uscita per riceverlo. Era, come sempre, splendida, bellissima e, con sua sorpresa, tranquilla. Sapeva che Siface era stato preso e che colui che le aveva appena portato via l'attuale marito non desiderava altro che possederla. Sofonisba aveva preceduto il desiderio carnale e passionale di Massinissa uscendo dalla tenda e davanti agli sguardi attoniti di tutti si era inginocchiata ai piedi del nuovo re che non riusciva a trattenersi, colmo com'era di vanit, di orgoglio e di lussuria.
Una volta mi hai detto, aveva cominciato a dire la giovane regina quando mi obbligasti a inginocchiarmi davanti a te nella mia tenda in Iberia, che sarebbe arrivato il giorno in cui mi sarei prostrata volontariamente. Bene, mio nuovo re, questo giorno  arrivato.
Sofonisba parlava serenamente e dolcemente, con un accenno di vulnerabilit, di fragilit nella voce, che Massinissa sapeva falso ma che non per questo mancava di essere eccitante, seducente, come quando sappiamo che il vino ci ubriacher ma continuiamo a cercare la sensazione data dal berlo. Lei, l'incantevole donna che tanto lo aveva disprezzato in passato, era finalmente inginocchiata davanti a lui e lo supplicava. Lo supplicava. Era una vittoria perfetta.
Ti imploro, in qualit di nuovo re della Numidia, aveva continuato Sofonisba ti imploro che tu vegli su di me. Come prova del fatto che non ti ho mai dimenticato, indosso ancora il braccialetto che mi hai regalato e che mai si  separato dal mio braccio.
Sofonisba si era tolta il gioiello rendendo visibile agli occhi di tutti il segno biancastro che l'oro aveva lasciato sulla pelle abbronzata, impedendo per anni al sole di scurire quella parte del suo bellissimo corpo. Lui aveva allungato un braccio e l'aveva aiutata ad alzarsi.
Ora Massinissa rallent il fluire dei ricordi mentre frenava la corsa del suo cavallo. Dal galoppo accelerato pass a un trotto pi tollerabile per tutti, sia per i guerrieri massili che lo scortavano sia per i cavalli.
L'aveva aiutata ad alzarsi e insieme erano entrati nella tenda di Siface, e sullo stesso letto su cui poche ore prima Siface aveva posseduto Sofonisba, lui aveva giaciuto con lei, durante lunghe e meravigliose ore che erano sembrate volare come aquile nel cielo. Sofonisba si era abbandonata a lui con una tale passione che aveva fatto rizzare ogni pelo della pelle del monarca dei Massili, facendo in modo che il nuovo re raggiungesse il massimo piacere pi di una volta. Poi, durante le ore precedenti l'alba, quando non si capisce se il mondo si stia dirigendo verso il giorno o verso una nuova notte, Sofonisba gli aveva parlato sussurrando, e la sua voce melensa doveva essere come quella delle sirene che stregarono Ulisse.
Ti chiedo solo di proteggermi dai Romani... che tu stesso mi protegga da loro... Siface non ne era all'altezza... ma con te tutto sar diverso... tu sei giovane, forte, coraggioso, non come quel codardo di Siface... Posso parlare con mio padre e Cartagine ti riconoscer come nuovo re della Numidia... devi solo aiutarci a scacciare questo romano dall'Africa e allora io e tutta la Numidia saremo tue... eternamente tue... mio signore, mio re, mio padrone.
Massinissa mise da parte i propri pensieri e fren il cavallo. L'animale e il re rimasero immobili nella notte. Il cielo senza nuvole era punteggiato di stelle. I guerrieri massili tacevano per non interrompere il silenzio del loro signore. Massinissa smont da cavallo e lasci che uno dei soldati ne prendesse le redini, mentre lui si allontanava di qualche passo in cerca di un raccoglimento che tutti rispettarono. Doveva prendere una decisione e doveva farlo l, in quel preciso momento. Non aveva molto tempo. Si trovavano a met strada tra l'accampamento del generale romano e il suo. O continuava a essere fedele a Publio Cornelio Scipione e gli consegnava Sofonisba per poi affrontare i Cartaginesi e dopo la vittoria diventare re di tutta la Numidia, oppure rimaneva a fianco di Sofonisba, alleandosi con i Cartaginesi e aiutandoli a sconfiggere Publio Cornelio Scipione per poi essere riconosciuto re dagli stessi Cartaginesi. Con quest'ultima scelta poteva ottenere sia la Numidia che Sofonisba. C'era un unico problema: Publio Cornelio Scipione non era mai stato sconfitto. N in Hispania n in Africa. Il generale romano aveva s condiviso le sconfitte romane in Italia, ma all'epoca non era al comando. Da quando era diventato generale cum imperio, imperator di varie legioni, aveva sconfitto i Cartaginesi a Carthago Nova, a Baecula, a Ilipa, impadronendosi di tutte le miniere d'argento della regione. Inoltre, aveva stravinto gli Iberi ribelli di Castulo e Iliturgi, aveva represso severamente la rivolta di Sucro e aveva nuovamente sconfitto i ribelli iberici Indibil e Mandonio, i quali, commettendo un fatale errore, lo avevano creduto morto; aveva poi conquistato Locri in Italia e Saleca in Africa, sconfitto prima Annone e poi Siface e, ancora una volta, Giscone.
Massinissa si dibatteva violentemente nel proprio intimo. Desiderava Sofonisba, ma Scipione era un nemico temibile, un avversario di una grandezza difficile da misurare. Disponeva di sufficienti forze militari per affrontarlo? Forse attraverso l'alleanza con Cartagine. Forse se il generale al comando dei Cartaginesi fosse stato Annibale...

Accampamento principale romano vicino a Utica
Il segnale d'allarme sorprese Publio mentre tentava di addormentarsi all'interno del praetorium. Scatt immediatamente in piedi e, con l'aiuto di uno schiavo, si vest, si aggiust la corazza e calz i sandali mentre Lelio lo informava di ci che stava succedendo.
Massinissa  di fronte all'accampamento.
Da solo? chiese il proconsole, anche se sapeva gi la risposta, dal momento che se fosse venuto solo o con la sola scorta di un piccolo gruppo di cavalieri non avrebbe fatto suonare l'allarme mettendo sul piede di guerra l'intero accampamento.
No rispose Lelio con fermezza.  accompagnato dall'intero esercito della sua cavalleria. Sono varie migliaia. La battaglia sar cruenta.
Il proconsole era nervoso e scacci lo schiavo disprezzando il ritardo con cui il servo gli legava i gambali agli stinchi. Termin da solo il nodo a uno dei lacci che stringevano i gambali alla sua pelle per proteggerla dalle spade nemiche.
Andiamo disse infine, dirigendosi a grandi passi verso l'uscita della tenda, seguito da vicino da Gaio Lelio.
Nell'accampamento si stava preparando ogni cosa per la difesa e, se il proconsole lo avesse ritenuto necessario, per fare uscire tutte le truppe che il generale considerasse adatte. Quasi correndo, Publio Cornelio Scipione, insieme a Lelio, Marcio e Silano, raggiunse la muraglia fortificata vicino alla porta praetoria. Voleva vedere con i suoi occhi questo nuovo Massinissa che ora si ribellava contro di lui. Un altro tradimento. In fondo ne era sorpreso. Si era sbagliato nel credere che Massinissa avrebbe considerato pi importante rispettare l'alleanza con lui, e possedere cos l'intera Numidia, che piegarsi alla passione per quella donna cartaginese. Forse aveva ragione Siface, quando aveva detto che Sofonisba era capace di stregare tutti, oppure, peggio ancora, forse Massinissa aveva rivalutato le forze degli uni e degli altri giungendo alla conclusione che se Annibale avesse fatto ritorno sarebbe stato meglio che lo avesse trovato al fianco dei Cartaginesi.
Dall'alto della palizzata la visione era preoccupante. La cavalleria numida di Massinissa si estendeva per un intero miglio, in un'interminabile fila illuminata da centinaia di torce, nel mezzo di una notte dal cielo limpido. Era un'immagine surreale. Erano meno di quelli che sembravano, ma erano guerrieri coraggiosi e fedeli al loro re. Lo scontro, come aveva previsto Lelio, sarebbe stato terribile e la perdita di soldati e risorse considerevole. Quella battaglia poteva presupporre la fine di quell'altalenante campagna in Africa, senza aver raggiunto l'obiettivo per il quale erano sbarcati fin l: la ritirata di Annibale dall'Italia. E tutto questo per colpa di una donna.
Ordiniamo l'uscita? chiese Lelio.
Publio annu lentamente, ma poi ci ripens.
No.  troppo pericoloso. Le truppe tarderebbero a uscire, potendolo fare solo a poco a poco attraverso la porta praetoria, che  troppo stretta.  quello che si aspettano. Si lancerebbero contro le truppe, come fecero a Saleca contro i cavalieri di Annone.
Possiamo difendere i velites e gli hastati dalla palizzata e con le catapulte mentre si dispongono di fronte all'accampamento sugger Marcio.
Anche cos avremmo troppe perdite replic Silano.
Cadde un pesante silenzio.
E le altre porte? chiese Publio.
Ci abbiamo pensato rispose Silano ma Massinissa ha inviato pattuglie intorno a tutto l'accampamento. Se organizziamo un'uscita da una delle altre porte, lo sapranno immediatamente e la cavalleria potr raggiungere rapidamente qualunque angolo.
 abile, Massinissa disse Publio, quasi con una punta di orgoglio; in fin dei conti il numida lo aveva aiutato a sconfiggere i Cartaginesi in varie occasioni.  abile.
Guarda! disse Marcio indicando verso il centro della formazione numida.
Un piccolo gruppo di cavalieri si stava avvicinando e tutto sembrava indicare che il nuovo re della Numidia volesse mettersi alla guida di quel ridotto contingente. Man mano che si avvicinavano, l'imponente e agile figura di Massinissa si rendeva pi visibile in mezzo alla tremolante luce delle torce numide.
Vuole parlamentare disse Lelio.
Aprite le porte ordin Publio. Scender. Mi accompagneranno Lelio e una turma della cavalleria.
Marcio e Silano annuirono anche se con disappunto. Li preoccupava il fatto che il generale mettesse in pericolo la propria vita. Se gli fosse successo qualcosa, nessuno avrebbe saputo cosa fare, abbandonati l, in mezzo all'Africa, circondati da nemici mortali da ogni parte. Con il proconsole al comando, invece, tutto appariva differente, organizzato, pianificato.
Massinissa procedeva a cavallo, pieno di odio, di rabbia e di pena. Era furioso a livelli sconosciuti, sia da lui sia dai suoi fedeli che lo avevano accompagnato per tanti anni nel suo lungo esilio. Nessuno di loro aveva mai visto il re tanto adirato, sconvolto, furibondo. Nessuno sapeva bene cosa sarebbe successo quella notte. Sapevano solo una cosa: era il loro re e lo avrebbero seguito fino alla morte.
Publio, consigliato da Lelio, avanz solo di un centinaio di passi, dopo aver attraversato la porta praetoria. Non dovevano allontanarsi dalla protezione garantita dagli arcieri romani posizionati sulla palizzata dell'accampamento nel caso in cui quell'incontro si tramutasse, da un colloquio, in un combattimento corpo a corpo. Era una notte sorprendente e gli avvenimenti si stavano susseguendo tumultuosamente. Per la prima volta dopo molto tempo, Publio sentiva di non avere il controllo della situazione ed era confuso, preoccupato.
Massinissa non arrest il proprio avvicinamento al passo fin quando non si trov di fronte alla turma del proconsole. Numidi e Romani, che per mesi avevano combattuto uniti, si ritrovavano ora gli uni contro gli altri. L'accampamento romano aveva acceso una gran quantit di fal e di torce. Era una notte di fiamme, che a tutti ricordava quella in cui avevano attaccato insieme gli accampamenti di Siface e Giscone, quando ancora non erano nemici...
Publio avanz con il suo cavallo di qualche passo. Massinissa lo imit. Re e proconsole, proconsole e re, a solo un paio di passi l'uno dall'altro, a cavallo, a testa alta, orgogliosi. Due magnifici guerrieri, due grandi generali, due potenti nemici.
Mi hai chiesto di consegnarti Sofonisba cominci Massinissa senza tante storie o falsi preamboli.
E te lo chiedo ancora afferm Publio Cornelio Scipione con decisa fermezza.
Mi stai chiedendo di consegnarti la mia donna, mia moglie...
Avresti dovuto consultarmi prima di celebrare il matrimonio.
Per tutti i miei di e per quelli di Roma! Io sono il re! Da quando un re chiede il permesso per questo genere di cose?
Publio non retrocedette, anche se sentiva che Lelio e i cavalieri romani, alle sue spalle, si stavano innervosendo.
Sei re grazie al mio aiuto, sei re perch le mie legioni sono qui.
Anch'io ho combattuto, e con coraggio, aiutando te e i tuoi legionari; e ora li vuoi mandare contro di me?
Non voglio mandarli contro di te, ma non posso accettare un matrimonio che mette a rischio la nostra alleanza.
E sei disposto a combattere per questa donna?
S, sono disposto.
Massinissa stringeva le labbra, muovendole dentro e fuori dalla bocca, come se volesse continuare la discussione ma gli mancassero le parole in quel latino che non era la sua lingua materna. Non era certamente un oratore e non era abituato agli accesi dibattiti del Senato romano. Lui era un uomo d'azione.
Quello che mi hai chiesto disse alla fine il numida presuppone la fine della nostra amicizia.
Si volt verso i suoi guerrieri e fece loro un segnale. Lelio sguain rapidamente la spada e lo stesso fecero gli altri cavalieri della turma. In cima alla palizzata, Marcio ordin che gli arcieri tendessero gli archi e che vari manipoli appostati vicino alla porta praetoria si preparassero a uscire accompagnati dalle altre turmae.
Tra i guerrieri massili si fece avanti un cavaliere che trasportava un involto legato con delle corde e sistemato di fronte alla sella, sull'imponente cavalcatura. Appena il cavaliere si trov davanti al re, Massinissa smont da cavallo e, di fronte allo stupore dei Romani, prese tra le braccia il pesante involto che il cavallo del suo guerriero trasportava. Caricandoselo sulle spalle, si avvicin ai piedi del cavallo del console.
Ecco Sofonisba.  morta. Morta per sempre. Fa' di lei quello che vuoi, romano, e mai, mai, disse il re mentre depositava sulla sabbia dell'Africa il corpo della giovane avvolto da varie coperte di bianco tessuto immacolato mai pi dovrai chiamarmi amico. Tu e io, Publio Cornelio Scipione e il re Massinissa, non siamo pi amici. Non combatter mai pi per te. Mai pi. A partire da ora, tutto quello che far sar solo per me stesso, unicamente per me stesso, legittimo e indipendente re della Numidia.
Massinissa mont con un balzo sul cavallo, si volt e part al galoppo, scortato dai suoi soldati e dal vento della notte, mentre tra le ombre dei fal e delle torce tutto il suo esercito scompariva nello scuro orizzonte dell'alba.
I Romani rimasero l con le armi sguainate, gli archi puntati sul nulla, i cavalli che scalpitavano nervosi perch nervosi erano i cavalieri, tutti guardando uno spazio vuoto, nell'orizzonte che cominciava a impallidire per i primi raggi, ancora timidi, dell'aurora. Tutto appariva come fosse un sogno, un incubo surreale, eccetto per il fatto che ai piedi del proconsole di Roma c'era un fagotto della grandezza di una persona di corporatura minuta, avvolta da coperte di lana bianca che sembravano brillare alla luce del fuoco.
Il proconsole guard Lelio e il tribuno annu. Gaio Lelio smont da cavallo e si avvicin al fagotto inerte. S'inginocchi davanti a esso e cominci a slegare con attenzione le corde che sostenevano le coperte. Solo lui, tra tutti i Romani, aveva visto Sofonisba, durante la battaglia delle Grandi Pianure insieme a Massinissa. Solo lui poteva confermare se quello era davvero il cadavere della figlia del generale cartaginese Asdrubale Giscone.
Le corde cedettero sotto le robuste dita del veterano tribuno. Lelio le tir e le separ dalle coperte. Poi sollev un lembo e, delicatamente, lo scost fino a lasciare visibile il viso della pi bella delle donne, che con gli occhi chiusi, il corpo ancora caldo, sembrava addormentata invece che morta. Il tribuno si volt verso Publio e assent. Il proconsole cap allora che Massinissa aveva deciso di eseguire l'ordine di consegnare Sofonisba, ma a modo suo: consegnandola morta anzich viva, uccisa prima di permettere ai Romani di umiliarla, trascinandola incatenata per le strade di Roma insieme a Siface. Lelio copr di nuovo il volto della splendida donna. In piedi, guardando l'orizzonte, parl al vento.
Non c' stata battaglia ma abbiamo comunque perso la cavalleria.
Publio, rimontato a cavallo, contempl l'alba.
No, Lelio. Abbiamo perso l'amicizia del re, ma Massinissa ha bisogno, ora pi che mai, di sconfiggere i Cartaginesi. Quando lo chiameremo, arriver. Lo far, questo s, per il proprio interesse, non per aiutarci. Per il momento, sar meglio lasciare che il tempo curi le ferite e, se  possibile, che risollevi l'animo del nuovo re dei Numidi.
Per la sua amicizia ci sarebbe stata utile insistette Lelio, che gi da prima giudicava l'alleanza con Massinissa troppo debole.
L'amicizia  forte quando non  mossa dall'interesse personale, come dice Aristotele, ma tra noi e Massinissa non c' mai stato altro che interesse. In questo caso,  meglio che la nostra alleanza dipenda dalla sua ambizione.
Lelio non disse nulla. Un cavaliere gli avvicin il suo cavallo. Il tribuno ci sal sopra. Altri due cavalieri scesero per sistemare delicatamente, sopra un altro cavallo, il corpo di colei che per un breve momento aveva vissuto il sogno di essere regina, regina in un mare di uomini, nel mezzo di una lunga e complessa guerra che si stava portando via, a poco a poco, uomini, donne e bambini, amici e nemici, generali e consoli, re e regine; una guerra eterna che si stava estendendo sul mondo come una notte senza fine. Una guerra che minacciava di travolgere tutti i suoi protagonisti fino a quando, nel vuoto finale, non fosse rimasto che oblio e silenzio.
Nei giorni seguenti, i legionari della V e della VI poterono ammirare lo splendido corpo della giovane regina Sofonisba esposto nel centro dei pincipia di fronte alla tenda del praetorium. Nell'animo di ogni soldato che si fermava per un istante davanti a quel bellissimo cadavere cresceva l'ammirazione per il potere del generale: un re aveva consegnato la propria regina morta, la pi bella donna che avessero mai visto, solo perch il generale lo aveva ordinato. Publio Cornelio Scipione era ormai pi di un proconsole o di un imperator agli occhi di quegli uomini che tempo prima si erano arresi alla disperazione dell'esilio perpetuo. Per loro, Scipione era l'uomo pi forte e temibile del mondo, era il loro capo e la loro unica possibilit di ritornare a Roma. Davanti a lui, cadevano re iberici e numidi e tutti i generali che Cartagine inviava per combatterlo.
Sotto gli sguardi meravigliati dei legionari, Sofonisba, morta, rimaneva l, con i suoi scuri occhi rigidi, chiusi, mentre lo spirito ancora caldo lottava per non abbandonare la terra dei vivi, quei vivi che tanto l'avevano defraudata. Prima, aveva dovuto assistere alle sconfitte subite dal padre per mano di quel generale romano che tutti chiamavano Scipione; poi, dopo essere fuggita dall'Iberia in fretta e furia, si era resa conto che il suo piano di sposare il terribile re Siface della Numidia non aveva dato i frutti sperati e, ancora una volta, il generale Scipione, in un sorprendente e rischioso attacco notturno, aveva distrutto in un sol colpo gli eserciti del marito e del padre. La dolcezza dei suoi baci aveva fatto in modo che il marito si ribellasse nuovamente ai nemici della sua patria, ma i Romani, alleatisi con l'astuto e audace Massinissa, avevano definitivamente sconfitto Siface. Anche cos, Sofonisba, come una gatta, era stata capace di recuperare una nuova vita, e aveva catturato, nella sua rete d'incanto e bellezza, Massinissa, chiamato a essere il nuovo re della Numidia, colui che, se fosse riuscita ad allontanare il generale romano, avrebbe potuto divenire l'ariete della causa cartaginese. Sofonisba aveva assistito preoccupata alla partenza notturna del suo nuovo re, suo nuovo marito, verso l'accampamento romano.
Non andare lo aveva supplicato tra sospiri e carezze, riuscendo quasi a trattenerlo, ma Massinissa si era liberato degli insistenti attacchi delle sue braccia, della sua pelle soave e vellutata.
Devo andare aveva detto. Forse posso ottenere un patto con Scipione. Forse possiamo arrivare a un accordo tra Cartagine e Roma.
Sofonisba negava ripetutamente con la testa.
 la stessa cosa che diceva Siface e ora lui  prigioniero dei Romani. Scipione ti vuole solo per la tua cavalleria.
Pu darsi, aveva risposto gi sulla porta della tenda, vestito e armato per mi ha aiutato a sconfiggere i miei nemici e mi ha consegnato l'intera Numidia.
Ma ti chieder la mia testa.
Parler con lui.
E Sofonisba lo aveva guardato partire. Lui aveva parlato con il romano, il romano aveva chiesto la sua testa e Massinissa non aveva potuto n saputo trovare il coraggio di negargliela. Non aveva nemmeno avuto la forza di tornare a comunicarle di persona il risultato dell'incontro con Scipione. Invece, il nuovo re dei Numidi si era fermato a met strada e aveva inviato uno dei suoi guerrieri perch trasmettesse il funesto messaggio. Quando Sofonisba aveva visto che non era Massinissa a entrare nella tenda, ma un subalterno, un ufficiale a lei sconosciuto, un guerriero massile con un'espressione pi di paura che di rispetto, aveva compreso che era giunta la fine dei suoi giorni.
Il re dice... aveva cominciato il massile esitando dice che deve consegnarti al generale romano. Che non c' altra possibile soluzione davanti alle esigenze di Scipione. Che vorrebbe lottare per te, ma non ha abbastanza uomini n esercito per salvarti e che, o ti consegna subito, o dovr farlo quando tutto il suo esercito e il suo potere saranno stati distrutti dalle legioni maledette.
Sofonisba aveva ascoltato in piedi, vicino a una sedia alla quale si era appoggiata per trovare le forze che l'aiutassero ad affrontare il sublime momento della sconfitta finale.
Il re Massinissa dice che deve consegnarti viva, ma che non vuole essere complice dello spettacolo di una regina della Numidia ricoperta di catene ed esibita come un animale per le strade di Roma... per questo il mio re... il mio re ti manda questa coppa...  la sola cosa che pu fare...
Il guerriero massile aveva offerto la coppa colma di vino e di veleno mortale a colei che era la sua regina. Sofonisba aveva sorriso disinvolta, quasi divertita.
Lascia la coppa per terra e vattene, guerriero, torna dal tuo re.
Il massile, sollevato dal fatto di poter lasciare quella tenda impregnata di fallimento e di morte, aveva obbedito, ma prima che potesse uscire la voce della regina aveva ripreso a parlare, bloccando i suoi passi.
Per devi dire al re Massinissa... digli che Sofonisba conosce bene quel temerario massile che la corteggiava negli accampamenti del padre in Iberia e che ebbe perfino l'audacia di entrare nella sua tenda e assassinare la sentinella solo per poter toccare la sua pelle; digli che con la mia morte anche questo re sar morto. Digli, guerriero massile, che Massinissa, con la mia morte, cesser di essere re per diventare un semplice servo del generale di Roma e quando Annibale ritorner nella mia patria e i suoi elefanti calpesteranno le legioni di quel generale, digli che allora non esisteranno altri re numidi in Numidia, ma solo il potere di Cartagine, e che tutto il suo popolo che ora maledico, come maledico lui, striscer per secoli sotto la maledizione di Sofonisba.
Il soldato, che aveva ascoltato girato quasi di spalle, vicino alla porta della tenda, le terribili parole di colei che era ancora la sua regina, annuendo era uscito da quel luogo, pi nervoso di quando ne era entrato. Sofonisba era rimasta sola. La luce delle candele creava fantasmagoriche ombre tremolanti, come fossero spaventate. Dall'esterno si udiva un cavallo scalpitare e vari uomini sussurrare. Tutti attendevano inquieti la sua decisione, la conclusione finale e definitiva. Sofonisba, figlia di un generale cartaginese, sposa e regina dei due re della Numidia, aveva camminato lentamente verso la coppa che, indifferente alle passioni di uomini e donne del suo tempo, rimaneva immobile nel centro della tenda.
Sofonisba si chin, prese la coppa tra le dita sottili e ne avvicin il bordo alle labbra carnose. Il liquido mortifero, occultato dal gustoso sapore del vino, scivol nella gola della giovane regina, e cos, Sofonisba, regina della Numidia, venduta da suo padre, abbandonata dal primo marito sconfitto sul campo di battaglia e tradita dal secondo troppo ambizioso, bevve la propria morte.
Quanti uomini e quanti codardi, tutti. Due intere legioni sono servite per obbligarmi a bere da questa coppa. E pensano di essere valorosi... disse tra bisbigli carichi di risentimento; ma subito sent che le si smorzava il respiro e si raggomitol sul letto, abbracciata a se stessa, l'unica cosa che le rimaneva, e, pensando di addormentarsi, smise di sentire le braccia e le gambe e infine si dimentic di respirare.

81. IL RITORNO DI ANNIBALE.
Crotone, Bruzio, Sud d'Italia, autunno del 203 a.C.

Annibale guardava in direzione della baia di Crotone, le braccia sui fianchi. Non solo doveva sopportare il dolore per la terribile notizia della morte del suo secondo fratello, il piccolo della famiglia, a causa delle ferite riportate durante la durissima campagna nel Nord d'Italia, che di ritorno verso l'Africa si era fermato in Sardegna nel disperato tentativo di curarsi ma senza ottenere risultati. L, su quell'isola, il giovane fratello sarebbe rimasto per sempre. Il dolore gli spaccava il cuore in due; aveva sperato di addolcire, grazie all'incontro con l'unico dei suoi fratelli ancora in vita, quel triste dovere: l'inevitabile ritorno in Africa senza aver ottenuto la vittoria su Roma. Come se tutto ci non bastasse, si trovava pure obbligato a organizzare il viaggio di ritorno delle sue truppe con mezzi insufficienti. Quello era davvero paradossale: non gli avevano inviato abbastanza navi per trasportare tutte le truppe in Africa. Per tutto il giorno avevano caricato le triremi e le navi mercantili che Cartagine aveva inviato per quella grande missione ed erano risultate insufficienti.
 impossibile, mio generale disse Maarbale, in piedi, alle spalle di un disperato Annibale. Dovremo lasciare qui molti uomini.
Per Baal, Melqart, Tanit e tutti gli di! Annibale si mise entrambe le mani in testa. Devono essere degli incapaci per non riuscire a sconfiggere queste due legioni romane mentre qui, da tanto tempo, combattiamo contro sette o otto di esse ogni anno. E va bene, dobbiamo tornare a causa della loro inettitudine. E posso anche capire, Maarbale, che non vogliano inviarci tutte le scorte e i rinforzi di cui abbiamo bisogno, questo lo posso capire; cos come posso intendere che i miei nemici a Cartagine, cominciando da quell'inetto di Giscone, avrebbero preferito che io fossi rimasto ucciso in Italia, anche se ci avrebbe significato la disfatta per Cartagine. Ma questo... questo non lo posso proprio accettare: ora ci chiedono di tornare perch hanno paura, tutti i vecchi senatori sono spaventati da questo generale romano, questo Scipione che ha gi cacciato Giscone dall'Iberia e, anche se sono intimoriti come delle bambine, non ci inviano sufficienti trasporti per imbarcare tutte le truppe di ritorno in Africa.  assurdo.
Forse vogliono che le forze riunite siano equilibrate e non formate solo dai tuoi fedeli rispose Maarbale.
Annibale si sedette sopra un mucchio di sacchi di farina che aspettavano di essere caricati, dove non si sapeva ancora.
Sicuramente hai ragione. So che Cartagine aspetta anche il ritorno del resto delle truppe che erano state assegnate a Magone. Poi s'interruppe per un istante, abbassando lo sguardo. Annibale non aveva nessuno, a parte forse Maarbale, di cui potersi fidare. S, sicuramente  cos. Vogliono che il nuovo esercito venga costituito per un terzo dalle truppe reimbarcate in Sardegna, quelle che comandava Magone e che sono state sconfitte nel Nord d'Italia, per un altro terzo dalle nuove leve del maledetto Giscone che si trovano gi in Africa e per un ultimo terzo dai miei veterani. Se mi lasciassero imbarcare tutte le forze, quasi la met del nuovo esercito sarebbe composto dai miei fedeli. Questa  l'unica spiegazione. Non vogliono che io abbia tanti devoti in Africa.
Eppure, la spiegazione non risolveva il problema pi immediato: che cosa imbarcare e che cosa o chi lasciare a terra. Annibale avvert lo sguardo inquisitorio di Maarbale e rispose con ci che stava gi pensando da diverse ore, da quando era risultata assolutamente evidente l'impossibilit di imbarcare l'intero esercito con cui aveva combattuto per anni in Italia.
Imbarcheremo solo soldati e viveri... solo il necessario per il viaggio. Una volta in Africa, a Leptis Minor o a Hadrumetum, potremo rifornirci. In questo modo potremo imbarcare pi soldati. Ho buone relazioni con molti dei nobili di quelle citt.
E la cavalleria? chiese Maarbale.
Non la imbarcheremo. I cavalli occupano troppo spazio. Ho inviato degli emissari al re Ticheo della Numidia.  un parente di Siface ed  ansioso di vendicare la sua disfatta e liberarlo dalle catene con le quali senz'altro il giovane Scipione lo ha imprigionato, se non lo ha gi ucciso, che  quello che meriterebbe per quanto  inetto. In realt, il generale romano dovrebbe davvero crocifiggere Siface, e Cartagine dovrebbe fare lo stesso con Giscone, ma non osano farlo. Due imbecilli. Lo avevano gi circondato e questo generale romano ha distrutto i loro accampamenti in una sola notte, in un solo attacco. Degli incapaci.
Le parole di Annibale su Giscone erano un affronto, poich Giscone, nonostante la sua incapacit, era un alto generale di Cartagine; eppure Maarbale non poteva che essere d'accordo con quello che diceva Annibale e si limit a sorridere.
Annibale continu a parlare, come se lo stesse facendo per se stesso, come se tentasse di convincersi che stava facendo la cosa giusta.
Ticheo ci procurer la cavalleria. In questo modo, potremo caricare fino a quindicimila uomini o forse qualcuno di pi; ma anche cos saremo costretti a lasciare a terra circa diecimila guerrieri.
Cosa ne facciamo dei cavalli?
Li sacrificheremo tutti rispose Annibale senza poter evitare una certa inquietudine. Non possiamo lasciarli in dono al nemico. Duemila cavalli morti e diecimila guerrieri abbandonati a terra. Spero di non doverli rimpiangere. Spero di fare la cosa giusta.
Sono sicuro che i soldati di Magone e le truppe di Giscone li rimpiazzeranno e non ne sentiremo la mancanza disse Maarbale tentando di incoraggiare il generale.
Annibale lo guard perplesso e neg con la testa. Mi riferisco ai cavalli. E ripet guardando verso la baia: Mi riferisco ai cavalli.
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LIBRO Ottavo.
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LA BATTAGLIA DI ZAMA
202 a. C.
Deducunt habiles gladios filo gracilento...
Denique ui magna quadrupes eques atque elephanti proiiciunt sese...
Iamque fere puluis ad caelum uasta uidetur...
Hastati spargunt hastas, fit ferreus imbet...
[Traggono fuori spade efficienti dalla lama sottile...
Infine con impeto grande i quadrupedi, i cavalieri e gli elefanti si precipitano...
e gi quasi fino al cielo una polvere enorme si vede
gli astati lancian a ventaglio le aste. Avviene di ferro una pioggia]
ENNIO, frammenti del libro VII degli Annali sulle guerre puniche

82. LA FINE DEL VIAGGIO.
Roma, gennaio 202 a.C.

Quinto Fabio Massimo osservava il cielo in silenzio. Era seduto su una roccia in cima alla collina, al centro della sua tenuta, da dove si scorgeva Roma. Era il luogo in cui eseguiva le cerimonie in qualit d'indovino per predire il futuro. Prima, intravedeva sempre qualcosa, per poco che fosse. Di solito nitidamente, in rare occasioni in forma confusa e, che ricordasse, gli era capitato solamente una volta di sbagliare: non era stato capace di prevedere che i suoi piani per far cessare l'alleanza tra Gaio Lelio e il giovane Scipione si sarebbero conclusi con un fallimento. Restava ancora da predire lo sviluppo finale della campagna in Africa, eppure le cose sembravano procedere bene per l'eterno proconsole degli Scipioni: due vittorie consecutive contro gli eserciti punici e numidi avevano favorito Publio Cornelio Scipione, ora pronto ad assediare la stessa Cartagine.
Quinto Fabio Massimo tossicchi e sput da un lato, per evitare che la saliva cadesse sulle linee incrociate che aveva tracciato nel suolo per realizzare la lettura del futuro. Era stanco. Non aveva visto nulla. Nulla. Era strano. Era la prima volta che gli succedeva. Non perch ci fossero stati dei segnali confusi, degli uccelli anomali o stormi con voli ambigui, alti o bassi, no, non era questo, e non era nemmeno colpa della sua vista stanca, che non distingueva pi nitidamente l'origine del volo dei volatili, cosa che per capitava spesso ultimamente. No, era una sensazione diversa e incomprensibile. In mezz'ora non aveva trovato nel cielo nemmeno un volatile e, peggio ancora, nel tempo che aveva passato seduto su quella roccia non aveva nemmeno udito il canto degli uccelli. Perch tanto silenzio quando Quinto Fabio Massimo chiedeva agli di notizie sul futuro?
L'anziano senatore si aiut appoggiando le mani sul lituus per alzarsi dal suo improvvisato sedile e riprendere la strada di ritorno verso la propria domus. Adesso guardava bene dove metteva i piedi. Ultimamente inciampava con troppa frequenza. Alla fine, aveva dovuto ammettere con se stesso, in segreto, che la vista si era indebolita, soprattutto nell'angolo destro inferiore. Per qualche motivo appariva un'ombra da quel lato. Non ne aveva fatto parola ai medici perch non voleva far conoscere una sua debolezza.
Fabio Massimo camminava lentamente durante quella discesa di ritorno verso la domus. Passeggiava tra i cipressi che vigilavano il sentiero ed era come se man mano la distanza tra un albero e l'altro si allungasse. Faticava a respirare. Pens di fermarsi e di sedersi sul bordo della strada, ma non c'era nessun posto appropriato per farlo, nessuna pietra o tronco abbastanza grandi. Avrebbe ordinato che si mettessero delle panchine lungo tutto il sentiero. Cos avrebbe potuto riposare dove e quando ne avesse avuto voglia. La fine della strada sembrava non arrivare mai. Si ferm di fianco a uno degli altissimi alberi e si appoggi al possente tronco con una mano, mentre con l'altra si sosteneva sul lituus. Inspir intensamente varie volte. Gli parve di sentirsi meglio. Un poco pi sollevato, riprese il cammino attraverso il tortuoso sentiero. Non credeva che sarebbe stato tanto lungo, o almeno, tale gli sembrava in quel fioco pomeriggio.
Quinto Fabio Massimo raggiunse finalmente la porta di casa. Era aperta, ma tutta la villa era circondata dalle mura, vigilate da un esercito di schiavi e liberti. L'anziano senatore entr nel vestibolo e poi da l, dopo pochi passi, raggiunse l'ampio atrio della sua dimora. Credeva di trovare, dentro le solide mura dell'abitazione, maggior sollievo e riposo, ma non fu cos.
Quinto Fabio Massimo, soprannominato Verrucoso per la crescente verruca sul labbro inferiore, l'uomo che aveva fermato Annibale durante le peggiori settimane di quella guerra, conquistatore di Tarentum, cinque volte console di Roma, una volta dittatore, ugure permanente e princeps senatus a vita, svenne, a ottanta e passa anni d'et, sopra le tessere di uno dei giganteschi mosaici della sua casa, che ricreava con sontuosi dettagli il suo primo grande trionfo, celebrato nell'anno 521 ab urbe condita, come recitava la scritta ai piedi del mosaico. Da quell'evento erano passati gi pi di quarant'anni.
Il sangue di Massimo si sparse lungo le sottili fessure che separavano le tessere. Con lui, cadeva una parte della storia di Roma, con lui crollava un modo di interpretare il destino della Repubblica, con lui si sgretolava un intero mondo. Forse proprio per questo, perch proprio cos Massimo interpretava se stesso, cerc le forze nonostante la debolezza e tent di alzarsi ma, stordito dalla botta e senza energie, non pot fare altro che trascinarsi fino a una delle pareti e rimanere l, mezzo seduto, con la schiena appoggiata al muro.
Un fiotto di sangue caldo gli sgorgava dalla fronte. Non port nemmeno la mano alla ferita; non per timore di confermare la seriet del taglio ma solo per il totale sfinimento. Le sue ultime forze rimaste erano scomparse nei due metri lungo i quali si era trascinato sulle tessere del mosaico della sua casa.
Un giovane schiavo incaricato della cucina apparve nell'atrio, richiamato, senza dubbio, dal rumore del colpo della caduta, e rimase di stucco nel trovarsi davanti l'impensabile: il potente Quinto Fabio Massimo giaceva ricurvo, ferito, vulnerabile. Si avvicin lentamente al padrone.
Fabio Massimo, pur con un debole filo di voce, riusc a rendere udibili le sue istruzioni: Chiama i medici... e Marco. Di' loro... che vengano... subito....
Lo schiavo spar a grande velocit, tra lo spavento e l'ansia di dover obbedire agli ordini. Poi, s'intravidero due figure dai soavi contorni, vestite di lana bianca sottile e con tuniche scandalosamente corte che lasciavano scoperti i bei polpacci e le cosce perfettamente tornite. Le due schiave si avvicinarono al padrone ferito.
Portatemi dell'acqua cominci a dire Fabio Massimo, acqua... per bere e... per pulirmi le ferite.
Una delle giovani si volt per cercare quello che aveva richiesto, ma l'altra rimase ferma, si avvicin timidamente all'anziano senatore e gli si chin sopra, per poi inginocchiarsi accanto a lui. Lo osservava con attenzione. Fabio pens che stesse valutando la gravit delle ferite e il modo migliore per curarle, ma la ragazza si rivolse alla compagna con un tono freddo che sorprese il vecchio e implacabile princeps senatus.
Non andare a prendere l'acqua, sorella. Queste ferite non guariranno.  troppo grave.
L'altra giovane si ferm e ritorn dove giaceva il corpo gravemente ferito di Quinto Fabio Massimo. Il volto della ragazza esibiva un'evidente combinazione di confusione e nervosismo.
Cosa le aveva detto la sorella? Si stava opponendo al padrone. Le avrebbe uccise per questo. Peggio ancora, le avrebbe torturate a morte. Fabio Massimo guardava con odio fatale la giovane schiava ribelle che gli stava negando aiuto. I suoi occhi potevano ancora vedere sulla sua pelle i segni delle frustate, che emergevano dalla schiena e si scorgevano sulle spalle nude. Non era passata nemmeno un'ora da quando le due schiave erano state sotto i suoi piedi, assaporando l'affilata pelle della sua frusta, e ora osavano ribellarsi. Le uccider, le uccider piano, lentamente. Avranno la pi orribile di tutte le morti possibili. La ragazza osava perfino fissarlo direttamente negli occhi, lei, una misera schiava, che fissava lui, senatore di Roma, ex console, ex dittatore, ugure, lui! Il volto gli arse dall'ira e divenne rosso per il sangue che gli ribolliva sotto la pelle. Voleva parlare, ma gli mancava l'aria e non ci riusciva.
Dobbiamo ucciderlo ora che ne abbiamo l'opportunit, per Iside disse la schiava ribelle.
La sorella neg con la testa, ma l'altra insistette, mentre cercava qualcosa con lo sguardo.
Baster un cuscino per soffocarlo. E si alz per cercarlo, mentre l'incredulo Massimo registrava ogni parola incrementando le dimensioni della crudele vendetta che stava pianificando per uccidere quelle due schiave non appena si fosse rimesso in sesto.
In quel preciso momento, arrivarono i due medici che risiedevano nella villa. Due greci assunti da Fabio per vigilare sulla sua salute e, insieme a loro, c'era anche Marco Porcio Catone. Questo lo risollev. Per fortuna anche un amico, qualcuno che lo comprendeva, qualcuno che sapeva. Doveva dirgli tante cose... ma non aveva voce...
Massimo vide che le schiave, inquiete per non aver avuto il tempo di portare a termine le loro terribili intenzioni, si allontanavano, e la stessa che gli aveva negato aiuto e aveva apertamente istigato l'altra a ucciderlo parlava ora con una calma freddezza.
Ha chiesto dell'acqua, stavamo proprio andando a prenderla.
I medici assentirono. L'altra schiava, la pi spaventata, a un segnale della sorella che aveva appena parlato, corse finalmente a prendere l'acqua. I medici si raggrupparono intorno al senatore caduto, ma questi li scacci con la mano destra, l'unica che ancora sembrava rispondere ai suoi comandi. La sinistra, invece, giaceva inerte. L'anziano console intuiva che era troppo tardi per i medici. I due greci si fecero da parte. Massimo indic Catone e lui gli si avvicin, inginocchiandosi per ascoltarlo.
Fabio Massimo guard la schiava. Doveva ricordarsi di accusarle di tradimento, in modo che entrambe morissero dopo atroci torture, ma non aveva le forze... sapeva di poter pronunciare solo poche parole... doveva scegliere con somma precisione ogni vocabolo, ogni frase... Avrebbe cominciato dalla cosa pi importante, da Roma e da quella interminabile guerra.
Roma aveva sempre avuto la priorit. Sarebbe morto senza figli, senza eredi in vita. Tutti i suoi progetti per organizzare la propria successione erano evaporati. Aveva cominciato quella grande guerra per situare Roma nel giusto luogo che le corrispondeva nel mondo e, allo stesso tempo, per eliminare tutti i suoi nemici interni. In ci, Annibale si era dimostrato un alleato alquanto efficace; ma poi Annibale aveva rotto i loro accordi, in molti modi e anche nel peggiore di tutti: provocando la morte di suo figlio. Senza suo figlio, Fabio Massimo restava solo.
Rimaneva ancora, nonostante tutto, Marco Porcio Catone. Il suo fedele e leale discepolo, sempre diffidente ma sempre al suo fianco. Ormai solo lui avrebbe potuto intraprendere il cammino verso la salvezza di Roma. Solo lui. Doveva saperlo. Doveva quindi essere sicuro che Marco lo capisse.
Marco... devi salvare Roma... devi... salvare Roma... dal suo peggior nemico... da...
Catone annu con foga, in maniera che l'anziano vedesse che era stato capito, e parl per concludere quella frase troppo lunga che il nobile senatore ferito stava tentando di formulare, ormai sfinito dalla vecchiaia e incosciente per il colpo causato dalla recente caduta.
Liberer Roma da Annibale concluse Catone, e con queste parole sper di pacificare gli ultimi istanti di vita del grande senatore.
Quinto Fabio Massimo per si risollev violentemente, scuotendo la testa zuppa di sangue da un lato all'altro, come se stesse sopraggiungendo un attacco di epilessia e, furibondo, con rabbia, grid con tutte le forze: Da Scipione... devi salvare Roma da... Scipione!.
Catone spalanc gli occhi e annu ancora una volta, ora pi lentamente, seguendo la volont del moribondo che lo guardava come se gli stesse chiedendo: Dopo tanto tempo, dopo tanti anni, non hai ancora capito nulla, non hai ancora capito nulla?.
Mi occuper di Scipione disse Catone con un tono risoluto e l'espressione seria. Lo prometto, lo giuro, per Giove, Giunone e Minerva.
E cos, un poco pi sollevato, pur mantenendo la fronte aggrottata e dei dubbi inquietanti dentro la propria anima riguardo alla capacit di Catone di compiere lealmente quella sacra promessa, Quinto Fabio Massimo rilass i muscoli insanguinati del volto e lasci che dalle ferite aperte sulla fronte uscissero gli ultimi istanti di vita.
Nel momento culminante, il suo sguardo incroci quello della giovane schiava ribelle, ma ormai era troppo tardi per aggiungere altro, e nemmeno il suo viso riusc a manifestare il disprezzo nei suoi confronti.
Al contrario, fu Fabio a portare con s, nell'Ade, il peggior sguardo di disprezzo, odio e rancore che mai qualcuno gli avesse diretto prima; e mentre moriva, Quinto Fabio Massimo cap, nell'ultimo istante di lucidit, perch le divinit non gli avevano lasciato intravvedere alcun volo di uccelli e nessuno svelamento del futuro: perch per lui non esisteva pi futuro sulla terra dei vivi. Ora stava andando verso il regno dei morti. Quinto Fabio Massimo era giunto alla fine del viaggio.
Noenum rumores ponebat ante salutem,
Ergo postque magisque uiri nunc gloria claret.
[Per niente gli applausi anteponeva alla salvezza. Perci e in seguito, ed ora ancor pi, dell'eroe la gloria risplende.]
ENNIO, Annali, libro XII, su Quinto Fabio Massimo

83. LE MANOVRE DI CATONE.
Roma, estate del 202 a.C.

Marco Porcio Catone era un uomo con uno scopo ben definito: mantenere la promessa fatta a Fabio Massimo nell'ultimo istante di vita di colui che era stato per ben cinque volte console di Roma. Catone non era un magistrato, n lo era mai stato; ma dopo la morte di Quinto, figlio di Fabio Massimo, tutti i seguaci del defunto princeps senatus avevano riconosciuto in lui la loro nuova guida. Era s un incarico che sarebbe spettato a un giovane senatore, ma la determinazione stessa con cui Catone aveva accettato l'enorme compito di succedere al vecchio Massimo aveva accontentato i suoi seguaci e sorpreso gli Scipioni e gli Emilii Paoli in Senato.
Con il nuovo anno si elessero nuovi consoli e si prorog l'incarico dei vari proconsoli e pretori. Catone non tent nemmeno di togliere il comando in Africa a Publio Cornelio Scipione, perch sarebbe stato del tutto impossibile: il popolo lo acclamava, dal momento che dall'Africa non arrivavano che buone notizie, una dopo l'altra. Siface era stato catturato e anche esibito per le strade di Roma, non avendo il giovane proconsole lesinato mezzi per far giungere il suo grande trofeo, l'antico re della Numidia ora in catene. Decine di citt dell'Africa si erano arrese al giovane generale romano; perfino la stessa Utica, che aveva resistito a un interminabile assedio, alla fine aveva ceduto alla fame e alla disperazione, spalancando cos le sue porte.
Scipione, inoltre, aveva obbligato i Cartaginesi ad accettare una tregua a condizioni umilianti: Cartagine doveva liberare tutti i prigionieri di guerra e ritirare le truppe di Magone dal Nord d'Italia e quelle di Annibale dal Sud; doveva riconoscere il dominio romano sull'Hispania e su tutte le isole tra Italia e Africa e consegnare l'intera flotta, con l'eccezione di venti triremi che avrebbero conservato per la difesa delle proprie coste; i Punici dovevano accettare Massinissa come nuovo re della Numidia e procurare 300.000 modii di orzo e 500.000 di grano alle legioni V e VI, che poi si sarebbero distribuiti in Sicilia e a Roma. Non solo: Cartagine doveva consegnare anche 5.000 talenti d'argento e accettare l'indipendenza delle trib libiche e cirenaiche.
A Catone sembrava incredibile, almeno all'inizio, che il Senato cartaginese avesse accettato. Poi per gli avvenimenti seguenti avevano svelato al giovane successore di Fabio Massimo la strategia del Senato punico: dopo pochi mesi, quando un convoglio di duecento navi mercantili romane era stato sorpreso da una tempesta e si era arenato vicino a Cartagine, i Cartaginesi, invece di obbedire alle istruzioni di Scipione di non intralciare le missioni di ritrovamento e di recupero delle mercanzie delle flotte, avevano fatto finta di niente e avevano permesso che Giscone utilizzasse tutte le triremi cartaginesi per saccheggiare quante pi navi potevano. Scipione s'imbestial, ma ormai era tardi.
Catone sorrideva mentre camminava per il Foro, di ritorno dall'ultima sessione in cui aveva deliberato una manovra magistrale. Era ormai tardi per Scipione: da una parte, i Cartaginesi si erano gi ristabiliti grazie al furto delle provviste destinate alle legioni V e VI e, dall'altra, le restanti condizioni della tregua non erano ancora state soddisfatte, poich a malapena avevano fornito orzo, grano o denaro e men che meno consegnato le navi. Anzi, tutto il contrario. Il Senato di Cartagine aveva suddiviso la flotta in tre gruppi: una flottiglia era rimasta a Cartagine, mentre le altre stavano andando a ritirare le truppe del gi deceduto Magone dalla Sardegna e quelle di Annibale. In questo, compivano s le condizioni dettate da Scipione, ma non come fedeli sottomessi a un generale vittorioso, bens eseguendo un raggiro per rifornire e raggruppare tutte le loro truppe e risorse e lanciare un nuovo e micidiale attacco contro le legioni; un attacco che questa volta non sarebbe stato comandato dal mediocre Giscone, n da un altro reuccio numida tanto vanitoso quanto incapace: l'unione degli eserciti di Magone, Annibale e Giscone sarebbe stata capeggiata da Annibale Barca in persona. Di tutto questo e di molto altro si era discusso in Senato.
Oltrepassato il senaculum, lasciato il Comitium ed entrando nel Foro, Catone incontr il carro che lo aspettava per condurlo alla magione dell'anziano Fabio Massimo, la villa che usava come rifugio per riflettere e consultare le carte e i documenti di Massimo, un'inesauribile fonte di conoscenza e, soprattutto, d'informazioni. Ma Catone rifiut il carro e, circondato dalle sue guardie, decise di passeggiare per un po' nel Foro, un Foro che, come lui sapeva, lo temeva tanto quanto adorava Scipione. Non era una sensazione spiacevole. La paura infondeva uguale o perfino maggior rispetto dell'ammirazione.
Con il nuovo anno erano stati eletti due nuovi consoli: Marco Servilio Pulice Gemino e Tiberio Claudio Nerone. Catone aveva capito bene il messaggio finale di Massimo: se Scipione avesse sconfitto Annibale, pi nulla lo avrebbe ostacolato dall'essere rieletto continuamente console, fino a diventare magistrato a vita di Roma, un dittatore permanente. Ci avrebbe messo fine allo Stato romano cos com'era costituito secondo la Repubblica e ci doveva essere evitato a ogni costo poich avrebbe condotto inesorabilmente alla fine di Roma. Perci Catone, difeso da tutti i vecchi senatori fedeli a Massimo, aveva appena ottenuto che si approvasse una mozione per cui si nominava Tiberio Claudio Nerone allo stesso rango di comandante delle truppe in Africa del proconsole Scipione, e allo stesso tempo si consegnavano a Tiberio Claudio due legioni e cinquanta navi con cui partire per l'Africa. In questo modo, se si fosse ottenuta la vittoria definitiva su Annibale e Cartagine, la gloria sarebbe stata divisa e Scipione non avrebbe potuto presentarsi davanti al popolo come l'unico grande salvatore di Roma.
Gli Emilii Paoli cos come gli Scipioni, capeggiati da Emilio Paolo, il fratello di Emilia, e dallo stesso Lucio, il fratello di Scipione, avevano tentato di non far approvare la mozione, almeno non in questi termini. Avevano accettato, come c'era da aspettarsi, che si inviassero rifornimenti, poich, in fondo, tutti temevano che l'unione dei vecchi eserciti di Magone e Giscone, insieme al rinforzo dei veterani d'Italia, comandati proprio da Annibale, potesse condurre alla disfatta delle legioni V e VI; ma, fino all'ultimo, avevano lottato ferocemente in un'estenuante sessione del Senato per evitare che a Tiberio Claudio si concedesse lo stesso rango militare in Africa di Scipione. Tuttavia Catone, con agili parole e acuti ragionamenti, aveva alimentato la preoccupazione di una spaventosa disfatta che aveva pesato, in particolare, sull'animo dei senatori pi influenzabili, nei quali aveva riacceso la paura di lasciare l'intero esercito in mano a un generale ancora troppo giovane, nonostante le sue vittorie. La votazione era stata rivista varie volte, ma alla fine aveva prevalso la proposta di Catone e dal porto di Ostia sarebbero salpate le navi da guerra che Tiberio Claudio doveva comandare per recarsi a incontrare il suo collega nel comando della guerra in Africa.
Intanto Catone si ritrov, quasi senza rendersene conto, di fronte al tempio di Vesta e giudic che era un buon momento per un sacrificio. Mentre entrava, pens che esisteva sempre la gradita possibilit che Annibale sistemasse le cose e massacrasse le legioni V e VI e i rinforzi che ora si stavano inviando. Ci avrebbe semplificato di molto le cose. E, per fortuna, Tiberio Claudio, dopotutto, era - a Catone cost qualche secondo trovare il termine giusto - prescindibile.

84. L'ESERCITO DI MASSINISSA.
Di fronte alla citt di Utica. Accampamento principale romano nel Nord dell'Africa, estate del 202 a.C.

Le truppe di Tiberio Claudio non giunsero mai a destinazione: una tempesta distrusse la flotta, affondando decine di navi e disperdendo le restanti, che ritornarono verso l'Italia e la Sicilia in cerca di rifugio. Publio Cornelio Scipione e le legioni maledette rimasero le uniche forze di Roma in Africa. Perci, quando il ritorno di Annibale divenne un fatto certo, Publio ricorse nuovamente all'unico alleato, ma non pi amico, che gli restava in Africa.
Mario, disse il proconsole parti per la Numidia in cerca di Massinissa e digli che venga con il suo esercito. Digli che Annibale  qui. Digli che se ci abbandona, Annibale, dopo aver finito con noi, lo perseguiter fino a quando non lo avr ucciso e avr distrutto il suo regno. Digli, Mario, digli che venga se vuole continuare a essere re e signore di tutta la Numidia. E digli che Ticheo si  unito ad Annibale.

Confine tra la Numidia e la Mauritania, settembre 202 a.C.
Massinissa si trovava sul pinnacolo pi elevato di quelle montagne. Da l, poteva vedere le truppe di Vermina, uno dei figli di Siface, fuggire attraverso la stretta gola. Vermina era uno dei pretendenti al regno della Numidia che era insorto dopo la caduta di Siface ottenuta da Massinissa e dalle legioni di Roma. Naturalmente, c'erano molti altri pretendenti, ma gli unici realmente pericolosi, per il numero di seguaci che potevano riunire, erano Vermina e Ticheo, cugino di Siface.
Vermina correva fuggendo verso la Mauritania e Massinissa stava considerando la possibilit di inseguirlo.
Mio re, disse uno dei guerrieri massili mio re,  arrivato un messaggero dei Romani.
Massinissa si volt e riconobbe immediatamente la figura di Mario Giuvenzio, uno dei tribuni di maggior fiducia di Scipione in Africa, che stava risalendo l'irregolare pendio in cima al quale si trovava. Il re della Numidia non fece alcun gesto n si mosse di un passo per andare incontro e ascoltare il messaggero romano, cos che Mario fu obbligato a salire fino alla vetta.
Il pinnacolo terminava in una specie di cornicione che sporgeva sopra la gola. Mario non soffriva di vertigini, eppure non si sentiva affatto a suo agio in quel luogo. Il re lo guard.
Parla, messaggero disse bruscamente, con disprezzo, senza usare il termine tribuno, che, come il massile ben sapeva, era la nomina vantata da quell'ufficiale di Roma.
Mario ignor l'offesa e si limit a riferire il suo messaggio ripetendo ogni esatta parola che il proconsole aveva pronunciato. Massinissa ascolt e, quando il tribuno termin, il re della Numidia si gir verso la gola, facendo un passo in avanti fino ad arrivare sul bordo. Mario pens che fosse un'imprudenza, ma non erano affari suoi.
Massinissa stava osservando tutto il territorio, oltre le montagne. Era tutto suo, poich tutto era Numidia. Presto avrebbe potuto tentare di estendere i confini del suo regno anche pi lontano, ma, per ora, rischiare tutto in una battaglia gli sembrava pericoloso. Non era sicuro che il proconsole romano fosse in grado di sconfiggere Annibale. Piuttosto, riteneva pi probabile il contrario. Dal tragico episodio di Sofonisba, Massinissa aveva perso completamente la fiducia che per un momento aveva nutrito nei confronti di Scipione. Tuttavia, non andare sarebbe stato imprudente, specialmente se Ticheo era ora alleato dei Cartaginesi. Non sopportava l'idea di lottare di nuovo al fianco del romano che lo aveva costretto a consegnare Sofonisba, ma lo avviliva pure l'ostinazione di Cartagine a non volerlo accettare come re della Numidia.
Massinissa parl alle montagne, ma Mario ud il messaggio chiaramente.
Di' a Scipione che mi recher all'incontro con lui, che ci riuniremo a Zama, nell'interno dell'Africa. Le coste non sono sicure. Arriver con seimila fanti e quattromila cavalieri.
Mario esit, ma poi si decise a parlare e a interpellare il re.
Massinissa, ora che sei re della Numidia, il proconsole si aspetta un esercito maggiore da parte tua, un esercito di...
Ma non fin la frase, vedendo l'occhiata micidiale che Massinissa gli lanciava dall'alto della roccia su cui era situato.
Diecimila uomini. Il re scagli le parole con furore. Anch'io ho i miei problemi in Numidia, come Vermina per esempio, e tanti altri che devo eliminare. E rimangono molti seguaci di Siface che stanno organizzando rivolte in varie regioni. Non posso riunire tutte le mie truppe e abbandonare il mio regno. Dovranno bastargli diecimila uomini.
Mario non si azzard ad aggiungere altro. Annu e cominci a scendere verso valle.
Non appena la sua figura si perse nella distanza, uno dei due ufficiali massili si avvicin al re e gli parl con cautela.
Veramente, mio signore, non rimangono quasi pi nemici e, se il re lo volesse, potremmo raddoppiare o triplicare facilmente quel numero di soldati.
Lo so, ed  importante andare per vedere se  possibile approfittare della battaglia che avr luogo per sconfiggere Ticheo rispose Massinissa gi pi sereno da quando il romano li aveva lasciati ma non voglio nemmeno aiutare troppo Scipione. Se Publio Cornelio Scipione vuole sbaragliare i suoi nemici, dovranno essere le sue truppe a impegnare la maggior parte delle forze in combattimento. Se saranno valorosi resisteranno e vinceranno, altrimenti Annibale li massacrer e noi rimarremo comunque con un forte esercito nella retroguardia per difenderci e poter stringere un patto con Cartagine. La verit  che non credo che le legioni di Roma resisteranno. Non lo credo. Sar interessante esserci per vederlo di persona.

85. GLI ULTIMI PREPARATIVI.
Nord dell'Africa, accampamento principale romano nei pressi di Zama, 18 ottobre 202 a.C.

Il proconsole camminava silenzioso tra le truppe, conscio del fatto che tutti i legionari osservavano i suoi movimenti con estrema attenzione. La battaglia definitiva avrebbe avuto luogo entro pochi giorni, forse entro poche ore, e la crescente attesa tra i soldati dirigeva il loro interesse sulla figura del generale.
Publio Cornelio Scipione, proconsole di Roma e generale al comando delle legioni nel Nord dell'Africa, sapeva che migliaia di occhi studiavano ogni sua mossa. E avvertiva il timore e la perplessit, l'ansia e l'aspettativa, e decine di altri sentimenti che, profondamente confusi tra loro, investivano l'animo delle sue truppe. Per questo motivo, il generale camminava lento, sicuro, risoluto, invitando alla fiducia nelle sue azioni, alla calma e alla certezza che tutto fosse sotto controllo.
Innanzi a loro, dopo quasi tre anni di campagna in Africa e sedici di guerra e, cosa ben pi importante per quei legionari, quattordici anni dopo la disfatta di Canne, c'era finalmente l'opportunit di sconfiggere l'esercito di Annibale.
Pur inaspettata, la notizia aveva smesso di essere accolta con stupore. Annibale l'invincibile, conquistatore di citt, colui che aveva attraversato i Pirenei, il Rodano, le Alpi e devastato l'Italia per anni, Annibale, il distruttore di decine di legioni romane, l'assassino di consoli e proconsoli, di decine di senatori e tribuni, Annibale, il maggior nemico di Roma, era l. La storia si ripeteva. La maggior parte dei legionari al comando del proconsole aveva gi affrontato il generale cartaginese ed era stata sconfitta. Ora Annibale incrociava di nuovo il loro cammino.
Il ricordo di Locri, con la ritirata del generale punico, animava in parte i loro cuori, ma tutti sapevano che in Africa erano loro gli stranieri e che Annibale non si sarebbe dimostrato ugualmente cauto nella propria patria. Sapevano che quello che era successo a Locri non si sarebbe ripetuto e che Annibale non sarebbe nuovamente svanito nella nebbia di una misteriosa alba. No, Annibale non si sarebbe ritirato, no; li avrebbe invece affrontati in uno scontro feroce, cruento, senza piet.
S, Publio avvertiva la paura dei suoi uomini. Tutti rivivevano l'esperienza di quattordici anni prima, ma con due differenze: il generale al comando dei Romani era ora un altro e si trovavano in Africa. Per questo i legionari non staccavano gli occhi dal loro nuovo generale: si sarebbe dimostrato pi astuto, coraggioso, intelligente di Annibale? Sarebbe stato il primo generale con cui sarebbero riusciti a sconfiggere Annibale?
Era quasi l'alba e, nonostante l'ora, faceva molto caldo, pur essendo gi il mese di ottobre. Publio si ferm a un posto di guardia e chiese dell'acqua a uno dei legionari. Immediatamente gli fu portata una coppa e servita l'acqua da un otre di pelle di vacca. Il proconsole bevve mentre da quel posto di guardia all'entrata dell'accampamento analizzava la disposizione, a circa diecimila passi di distanza, dei primi posti dell'avanguardia che il generale cartaginese aveva preparato per controllare i movimenti dei Romani. Erano piccoli gruppi di truppe sparsi nell'orizzonte. Nulla faceva presagire un attacco imminente. Annibale, come lui, stava aspettando il momento opportuno per avanzare con tutto l'esercito.
Publio torn sui suoi passi e si addentr nuovamente nell'accampamento romano che dirigeva. Gli sguardi dei legionari lo seguivano mentre il suo seguito di lictores vigilava intorno a lui. Cos, accompagnato dalla scorta, il generale giunse alla tenda del praetorium, nel centro dell'accampamento. Due legionari aprirono le cortine d'accesso alla tenda per facilitargli l'entrata.
Dentro, tutti i suoi alti ufficiali riuniti lo attendevano, ma proprio in quel momento un giovane legionario entr scortato da due dei lictores che vigilavano all'esterno del praetorium. I tre soldati avanzarono di appena un passo all'interno della tenda e si fermarono. Il silenzio cal su tutti i presenti: Gaio Lelio, Marcio, Silano, Mario, Trebellio, Digizio, Gaio Valerio, il resto dei tribuni e dei centurioni della V e della VI, i sei praefecti sociorum delle truppe ausiliarie, il re Massinissa, che agli occhi di tutti aveva risposto senza troppo entusiasmo ma con disciplina alla chiamata del proconsole, e i decurioni della cavalleria romana. Si guardarono tra loro sorpresi. Come si permettevano questi soldati di interrompere la riunione dello stato maggiore mentre il proconsole organizzava l'attacco contro Annibale? Solo Publio Cornelio Scipione rimaneva impassibile, con lo sguardo fisso sulle mappe della regione che i suoi informatori in Africa gli avevano procurato, apparentemente senza prestare alcuna attenzione ai legionari.
Pass cos mezzo minuto di pesante silenzio che nessuno os spezzare, n i soldati appena entrati n i tribuni e i centurioni che circondavano il comandante in attesa della sua reazione. Finalmente, senza distogliere lo sguardo dalle mappe, Publio Cornelio Scipione parl.
Che succede?
Fu una domanda breve, senz'altra aggiunta, ma nel cui tono secco si percepiva l'irritazione trattenuta del generale al comando di truppe ormai spinte solo dalla stanchezza, e anche dalla disperazione dell'ultima campagna e dei recenti scontri con i Cartaginesi che gli avevano impedito di recuperare la flotta dei rifornimenti, incagliata nella baia di Cartagine. Un tono che, in quelle due semplici parole, lasciava intendere ai legionari che sarebbe stato meglio per loro avere una buona ragione per interromperlo quella mattina: per esempio un incendio che stava devastando l'accampamento o il generale cartaginese che aveva lanciato un attacco a sorpresa approfittando della debole luce dell'alba. Qualunque altra spiegazione sarebbe stata insufficiente a frenare l'incipiente ira del generale romano.
Il legionario pi giovane avanz di un paio di passi fino a rimanere a poca distanza dal tavolo circondato dai suoi superiori e, rivolgendosi con voce distinta ma rispettosa al generale, spieg il motivo del suo, almeno in apparenza, inopportuno arrivo.
Ci sono degli emissari dei Cartaginesi alla porta dell'accampamento. Dicono che vogliono parlare con il nostro generale. Li abbiamo lasciati passare disarmati e abbiamo detto loro di aspettare; hanno risposto che portavano un messaggio urgente di Annibale per il proconsole; abbiamo insistito che in ogni caso dovevano aspettare; quindi ci hanno detto che Annibale richiede un colloquio personale con Publio Cornelio Scipione, generale a capo delle truppe romane in Africa, e che dovevano riportare una risposta ad Annibale entro questa stessa mattina. Abbiamo riflettuto, mio generale, e abbiamo concluso che la cosa migliore fosse comunicare il messaggio immediatamente, cos da decidere se trasmettere la risposta subito oppure no.
Non appena terminata la spiegazione, il legionario riprese fiato e fece due passi indietro fino a tornare in linea con gli altri due soldati che lo avevano accompagnato dentro il praetorium.
Il proconsole di Roma, che aveva ascoltato la relazione del legionario senza alzare lo sguardo dalla mappa che stava consultando e sulla quale aveva fatto un paio di segni su differenti luoghi mentre il soldato parlava, sollev finalmente gli occhi e sospir profondamente. Per un momento aveva seriamente temuto che fosse capitato qualcosa di grave, qualcosa che avrebbe fatto saltare i suoi piani. Ma non era cos. Annibale voleva parlare con lui. Annibale, l'invincibile generale dell'impero cartaginese, il gioiello del potere militare del Nord Africa, il generale che aveva sbaragliato i Romani in una serie di battaglie consecutive e che aveva eliminato dalla faccia della terra pi di una dozzina di legioni di Roma, desiderava, per la prima volta, parlare personalmente con un generale romano. Incredibile.
Legionario, hai fatto bene a portare questo messaggio. Torna dagli emissari di Annibale e di' loro di aspettare. Tra poco dar loro una risposta.
S, mio generale disse il soldato e usc dalla tenda.
I tribuni intorno a Publio Cornelio Scipione attendevano un segnale da parte del proconsole prima di pronunciarsi.
Ebbene? chiese Publio. Cosa pensate che dovremmo fare?
Lelio, in quanto ufficiale pi anziano, pi anziano anche dello stesso proconsole, luogotenente del generale, l'unico tra i presenti che lo conosceva dalla sua prima battaglia sul suolo italiano, che lo aveva accompagnato nelle sue campagne in Hispania e che aveva condiviso con lui il maggior numero di battaglie vittoriose e di momenti difficili, fu il primo a esprimere il suo parere.
Potrebbe essere una trappola. O invece potrebbe darsi che Annibale desideri realmente intavolare un dialogo e, se cos fosse, la cosa pi probabile  che voglia negoziare una possibile pace. Ma potrebbe anche essere una trappola, forse per farci credere che voglia scegliere la pace invece della guerra, per farci rilassare e poi attaccarci a sorpresa, o forse... Ma Lelio non concluse la frase. Esitava.
Forse? chiese Publio.
Forse  una trappola per tentare di assassinare il nostro proconsole. Con Annibale, tutto  possibile.
Anche gli altri ufficiali, spinti dall'intervento di Lelio, diedero le proprie opinioni. Marcio, Silano e Mario propendevano per l'idea che si trattasse di un tranello per distrarli, mentre Trebellio, Digizio e Valerio erano persuasi che fosse una cospirazione per assassinare il generale romano che i Cartaginesi tanto temevano.
Bene, disse di nuovo Publio dopo averli ascoltati tutti Lelio ha riassunto con chiarezza le opzioni. A dire la verit,  difficile capire quale sia quella giusta.  difficile... abbiamo bisogno di saperne di pi. Che diano ordine di portare qui questi emissari; meglio sentire direttamente da loro ci che esattamente intende Annibale per un colloquio e le condizioni di questo possibile incontro.
Gaio Valerio usc dalla tenda e lo si ud dare gli opportuni ordini.
Nel frattempo, Publio si sedette sulla sella curulis vicino al tavolo e torn a osservare attentamente la mappa. Indic i segni che vi aveva tracciato sopra e chiese direttamente a Lelio: Quale di queste due colline credi che sia la migliore per un attacco con la cavalleria numida?.
Il giovane legionario che aveva interrotto la riunione dello stato maggiore nel praetorium, dopo aver attraversato le interminabili file di tende dell'accampamento romano, giunse alla porta praetoria della palizzata che proteggeva l'esercito accampato in Africa. L, c'erano i tre emissari cartaginesi. Erano uomini alti e robusti, di carnagione scura. Uno di loro era senz'altro il capo: la sua uniforme militare era ricoperta da un mantello rosso scuro; sicuramente era un centurione o qualche altro importante ufficiale dell'esercito di Annibale. Il legionario si diresse direttamente verso quell'uomo.
Seguitemi.
I Cartaginesi annuirono senza fiatare e camminarono seguendo i passi del legionario. Circa quindici soldati romani scortarono gli emissari punici nel loro percorso attraverso l'accampamento.
La notizia che Annibale desiderava incontrarsi con il proconsole stava gi circolando per tutti gli angoli del campo. Era un fatto che suscitava sorpresa e curiosit, e anche un certo orgoglio, dal momento che finora Annibale non aveva mai considerato importante dialogare con un console o un proconsole di Roma. Qualcosa stava cambiando. Ma generava anche paura. Molti di quei soldati che ora assistevano al passaggio della comitiva cartaginese di emissari di Annibale avevano fatto parte delle legioni sbaragliate dal cartaginese in Italia. Molti di quei soldati erano gi stati sconfitti da Annibale e sapere che quel generale, al comando di un potente esercito, si trovava ad appena alcune miglia di distanza non era affatto rassicurante. Eppure, proprio per questo erano l. I soldati delle legioni V e VI erano venuti proprio per questo, per vendicarsi, per combattere, per vincere... E a Locri, pensavano, a Locri i Cartaginesi si erano dileguati, si erano ritirati.
I tre messaggeri di Annibale entrarono nella tenda del proconsole.
Qualunque emissario venuto in pace  il benvenuto in questo accampamento. Ditelo al vostro generale quando ritornerete disse Publio con calcolata padronanza. E ora ditemi, cosa propone esattamente il vostro generale Annibale?
L'ufficiale cartaginese al comando avanz di qualche passo per dettare il messaggio di Annibale.
Annibale Barca, generale delle truppe di Cartagine, desidera un colloquio con il proconsole di Roma, Publio Cornelio Scipione, in un luogo conveniente e chiaramente visibile a distanza da entrambi gli eserciti. Il mio comandante propone che l'incontro abbia luogo domani all'alba, ma  disposto a considerare altre opzioni. Inoltre, propone che l'incontro avvenga esclusivamente tra lui e il proconsole, alla sola presenza degli interpreti. Poi fece silenzio.
Lelio, Massinissa e il resto dei tribuni e degli ufficiali romani tornarono a guardare Scipione, il quale, senza esitare, rispose immediatamente al messaggio.
Bene, ufficiale, di' al tuo generale che Publio Cornelio Scipione, in qualit di proconsole di Roma, si presenter all'incontro con Annibale Barca, generale dell'esercito cartaginese, domani all'alba; per questo, propongo che oggi le nostre truppe avanzino fino a rimanere a sei o sette miglia di distanza, e che noi ci incontriamo proprio nel punto centrale pi alto, visibile da entrambi i lati. Io verr scortato da una turma di cavalieri, trenta uomini a cavallo, e suggerisco che lui faccia lo stesso. Appena ci troveremo a cinquecento passi di distanza l'uno dall'altro, ognuno abbandoner la scorta e ci verremo incontro accompagnati solo da un interprete. Hai capito bene il messaggio, ufficiale?
S, e lo trasmetter tale e quale ad Annibale.
Bene. Poi, rivolgendosi ai legionari che sorvegliavano gli emissari cartaginesi, aggiunse: Che questi uomini siano scortati all'uscita dell'accampamento e fino a mille passi di distanza. Che non vengano infastiditi e che sia loro permesso di andarsene in pace e incolumi. E che sia loro offerto da bere e da mangiare prima della partenza, se lo desiderano.
I soldati cartaginesi e i legionari si ritirarono. Publio rimase di nuovo solo con i suoi ufficiali.
Lelio, prosegu il proconsole smontiamo l'accampamento e avanziamo fino a quella posizione, vicino al fiume. Indic sulla mappa uno dei punti che aveva segnalato. Ci accamperemo l al tramonto. In ogni caso, che si preparino tutti i mezzi difensivi necessari, tanto per l'avanzata quanto per il nuovo accampamento, come se Annibale potesse attaccarci in qualunque momento. Credo che per domani mattina avremo terminato. Ah... e che le truppe mangino a sufficienza prima di partire. Nel caso che... Qualche domanda?
Ci fu silenzio. Non era frequente esporre dei dubbi al proconsole pi vittorioso di Roma, eppure Marcio avanz cautamente una domanda.
Con il dovuto rispetto, mio generale, ma sar ragionevole trasferire trentacinquemila uomini e un intero accampamento solo per recarsi a un incontro? Non sarebbe meglio evitarlo completamente e concentrarsi sulla battaglia che sicuramente incombe su di noi?
Publio Cornelio Scipione si sedette di nuovo, lentamente, vicino alle mappe. Cominci a parlare con tono tranquillo.
Marcio, so che mi sei fedele, lo sei stato con mio padre e con mio zio in Hispania e da allora lo sei con me, ma sono stanco di pensare e di riflettere.  giunto il momento delle decisioni e, Lucio Marcio Settimo, ho appena dato un ordine. Quando chiedo se ci sono domande intendo dire se qualcosa del mio ordine non  stato inteso bene, non che si metta in discussione l'ordine stesso.
Marcio rimase in silenzio e sospir. Deglut. Abbass lo sguardo. Il proconsole era pi serio che mai.
Mi auguro continu Publio che ci rimanga chiaro anche in futuro. Il generale fece una pausa mentre osservava il tribuno e quindi uno a uno il resto degli ufficiali riuniti nella tenda, soffermandosi in particolare sulla persona del re Massinissa. Poi riprese, con lo stesso tono lento e tranquillo. In ogni caso, il fatto che Annibale voglia parlare per la prima volta con un proconsole di Roma  un evento straordinario e, in circostanze straordinarie, sono accettabili domande che altrimenti non lo sarebbero.
Marcio espir lentamente come sollevato, ma in assoluto silenzio, senza alzare lo sguardo. Si concentr nell'ascoltare il generale, che continu a parlare.
Se il generale cartaginese desidera dialogare con me non sar io a negarlo, e se  necessario trasferire trentacinquemila uomini e un intero accampamento perch Annibale e un proconsole di Roma abbiano un colloquio, che dunque lo si faccia. Ne sono personalmente interessato e, cosa ben pi importante, non dubito che sia anche nell'interesse generale di Roma e del popolo romano ascoltare direttamente Annibale, senza che la sua opinione ci giunga filtrata attraverso degli emissari. Ci nonostante, non permetteremo che ci tendano una trappola. Come potete osservare dal luogo indicato sulla mappa, ci situeremo molto vicini al fiume, cosa che ci faciliter l'accesso all'acqua mentre saremo l accampati e durante il corso della battaglia, se questa alla fine avr luogo. Con questa avanzata miglioreremo la nostra attuale posizione in caso di scontro. Anche se Annibale non avesse richiesto di parlare, questo spostamento sarebbe stato comunque utile; ma approfitteremo della scusa del colloquio per non far sospettare ai Cartaginesi che il nostro avvicinamento al fiume e questa posizione abbiano altri fini che non siano quelli di parlamentare. Ecco, questa  la spiegazione. Come ho detto, non sono abituato a dilungarmi tanto quando impartisco un ordine, ma probabilmente questa volta era opportuno farlo. Si alz e torn a rivolgersi a tutti i presenti. Ci sono altre domande?
Questa volta il silenzio fu totale. Marcio alz lo sguardo da terra ma non domand pi nulla. Tutti i tribuni, il resto degli ufficiali e il re Massinissa lasciarono la tenda. Tutti tranne Gaio Lelio.
S? C' altro, mi pare di capire comment Scipione.
S si giustific Lelio. I due esploratori che questa notte sono avanzati per spiare l'accampamento cartaginese sono tornati da un'ora e stanno aspettando per informarti. Li faccio passare? Ho pensato che avresti preferito ricevere le loro informazioni senza la presenza degli altri.
S, s, Lelio, hai pensato bene; che entrino, che entrino. Vediamo cos'hanno da riferirci.
Publio torn a reclinarsi sulla sella curulis. Lelio sorrise, si volt, usc dalla tenda e diede ordine di condurre gli esploratori. Poi rientr.
Ti lascio solo con loro?
No, no. Siediti, Lelio. Vediamo cosa ci raccontano gli esploratori. Avr bisogno della tua opinione.
Gaio Lelio si sedette su una sella vicino al suo comandante.
Gli esploratori entrarono nella tenda. Avevano gi udito la voce che si stava diffondendo nell'accampamento romano: Annibale voleva parlare con il loro generale Scipione. I legionari erano stupiti dell'interesse dimostrato dal generale cartaginese e, in un certo senso, l'avvenimento non aveva fatto che accrescere la leggenda del proconsole. Fino a quel momento, Annibale si era limitato a combattere - e a sconfiggere sistematicamente - le legioni romane. Ora voleva parlare. In un tale contesto, gli esploratori sapevano che le informazioni che portavano al proconsole di Roma in Africa erano di estremo valore. Si sentivano importanti e anche speciali per la fiducia che il generale aveva riposto in loro. Avevano gi prestato servizio in operazioni simili prima, ma spiare Annibale in persona era stata, senza dubbio, la loro pi importante missione.
Il primo era un legionario romano della V scelto da Valerio, il secondo un italico che si era distinto durante le campagne d'Hispania per il suo coraggio e che il proconsole si era portato dietro come volontario per questa nuova avventura militare. Avevano entrambi venticinque anni, ma, per la loro esperienza passata, erano totalmente fidati.
Il legionario romano fu colui che cominci il resoconto di ci che avevano visto.
Mio generale, l'esercito cartaginese  numeroso; senz'altro maggiore del nostro. Alle truppe cartaginesi arrivate dall'Italia e ai loro mercenari iberici si sono uniti i Libici e i Cartaginesi reclutati da Giscone; a questi si sono aggiunti i soldati del generale Magone insieme ad altri mercenari liguri, altri giunti dalla Gallia, e abbiamo visto anche dei frombolieri delle Baleari. Hanno cavalleria cartaginese e numida. In totale, saranno circa quarantamila.
Publio e Lelio ascoltavano in silenzio. Con un gesto il proconsole chiese al suo luogotenente di passargli un'anfora di vino che si trovava al lato della sua sedia. Lelio gliela porse e il proconsole si serv una coppa senza guardare i soldati.
Il legionario si sentiva sempre pi piccolo, meno importante, nonostante il valore della missione e l'indubbia rilevanza delle informazioni. Si trovava di fronte al proconsole di Roma e al suo luogotenente. Il proconsole aveva solo tre o quattro anni pi del legionario, ma sul suo volto si riconoscevano i segni delle innumerevoli battaglie, del patimento di una guerra prolungata nella quale aveva visto morire il padre e lo zio; il soldato si rendeva conto che solo da lui dipendeva la vittoria o la sconfitta o forse addirittura il futuro di Roma. Prosegu il suo rapporto.
Ebbene, il nostro esercito conta circa trentacinquemila soldati, inclusi gli alleati...
Soldato, so quanti legionari o truppe alleate ho in carico. Limitati a informarmi sull'esercito, o gli eserciti, di Cartagine lo interruppe il proconsole guardando il fondo della coppa.
Certamente, mio generale... La cavalleria cartaginese  scarsa, inferiore di numero alla nostra e, io direi, anche meno esperta.
Bene comment Lelio. Non sembrano essere notizie preoccupanti. Hanno un po' pi di fanteria, ma li dominiamo in cavalleria. Alla fine,  risultato un bene avere come alleato Massinissa.  come un mondo al rovescio...
Publio alz la mano e Lelio s'interruppe subito. Spesso Lelio parlava troppo e questo era uno di quei momenti. In un'altra occasione, ci avrebbe avuto qualche ripercussione. Ma il proconsole si mostr ancora una volta indulgente. Da cos tanti anni erano insieme, dalla sua prima battaglia, nella quale Lelio, per ordine del padre di Publio, aveva fatto s che non succedesse nulla al giovane figlio del console delle legioni durante lo scontro nei pressi del fiume Ticino. In un certo senso, quell'avvenimento sembrava cos lontano. E la discussione di Baecula sembrava essere stata definitivamente dimenticata dopo i vari anni di campagna in Africa.
Publio bevve un altro sorso dalla coppa. Ci che lo preoccupava era il presentimento che gli esploratori avessero ancora altro da raccontare. Aveva imparato che i soldati si sentivano intimiditi dalla sua presenza e che quindi erano sempre cauti quando riferivano i loro rapporti, specialmente se erano cattive notizie. Le cattive notizie venivano lasciate sempre per ultime. Sempre. Inesorabilmente. E ora stavano per arrivare. Il proconsole appoggi la coppa sul tavolo.
Ebbene? Hai altro da riferire, legionario?
Il soldato inspir profondamente e prosegu.
S mio generale. I Cartaginesi hanno portato degli elefanti con loro. Altri elefanti che hanno aggiunto a quelli che gi avevano... sono molti, mio generale...
Lelio stava per interpellare il legionario e chiedergli quanto voleva dire molti: venti, trenta, quaranta, forse? Ma il soldato anticip la risposta.
Abbiamo contato fino a ottanta elefanti disse, e poi tacque, rimanendo con lo sguardo abbassato.
Lelio sollev le sopracciglia in segno di sorpresa. Ottanta elefanti. I Cartaginesi non ne avevano mai riuniti tanti. E loro non avevano mai combattuto contro tanti elefanti. Almeno non durante questa guerra. Era un dato preoccupante, assai preoccupante. Anche se avevano una cavalleria pi numerosa, gli elefanti potevano resistere a lungo. Se Annibale avesse lanciato una carica iniziale con ottanta elefanti, avrebbe potuto distruggere la fanteria leggera dei velites, la prima linea degli hastati e forse anche la seconda dei principes. Se si fossero salvati i triarii come riserva sarebbe gi stato un successo. Poi Annibale avrebbe lanciato la sua fanteria sulle disordinate linee romane. No, la cosa prometteva male. Tre eserciti di Cartaginesi e mercenari, superiori in numero ai Romani, e ottanta elefanti. Non potevano vincere con la sola cavalleria, nemmeno con l'aiuto dei quattromila cavalieri che il re Massinissa aveva portato prestando fede al giuramento fatto a Scipione.
Il proconsole fiss il legionario e, senza scomporsi per l'informazione ricevuta, con immensa pazienza, torn a chiedere: C' altro di cui mi devi informare?.
Il legionario, gli occhi sempre bassi, neg con la testa mentre rispondeva: No, mio generale; questo  tutto.
Il proconsole volse allora lo sguardo verso l'italico. Anche lui abbass gli occhi. C'era qualcosa di strano nel suo modo di fare, ma il generale non riusc a capire esattamente di cosa si trattasse.
Bene, uscite e aspettate fuori.
I soldati si voltarono e si diressero verso l'uscita della tenda, ma quando stavano per uscire, l'italico si ferm, esit un poco e alla fine si volt rivolgendosi al proconsole.
C' un'altra cosa, mio generale...
Publio fiss il soldato.
Ebbene? Avanti, cos'altro?
Finalmente il soldato italico trov il coraggio di continuare.
Ho l'impressione che alcune sentinelle dell'accampamento cartaginese ci abbiano visto, ma ci hanno lasciato l, come se avessero ricevuto l'ordine di lasciarci stare.  solo una sensazione; non ho nessuna prova per confermare quello che sto dicendo e il mio compagno non ne  sicuro, per questo non lo abbiamo accennato prima, ma ci nonostante volevo fartelo sapere.
Da quanto tempo sei al servizio di Roma, soldato? Sei anni?
Quasi sette, mio generale; dalle campagne in Hispania.
S,  cos. E sei sempre stato un ottimo esploratore concluse Publio. Hai fatto bene a rivelare le tue sensazioni. Talvolta l'intuizione  importante quanto l'informazione certa. Potete andare. Avete eseguito bene il vostro lavoro. Uno dei lictores vi condurr a una tenda. L attenderete nuove istruzioni.
Appena furono soli, Publio e Lelio ripresero a parlare e a dividersi il vino.
Questi due uomini devono rimanere isolati. Il resto dell'esercito non deve sapere nulla degli elefanti, o almeno non il numero esatto, finch non lo decido io.  chiaro?
Certamente. Mi occuper io di questo.
Ovviamente i legionari si aspettano degli elefanti continu a spiegare Publio ma non si aspettano questo numero. Ottanta. Questo potrebbe suscitare la paura nell'esercito ed  la prima cosa che dobbiamo evitare.
Annibale avr dato ordine di lasciare in pace i possibili esploratori che avremmo inviato. Vuole che si sappia, vuole che le nostre truppe conoscano l'enorme numero di elefanti che ha riunito per la guerra.
S, Lelio, sicuramente  questo il suo obiettivo.
Ci ripaga con la stessa moneta. Noi stessi abbiamo permesso che i suoi esploratori entrassero nell'accampamento, qualche giorno fa;  sembrato divertente quando hai dato l'ordine che gli esploratori cartaginesi catturati dalle truppe della VI legione fossero lasciati liberi in modo da fargli vedere il nostro campo, e che poi facessero ritorno senza un graffio.
S, in un certo modo ci sta ripagando, ma non  esattamente la stessa cosa. La nostra strategia era dimostrare ai Cartaginesi la nostra grande fiducia e fare in modo che questa sensazione di sicurezza e aspettativa delle nostre forze infondesse loro timore; inoltre volevo far giungere un'informazione sbagliata, dato che fino a qualche giorno fa non avevamo ancora ricevuto il rinforzo della cavalleria di Massinissa e dei suoi fanti; volevo che Annibale pensasse che non disponevamo di queste truppe, ma poi il combattimento non  stato imminente quanto speravo; l'effetto di questa errata informazione potrebbe essere gi evaporato e non sappiamo nemmeno se altre spie cartaginesi hanno scoperto l'arrivo dei rinforzi del re numida. E adesso,  Annibale a divertirsi, spaventandoci con qualcosa di ben pi tangibile della fiducia in se stessi di alcuni soldati; gli elefanti non includono tali sottigliezze. Devo ammettere che il generale cartaginese ha vinto questa partita.  inoltre molto probabile che abbia isolato i propri esploratori perch non rivelassero quello che avevano visto durante la loro missione. No, Annibale ci ha sicuramente vinti in questo gioco. Contrariamente alle sue abitudini, Publio bevve una lunga sorsata di vino e poi prosegu: Ora, ci rimane la negoziazione di domani. E soprattutto la battaglia che sicuramente seguir l'incontro, poich non credo che potremo raggiungere un accordo. Ed  l, alla fine di tutto, che noi dobbiamo vincere.
E l, alla fine, ci saranno gli ottanta elefanti e i tre eserciti, quello di Cartagine, della Libia e di Giscone, quello dei mercenari di Magone e quello dei veterani dall'Italia di Annibale.
E l ci saremo noi, Lelio, non dimenticarlo; l ci saremo noi.
Senz'altro. L ci saremo tutti, con le legioni maledette, le truppe ausiliarie, i volontari, la cavalleria di Roma e quella che hai reclutato a Siracusa lasciando Catone nero di rabbia. Lelio si lasci scappare una risatina. E le truppe del re Massinissa. Tutti sotto il tuo comando. E seguendo i tuoi ordini vinceremo Annibale. Anche se...
Anche se... cosa?
Anche se bisogna ammettere che ci avrebbero fatto comodo i rinforzi che il console Tiberio Claudio Nerone ci stava portando. Lo so, lo so, disse rapidamente Lelio vedendo lo sguardo serio di Publio in fin dei conti erano stati inviati da Catone e lui non farebbe mai qualcosa per aiutarti se non fosse per un suo personale motivo che ignoro, per, non lo so, con questi elefanti, avrei preferito che quelle truppe ora fossero qui e non insieme alle cinquanta quinqueremi affondate nel mare.
Bene, si vede che Nettuno ha voluto che non arrivassero disse Publio, e ora fu il suo turno di sorridere lievemente, in un modo un po' malevolo.
Alla fine, forse  stato davvero il desiderio di Nettuno, ed  curioso, perch ti  sempre stato propizio.
Forse lo  ancora, forse lo  ancora. Senza queste truppe, se vinceremo, il trionfo sar solo nostro, non di Catone e del suo branco di senatori ambiziosi e codardi. E, certamente, non ci sar pi Quinto Fabio Massimo a negarcelo.
Questo  sicuro. Beviamo alla salute del vecchio ugure, princeps senatus, e a tutti gli altri.
Beviamo.
E bevvero, per Publio appena un sorso, un po' per moderarsi, un po' per superstizione. Pensava che bere celebrando la morte di un passato console di Roma potesse portare sfortuna. Anche se il console in questione era stato un suo nemico dichiarato per anni e anni. Nemico di suo padre, di suo zio e poi un costante ostacolo a tutti i suoi progetti.
Bene, per ora basta parlare di politica disse Lelio. Sai gi che di politica preferisco non parlare. Alla fine, in ogni caso, come hai ben detto, l saremo, l combatteremo e, sotto i tuoi ordini, l vinceremo. Com' gi successo in tante altre occasioni.
Lelio, ti ringrazio per la tua infinita fiducia, per mi chiedo se non sar il vino a incitarti eccessivamente.
S,  possibile. Per non ho dubbi che ci porterai nuovamente alla vittoria, come in precedenza. Insisto. Non ho idea di come ci riuscirai, poich io non riesco nemmeno a immaginarmi una soluzione per il problema degli elefanti e dei tre eserciti combinati, ma bevo tranquillo perch so che o hai gi pensato a come fare oppure ti verr in mente qualcosa stanotte. O...
O...? chiese Publio tra il divertito e l'incuriosito davanti alle elucubrazioni del suo fedele tribuno.
O sar una bella battaglia e una compagnia insuperabile per morire disse Lelio, alzando la sua coppa.
Al che il proconsole rispose con un sorriso e alzando la sua.
Per la vittoria o per la morte. Quello che gli di vorranno concederci esclam.
Cos Gaio Lelio, l'ufficiale pi esperto delle truppe romane in Africa, e il giovane generale, proconsole di Roma, Publio Cornelio Scipione, al riparo di quella tenda militare e dell'amicizia che li univa, forgiata da decine di battaglie e sopravvissuta all'intrigo e al tradimento, brindarono a ci che sarebbe stata la loro futura vittoria o la vicina morte di entrambi per mano del maggior nemico di Roma.
Annibale Barca era gi l. Era gi l con tutto il suo esercito. E Zama non sarebbe stata Locri. Non lo sarebbe stata. Entrambi ne erano coscienti.
Certo che... riprese Publio dopo aver lasciato la coppa in un angolo, per terra ci rimane sempre la possibilit di Utica.
Utica? chiese Lelio curioso.
S, se la battaglia andasse male, ho pensato che potremmo ripiegare su Utica e asserragliarci l dentro finch Roma decider di inviarci aiuto spieg il proconsole.
Immediatamente, Lelio spalanc gli occhi.
Per questo hai insistito tanto con quel maledetto assedio di Utica, per ottenere un rifugio; era questo il motivo. Lelio si diede una pacca con la mano destra sulla coscia. E pensare che tutti credevamo che ti accanissi tanto nell'assedio per dimostrare alle legioni V e VI che si deve finire quello che si comincia...
Ebbene rispose Publio in parte era per questo, ma l'essenziale, la strategia, era avere un luogo adeguato dove rifugiarci per resistere se Annibale ci avesse inseguito. Annibale non si sarebbe mai fermato davanti a una fortificazione improvvisata come quella che tutti chiamate Castra Cornelia, come hanno fatto Siface e Giscone.
Per questo hai ordinato di ricostruire le mura e le porte di Utica.
Esatto, conferm Publio per avere un rifugio, per usare Utica come abbiamo fatto con Carthago Nova in Hispania, solo che quella l'abbiamo conquistata in sei giorni, mentre qui ci abbiamo messo due anni, ma  un ottimo luogo da tenere come riserva.
Certamente, certamente.
Lelio lo guardava come un bambino gonfio di ammirazione. Publio percep un'eccessiva aspettativa da parte del tribuno.
Per dobbiamo considerare due cose: la prima  che gli uomini non devono sapere nulla di questa idea, devono andare sul campo di battaglia come se non ci fosse altra possibile via; la seconda  che la sconfitta potrebbe essere cos brutale da non farci arrivare a Utica. Anche questa  una possibilit.
S, ammise Lelio, ora meno esaltato s, purtroppo questa  una possibilit.
I due uomini rimasero l, insieme, condividendo il silenzio di due guerrieri prima della battaglia.

Accampamento principale cartaginese vicino a Zama
Annibale stava controllando le condizioni delle sue truppe quando gli emissari che aveva inviato all'accampamento romano tornarono con la risposta. Il generale cartaginese si trovava vicino a un gruppo di cinque elefanti che stavano perfezionando l'addestramento. I messaggeri si avvicinarono fino a rimanere a un paio di passi dal loro generale. Annibale si volt a guardarli. Una delle bestie barr con incredibile forza. Gli emissari e la maggior parte dei soldati sussultarono per la potenza dell'urlo selvaggio del gigantesco animale. Annibale, invece, rimase in piedi, eretto, senza spostarsi di un millimetro, in attesa del resoconto degli emissari. Quegli elefanti gli ricordavano Sirius, l'elefante sulla cui groppa aveva attraversato le grandi zone paludose del Nord d'Italia. Quei barriti gli avevano rammentato le gesta passate.
Il generale romano accetta cominci finalmente a parlare uno dei due. Domani avviciner il suo esercito per parlamentare. E prosegu trasmettendo il resto delle condizioni dettate da Publio Cornelio Scipione perch l'incontro avesse luogo.
Il generale cartaginese ascolt in silenzio, attento a ogni parola, tentando di decifrare in esse la personalit di quel nuovo generale romano che aveva avuto il coraggio di condurre la guerra in Africa, lo stesso che gli era scappato presso il Ticino, il Trebbia, a Canne e che aveva sconfitto suo fratello Asdrubale in Hispania. Sembrava che alla fine i Romani avessero trovato un buon generale. L'incontro, se non fosse servito a evitare la battaglia, soprattutto dato il poco margine lasciato dal Senato di Cartagine per negoziare, sarebbe risultato per lo meno interessante.
Uno degli elefanti torn a barrire rabbioso. Annibale se ne rallegr, mentre i suoi stessi soldati trasalirono. Il timore, la terribile paura che quelle bestie suscitavano, poteva determinare la battaglia finale. Doveva funzionare. Altrimenti, ci avrebbero certamente pensato, come in tante altre battaglie, i suoi veterani. Disponeva di cos tante armi e aveva intenzione di utilizzarle tutte.

Accampamento principale romano
Quello stesso giorno, nel pomeriggio, tanto le truppe romane quanto quelle cartaginesi avanzarono come concordato. Publio diresse le sue legioni e le truppe di Massinissa fino ad arrivare vicino a Naraggara, situando l'accampamento accanto al fiume che l vi scorreva. Annibale piazz il suo accampamento a quattro miglia di distanza, in cima a una collina, in un'eccellente posizione, ma un poco lontana dalla fornitura di acqua che il fiume garantiva.
Publio supervision personalmente la sistemazione del nuovo campo. Camminava tra le truppe, costantemente seguito dai lictores della scorta. Questi gli avevano offerto un cavallo, ma il proconsole, fedele alle sue abitudini, prefer spostarsi camminando tra i soldati. Era un piccolo sforzo aggiuntivo, un po' di fatica in pi, il dover andare a piedi da una parte all'altra dell'accampamento per varie volte, ma era uno sforzo che lo avvicinava ai soldati. I legionari vedevano il loro generale sudare, impartire ordini, apprezzare il lavoro ben fatto nelle fortificazioni quando questo era tale o correggere errori o difetti che dovevano essere risolti successivamente, e si sentivano vicini a lui. Ogni soldato sapeva che il generale era l, al comando di tutti ma insieme a loro, non pi in cima, non al di sopra di loro. E tutti sentivano, come lo stesso Gaio Lelio, che in quella terra straniera, con il loro peggior nemico ad appena qualche miglio di distanza e al comando di un esercito immenso, la loro migliore garanzia per uscirne vivi era seguire dettagliatamente le istruzioni di quel generale che aveva donato cos tante vittorie a Roma.

86. IL COLLOQUIO TRA I GENERALI.
Nei pressi di Zama, Nord dell'Africa, 19 ottobre 202 a.C., anno 552 dalla fondazione di Roma, un'ora prima dell'alba

Era l'alba del giorno fissato per l'incontro tra Publio Cornelio Scipione e Annibale Barca. Nell'accampamento romano tutti i legionari mangiavano avidamente. Aspettavano la battaglia e sapevano di avere bisogno di molte energie per sopravvivere. Il proconsole aveva nuovamente riunito nella sua tenda tutti i tribuni, i centurioni e i praefecti della fanteria, i decurioni della cavalleria, Gaio Lelio e il re Massinissa. Le lanterne e le lampade a olio sfrigolavano incessantemente per illuminare il luogo. Tutti erano consci della solennit del momento e aspettavano nervosamente le istruzioni del generale.
Come sapete, cominci il proconsole Annibale, in qualit di comandante delle truppe cartaginesi, desidera parlarmi e io, in qualit di proconsole di Roma in Africa, ho accettato. Per questo motivo abbiamo spostato in avanti la nostra posizione e lo stesso hanno fatto i Cartaginesi. Mi recher al luogo dell'incontro accompagnato da una piccola scorta. Verranno con me i lictores, una turma della cavalleria romana e un interprete. Ci allontaneremo dalle legioni per andare all'incontro con Annibale e, appena mi sar avvicinato a lui, mi separer dalla scorta, lo stesso far il cartaginese, e accompagnati solamente dagli interpreti ci riuniremo per parlamentare. Sinceramente non mi aspetto alcuna azione ostile. Voglio essere chiaro. Sono giunto alla conclusione che  molto probabile che il desiderio di Annibale di evitare lo scontro sia autentico, ma accetteremo solo una resa incondizionata da parte di Cartagine. In ogni caso si tratta di una manovra non esente da pericoli. Perci Gaio Lelio si fermer con voi e cedo a lui il comando dell'esercito nel caso avvenga qualche scontro tra le scorte o io venga ucciso. Voglio che questo sia ben chiaro.
Publio attese qualche istante di silenzio mentre osservava Marcio, Silano, il resto dei suoi ufficiali e il re Massinissa. Nei loro volti non vide n sorpresa n dispiacere per la decisione presa nel caso gli fosse successo qualcosa. Tutti rispettavano l'esperienza di Gaio Lelio. Lo avevano gi fatto in Hispania, quando il proconsole era malato. Si trattava di una decisione logica poich Lelio era il tribuno con la maggior esperienza e anzianit e, in fondo, tutti si sentivano pi tranquilli da quando tra il generale e Lelio sembrava essersi ristabilita l'eccellente relazione che li univa prima della discussione di Baecula. Ci nonostante, Publio concesse del tempo nel caso in cui qualcuno volesse replicare, volendo essere certo che l'ordine fosse stato ben recepito e accettato. Un'opposizione al comando da parte delle sue truppe, con Annibale come nemico, sarebbe risultata fatale.
E sia, dunque, continu vedo che siete tutti d'accordo. Mi fa piacere. Sono sicuro che Lelio condurr, se sar necessario, l'esercito alla vittoria come farei io. Ora non resta che disporre le truppe in formazione d'attacco: velites in prima linea, e hastati, principes e triarii consecutivamente dietro la fanteria leggera dei velites. La cavalleria romana sul nostro fianco sinistro diretta da Lelio, e sul fianco destro la cavalleria numida sotto il comando diretto del re Massinissa. Publio gett un rapido sguardo al re numida che annu con la testa senza troppo entusiasmo ma distintamente. Ora, ognuno al suo posto; che cominci il dispiegamento delle truppe. Lelio rimarr con me e gli trasmetter gli ordini precisi in caso di battaglia e nel caso in cui, come ho detto prima, io cadessi, cos che possa continuare con le manovre necessarie.
Marcio, Silano, Mario Trebellio, Digizio, Valerio e il resto dei tribuni, centurioni, praefecti, decurioni e Massinissa uscirono dalla tenda. Lelio rimase di nuovo solo con Scipione.
Bene riprese il proconsole, ora con un tono pi basso, pi rilassato, ma non carente di vigore. Lelio, ascoltami bene perch ora ti spiego come combatteremo questa battaglia. Fai molta attenzione perch non esiste altro modo. Sono giorni, settimane, anni che penso agli elefanti, riflettendo sul loro attacco da quando ero bambino, quando mio padre mi diceva che, se mi fossi trovato in campo aperto contro una grande quantit di elefanti, l'unica cosa sensata era ritirarsi. Ma noi non lo faremo. Li ho sognati, Lelio, ho sognato questi elefanti per tutta la vita. Il sogno pi intenso  stato a Carthago Nova, quando deliravo per la febbre. Non ripiegheremo, nonostante quello che pensavano mio padre, mio zio e il mio vecchio tutore Tindaro, nonostante tutto quello che  riportato nei trattati di strategia militare. Lelio, noi non ritireremo le nostre truppe, ma fronteggeremo gli elefanti con le legioni V e VI, con le legioni maledette.
Man mano che parlava, Publio si commuoveva, specialmente nel menzionare suo padre e suo zio, poich, per la prima volta nella sua vita, stava per fare qualcosa che contravveniva ai loro insegnamenti; ma quella era l'unica soluzione, l'unica.
Gaio Lelio si avvicin al tavolo delle mappe dove stava Publio. L, su una delle carte, il proconsole aveva disegnato la disposizione delle truppe. Lelio si approssim ancora di pi e focalizz bene. La maniera di distribuire le truppe non era quella tradizionale. Era molto diversa, completamente diversa da quella che era stata predisposta fino a quel momento. In realt, sembrava non avere alcun senso. Di fatto, non capiva come si sarebbe potuto vincere con quella disposizione.
Lo so, lo so comment Publio nervoso, impaziente davanti all'espressione incredula di Lelio, avendo letto lo sconcerto e la diffidenza negli occhi del veterano tribuno. Non sono pazzo. Non lo sono. Solo cos potremo far fronte agli elefanti. Ascoltami bene.  il solo modo possibile.
E Publio Cornelio Scipione cominci la spiegazione. Accompagn le sue parole con delle bozze sulla mappa, mostrando a Lelio le manovre che dovevano realizzare per primi i velites, poi il resto delle linee. Lelio ascoltava in silenzio, prendendo mentalmente nota di ogni movimento. In breve, tutto cominci a guadagnare perfettamente senso. S, era una scommessa rischiosa, ma originale; se fosse riuscita si sarebbe potuto neutralizzare l'effetto della terribile potenza degli elefanti. Forse avrebbe funzionato. Forse.
Dopo un paio di minuti, Publio concluse la sua spiegazione.
Ebbene? Cosa ne pensi?
Cosa ne penso?  un'assurdit, un'altra delle tue follie, per, che posso dire? Le altre hanno funzionato. Come a Carthago Nova e a Locri. Forse funzioner anche questa. In ogni caso, cos si far, cos si combatter, che sia sotto il tuo comando o, che gli di non vogliano, sotto il mio. Ti giuro per Giove che, se servir, disporr le truppe in questo modo e le diriger come hai detto. Anche se ci dovesse portare tutti all'inferno.
Publio sorrise e sospir, pi rilassato. Per un momento aveva temuto che il piano fosse troppo strampalato. Ma se Lelio era disposto a eseguirlo era perch, in fondo, l'esperto tribuno si rendeva conto che aveva, in qualche modo, un senso. Il proconsole sent che la propria sicurezza aumentava. L'opinione del suo luogotenente aveva sempre influito sui suoi piani. E quando non aveva avuto a disposizione il suo consiglio, come nelle ultime fasi delle campagne d'Hispania, ne aveva avvertito la mancanza. Anche se non lo aveva mai ammesso.
Bene, andiamo allora disse con tono deciso. C' un generale cartaginese che ci aspetta per negoziare. La fermezza della negoziazione comincia dalla puntualit dell'incontro.
Senza aggiungere altro, i due abbandonarono la tenda per andare a dirigere le manovre di dispiegamento delle legioni maledette. Forse sarebbe stato l'ultimo.
Entrambi si addentrarono nelle prime ombre proiettate dall'alba. Publio si ferm un momento ad ammirare l'astro solare emergere dalle viscere delle dune del deserto. Avrebbe potuto essere l'ultima volta che contemplava il sorgere del sole e decise di dedicargli un brevissimo ma intenso istante.
Lelio torn alla propria tenda per sistemarsi la corazza e l'elmo che, risplendente, luccicava ai piedi di Netikerty.
Il tribuno aveva ricominciato a giacere con lei. Aveva imparato a godere delle delizie del corpo della giovane senza pi coinvolgere la propria anima. Aveva imparato, finalmente, a trattarla come una schiava. Pens di svagarsi con lei ancora una volta, che forse sarebbe stata l'ultima, prima di andare a riunirsi con Publio e il resto degli ufficiali. Quello che desiderava avrebbe richiesto solo cinque minuti.

Nella valle di Zama, 19 ottobre 202 a.C., all'alba. Mezz'ora dopo l'ultima conversazione tra Publio e Lelio
Lelio, Marcio, Silano, Mario, Trebellio, Digizio, Valerio e il re Massinissa, i centurioni e i decurioni e tutti i legionari delle legioni V e VI videro allontanarsi Publio Cornelio Scipione, loro generale, questa volta s a cavallo, scortato solo dai dodici lictores della guardia personale e da una trentina di cavalieri di una turma della cavalleria romana. I lictores cavalcavano davanti e i cavalieri erano distribuiti su entrambi i lati e nella retroguardia. In questo modo avrebbero protetto con i loro corpi la vita del generale da qualunque arma che qualche mercenario assoldato da Cartagine potesse lanciare a distanza. Vicino a loro, alla fine del gruppo, cavalcava un giovane soldato che parlava la lingua dei Cartaginesi e che avrebbe fatto da interprete.
Allo stesso tempo, dalla parte cartaginese, Annibale, accompagnato anche lui da una piccola scorta, si separava dalle sue truppe e avanzava verso la collina dove era stato fissato l'incontro. Anche Annibale si avvicin protetto dai suoi uomini, sul davanti, ai fianchi e alle spalle. A quanto pareva, entrambi i generali volevano proteggersi da un possibile attacco da parte di un assassino o di un pazzo esaltato appartenente al nemico. In entrambi gli eserciti c'erano infatti soldati di origini molto diverse tra loro e troppo odio accumulatosi per il dolore della perdita di persone amate durante quel lungo conflitto. I due generali ne erano coscienti e prendevano precauzioni. Inoltre, c'era sempre la possibilit che esistesse un gruppo di traditori a favore dell'esercito avversario.
Intanto, le due scorte erano arrivate vicino alla collina. Si trovavano a circa cinquecento passi di distanza. Annibale fu il primo a separarsi dal piccolo gruppo di uomini che lo accompagnavano e a cominciare una lenta salita lungo il pendio della collina. Publio fece lo stesso e anche lui cominci a salire. I due erano seguiti solo dai propri interpreti.
Il sole era gi alto, potente, e illuminava il nuovo giorno. Annibale e Publio raggiunsero la cima della collina quasi contemporaneamente. Si trovavano ad appena venti passi di distanza. Annibale smont da cavallo. Publio anche. Gli interpreti fecero lo stesso. Finalmente erano faccia a faccia.
Publio guard in silenzio e con determinazione Annibale, il suo avversario, il peggior nemico che Roma avesse dovuto affrontare nei suoi oltre cinque secoli di storia, ed era toccato a lui, a Publio Cornelio Scipione figlio, combatterlo. E ora che lo aveva cos vicino, non vedeva nulla in quell'uomo che apparisse sleale, sgradevole o villano. Era un uomo agguerrito, senza dubbio, ed erano visibili molteplici cicatrici sulle braccia e sulle gambe nude. Soprattutto, risaltava la ferita su una gamba, prodotta da un giavellotto lanciato dalle mura di Sagunto. Aveva una benda sull'occhio sinistro, per occultare la perdita della vista causata dall'infezione presa nelle paludi del Nord d'Italia. Era un corpo segnato dalla guerra, da mille battaglie dove, era chiaro, non aveva evitato il combattimento in prima persona. Per il portamento, lo sguardo dell'occhio sano, i gesti nello smontare da cavallo, nel voltarsi verso l'interprete e lasciargli le redini del cavallo, erano senz'altro quelli di un uomo sicuro di s, fermo, deciso ma non presuntuoso. Ci sorprendeva il ben pi giovane generale romano. Scipione, con i suoi trentatr anni, si sarebbe aspettato maggiore altezzosit da parte di quel vittorioso rivale di quattordici anni pi anziano. Eppure no, Annibale si comportava davanti a lui con disinvoltura ma senza disprezzo, e avanzava lentamente verso Publio con una sveltezza sorprendente per la sua et.
Anche il proconsole avanz verso il generale cartaginese di alcuni passi e in quell'istante si chiese che cosa stesse pensando l'invincibile cartaginese del nuovo generale romano che aveva avuto il coraggio di affrontarlo in una battaglia in Africa, ad alcune miglia dalla stessa Cartagine. Publio era di solito bravo a indovinare nei gesti e negli occhi i pensieri dei suoi interlocutori, ma nello sguardo di Annibale vide un eguale, qualcuno che non solo non evitava l'analisi del generale romano, ma che manteneva lo sguardo fermo, senza abbassare il volto. Il loro era un combattimento silenzioso che il giovane proconsole non si aspettava. Per qualche ragione aveva passato molto tempo, la notte prima, a riflettere su che cosa dire al generale cartaginese e a come poter rispondere alle sue repliche, per non aveva pensato a come comportarsi se entrambi fossero rimasti l a fissarsi negli occhi, come in quel momento, ad appena cinque passi di distanza.
Accanto a loro c'erano gli interpreti, un paio di passi dietro ai rispettivi generali, ai piedi della collina le scorte dei due e a mille passi di distanza in entrambe le direzioni quarantamila uomini tra le fila cartaginesi e trentacinquemila soldati tra quelle romane, tutti disposti per il combattimento, per la grande battaglia finale tra Cartagine e Roma. E, ancora pi oltre, il mondo conosciuto, dalla Gallia fino all'Africa, dall'Hispania fino alla Siria e alla Mesopotamia, passando per la Grecia, la Tracia, l'Egitto, la Macedonia, l'Italia e decine di citt, trib, popoli e regni; tutti attendevano incuriositi, trepidanti, la conclusione di quel colloquio tra i due invincibili generali, tra il proconsole di Roma e il generale dell'impero cartaginese.
Annibale manteneva, tenace ma tranquillo, lo sguardo fisso sul generale romano. Publio non vide in lui l'odio che i senatori di Roma gridavano ai quattro venti ogni volta che si riunivano per spaventare il popolo raccontando dell'oscura malvagit del cartaginese. Forse c'era davvero dell'odio nell'animo di quell'uomo davanti a lui, ma non era riconoscibile nel suo sguardo; semmai poteva esserci, sembrava intravedersi, nella parte pi profonda, un certo fastidio, un astio infinito, ma talmente mitigato dall'autocontrollo e dalla tranquillit che era difficile capire se ci fosse davvero o se si trattasse semplicemente di una visione sbagliata, di una cattiva interpretazione dei sentimenti pi intimi di quel generale supremo.
Publio, alla fine, anche se gli cost, si diede per vinto e distolse lo sguardo. Si volt verso il suo interprete, ma appena cominci a trasmettergli quello che desiderava che traducesse, Annibale, con una voce grave, profonda e, perch non riconoscerlo, anche gradevole e potente, cominci a parlare in un greco un poco grezzo nella pronuncia ma chiaro nel contenuto e nella forma.
Il proconsole trattenne dunque le parole e il respiro, proprio come accadeva ai giovani legionari al suo cospetto, e ascolt leggermente perplesso, tra il rispetto e la curiosit, poich mai avrebbe pensato che Annibale gli parlasse in greco.
Ti saluto, Publio Cornelio Scipione, proconsole di Roma, e ti offro un patto di pace. Non dobbiamo necessariamente combattere, oggi. Cartagine  disposta a riconoscere il dominio di Roma su tutte le isole tra l'Africa e l'Italia e sull'intera Iberia. In cambio, chiediamo solo la ritirata delle tue legioni dall'Africa.  un patto generoso, romano. Accettalo e vai in pace. Poi tacque.
Publio lo guardava intensamente. Annibale era stato breve, diretto ed era andato al punto. Il giovane generale romano si pass il palmo della mano destra sul mento, che brillava per la recente rasatura del suo tonsor.
Ti saluto, Annibale Barca, generale supremo degli eserciti di Cartagine. Ho ascoltato con interesse la tua offerta, ma una pace in questi termini non  possibile. Per Roma, la pace  possibile solo se Cartagine accetta le clausole del trattato che abbiamo concordato lo scorso anno, che si  interrotto con il furto di Cartagine di parte delle nostre navi di approvvigionamento incagliate nella sua baia. Non basta che Cartagine riconosca il nostro dominio sui territori che ha gi perduto, ma deve anche restituirci tutti i trasporti requisiti lo scorso anno nella baia di Cartagine e far fronte ai pagamenti in orzo, grano e talenti d'argento che ci deve, inoltre riconoscere Massinissa come re della Numidia e, cosa molto importante, distruggere la flo...
Publio s'interruppe. Annibale aveva alzato la sua mano destra con il palmo aperto verso il generale romano. Il proconsole, per prudenza, decise di tacere. Il cartaginese non sembrava nervoso, ma era chiaro che non voleva continuare ad ascoltare le umilianti condizioni che Publio stava esigendo.
Queste condizioni, proconsole di Roma, cominci Annibale le conosco bene, ma sono condizioni che hai pattuito con una Cartagine differente. Queste sono le condizioni date a una Cartagine il cui generale era lontano. Oggi questo generale  colui che comanda le sue truppe in Africa e questo generale supremo, proconsole di Roma, ti risponde che tali condizioni sono inaccettabili.
Publio fu sul punto di parlare, ma Annibale alz la mano destra e il romano, ancora una volta, si trattenne rimanendo in silenzio per continuare ad ascoltarlo.
Sei giovane e nobile, generale romano, ti rispetto per il tuo coraggio sul campo di battaglia, per il tuo rango e per la famiglia alla quale appartieni; ti ho visto combattere con audacia presso il Ticino e il Trebbia, e anche a Canne, ma non confondere il mio rispetto con il timore, non confondere la mia franchezza con la paura. Hai salvato tuo padre quando stava per morire circondato dalla mia cavalleria sul Ticino, e proprio l sei riuscito a fermare l'avanzata delle mie truppe quando eri solo un ragazzo. Ti invidio per questo poich io non sono riuscito a salvare mio padre in Iberia in una simile circostanza. I tuoi di ti hanno protetto per tutti questi anni, al Trebbia e poi a Canne, dove ti sei salvato per un soffio, e in ognuna delle battaglie che hai sostenuto in Iberia; per tu, giovane e nobile generale romano, devi considerare la possibilit che i tuoi di possano essere stanchi di proteggerti sempre, che la da Fortuna, che ha costantemente brillato cos intensamente sopra di te, possa un giorno trovarsi addormentata e dimenticarsi di correre in tuo soccorso e che, pensaci molto attentamente, potrebbe essere questo il giorno in cui i tuoi di decidano che ti hanno gi protetto abbastanza, che oggi potrebbe essere quel giorno, da qui a poche ore. Pensa che i tuoi di potrebbero abbandonarti proprio mentre disponi le tue legioni davanti al mio esercito. Non sarebbe poi cos strano, dal momento che sono innumerevoli i generali romani che hanno vissuto quest'esperienza e non sono pi al mondo per raccontarla. E sollev la mano destra ricoperta da vari anelli consolari e un altro d'argento, con uno splendido turchese incastonato di cui Publio ignorava l'origine; gli altri erano chiaramente gli anelli consolari di Gaio Flaminio, Emilio Paolo e Claudio Marcello.
Uno di quegli anelli mi appartiene.
Annibale, per la prima volta, si mostr sorpreso. Di fronte alla perplessit del cartaginese, Publio decise di essere pi preciso.
L'anello che porti al tuo dito anulare, nella mano destra, era di Emilio Paolo, mio suocero, il padre di mia moglie. Esso mi appartiene. E, con un gesto audace e la sfrontatezza propria del suo carattere, Publio Cornelio Scipione allung il braccio come per afferrarlo.
Annibale ritir lentamente la mano destra stringendo le dita in un pugno ferreo, impenetrabile, granitico.
Temo, giovane generale di Roma, ribatt con la serenit degli anni e dell'esperienza, con la pazienza del guerriero che ha gi visto e udito tutto temo, generale di Roma, che questo non sia possibile. Ognuno di questi anelli l'ho meritato lealmente sul campo di battaglia. Se vuoi riaverlo dovrai uccidermi in combattimento; proconsole, se rivuoi l'anello che ritieni ti appartenga devi solamente sconfiggere il mio esercito.
Allora questi anelli saranno restituiti a Roma entro poche ore rispose il proconsole con una spavalderia che non si dimostr efficace, come si rese conto lo stesso Publio. Annibale infatti sorrise.
Pensi davvero che il combattimento sar cos breve? Io mi concederei almeno un giorno per riuscire a fermare i miei elefanti, l'esercito di Magone, le truppe di Giscone e, se rimarr ancora in piedi qualcuno dei tuoi legionari, i miei veterani dall'Italia. Avrai bisogno, romano, per lo meno di un giorno molto lungo per riprenderti questi anelli. Pu anche darsi che questo giorno sar troppo lungo e doloroso per te, fino a divenire insopportabile. E Annibale gett indietro la testa e scoppi a ridere.
I due interpreti indietreggiarono di un paio di passi; erano entrambi nervosi, non sapevano in cosa sarebbe sfociato tutto ci; era un dibattito tra titani e, anche se in quel momento erano testimoni della Storia, il loro pensiero si concentrava solo su come uscire vivi da quel folle colloquio.
Annibale interruppe improvvisamente la sua risata.
Sar un giorno troppo lungo, romano, troppo lungo perfino per te concluse con un tono freddo, distaccato, infastidito. Appariva come l'anziano che avvisa il giovane dell'inevitabile, pur sapendo che quel giovane sceglier il cammino pi pericoloso, il cammino che conduce esclusivamente alla morte.
Publio deglut prima di rispondere.
Concedimi qualcosa di pi che il riconoscimento di quello che avete gi perduto insistette il proconsole, con un tono quasi umile, come un amico che chiede un favore a un altro amico; la sua era quasi una supplica. Accetta che Cartagine faccia fronte ad alcuni dei pagamenti convenuti e che restituisca alcuni trasporti; devi darmi qualcosa con cui io possa persuadere il Senato di Roma e cos evitare lo scontro. Non m'interessa combattere fino alla morte contro di te e il tuo esercito, se non per difendere la mia patria. Hai abbandonato l'Italia. Era il mio vero obiettivo. Dammi qualcosa su cui basare la difesa di una pace duratura con Cartagine e ti prometto che far tutto il possibile per persuadere il Senato di Roma affinch l'accetti; ma devi offrirmi qualcosa in pi.
Annibale sorrise con aria stanca mentre negava lentamente con la testa. Al generale cartaginese sembrava incredibile che quel brillante generale romano non fosse ancora in grado di riconoscere le vere intenzioni dell'oligarchia che governava Roma. Si trovava di fronte a un grande militare, ma anche a un ingenuo in politica.
Tu credi davvero che il Senato di Roma desideri qualcosa che non sia il nostro scontro?
Publio, che nell'impulsivit generata dal suo precedente discorso era avanzato di un passo, indietreggi nuovamente alla posizione iniziale. Le parole di Annibale riportarono velocemente alla sua mente l'immagine del recentemente scomparso Quinto Fabio Massimo e dell'ora onnipresente Marco Porcio Catone. Massimo era appena morto, ma Catone continuava a manipolare il Senato di Roma come gli pareva. Fin dove era capace Annibale di leggere il destino degli uomini?
La politica di Roma  qualcosa che dovresti lasciare a me rispose freddamente Publio Cornelio Scipione.
Te la lascio volentieri rispose Annibale, guardandosi alle spalle per un istante, come per controllare la posizione delle sue truppe. Poi torn ad affrontare la figura del proconsole e decise di mettere fine a quella conversazione. Ritengo che non abbia pi senso continuare con questo colloquio. Tanto il tuo Senato come il mio considerano la guerra come l'unica soluzione possibile, proprio come l'hanno considerata negli ultimi sedici anni. Per loro, ovviamente,  pi facile. Loro non devono combattere questa mattina. Toss e sput a terra. Tu e io siamo solo le braccia che eseguono i loro ordini. Ci vediamo sul campo di battaglia, giovane generale romano. Prega che i tuoi di non ti abbiano dimenticato. Per quanto mi riguarda, io non prego pi ultimamente. Mi concentro solo sulla disposizione delle mie truppe e dei miei elefanti; ma tu, giovane proconsole, non puoi permetterti nemmeno un giorno senza il loro aiuto. Se i tuoi di mancheranno di aiutarti, seppellir il tuo nome insieme al tuo cadavere e lo canceller dalla Storia. E, senza aspettare risposta, Annibale Barca si diresse verso il suo cavallo, vi mont sopra con grande destrezza nonostante i suoi quarantasette anni e spron l'animale che, incitato dai colpi secchi del cavaliere contro il costato, nitr alzando le zampe anteriori fin quando non torn a terra e part veloce come una saetta, diretto alle posizioni degli eserciti punici.
Dietro di lui, l'interprete e i cavalieri della scorta si avviarono tentando di seguire una scia folgorante troppo rapida. Il galoppo di Annibale era cos veloce da sembrare spinto dalle fauci del vento.

87. L'ULTIMO DISCORSO.
Zama, 19 ottobre 202 a.C., mezz'ora dopo l'incontro

I due generali non avevano raggiunto un accordo. Publio aveva cominciato a parlare alle sue truppe con una sorta di freddo autocontrollo, ma, man mano che proseguiva il discorso, i suoi muscoli si fecero tesi, le vene del collo si ingrossarono visibilmente, il volto prese a sudare e a infuocarsi, gonfio di sangue e di passione. Ben presto, ogni legionario della V e della VI si ritrov ad ascoltare attentamente il proprio capo, il proprio comandante, l'unico proconsole di Roma che Annibale avesse considerato sufficientemente interessante da parlargli personalmente. Non era stato stipulato alcun patto. Non rimaneva altro da fare che combattere e cancellare con il sangue nemico l'ignominia di Canne e la vergogna dell'esilio in Sicilia, ma il proconsole continuava a parlare, a parlare...
Pare che dovremo combattere senza le truppe di Tiberio Claudio! prosegu Scipione dall'alto di uno splendido cavallo bianco con cui si muoveva lentamente, tenendo il passo davanti alla perfetta formazione delle legioni V e VI. Dovremo combattere da soli, dal momento che i soldati che ci volevano inviare non sapevano nemmeno navigare! E il console s'interruppe un momento per lasciare che i legionari ridessero un poco e scaricassero la terribile tensione. Per Castore e Polluce, non sapevano neanche navigare e li chiamavano rinforzi!
Altre risate, sghignazzate generali in tutte le fila, dai velites della prima linea fino ai veterani triarii, dai legionari di rango inferiore fino ai centurioni e ai tribuni al comando dell'esercito: Lelio, Silano, Marcio, Mario, Trebellio, Digizio, Valerio. Tutti ridevano. Il proconsole attese che le risate si attenuassero e torn ad assumere un'espressione seria prima di proseguire.
Meglio soli! Meglio pochi e forti e leali e coraggiosi che molti e, tra i molti, troppo fiacchi e deboli e codardi! Dicono che queste legioni sono maledette!  possibile, ma in esse non c' spazio per i deboli di spirito e di corpo! Voi ridete e mi sta bene, ma non pensiate di aver ottenuto tutto solo perch avete raggiunto qualche vittoria!  vero che avete conquistato Locri in Italia e che abbiamo sconfitto il re Siface e i generali Annone e Giscone! Ed  vero che molte citt si sono consegnate e hanno aperto le loro porte per il timore suscitato dalle vostre armi o per la vostra insistenza nell'assedio, come a Utica! Per tutti gli di, so di parlare a uomini coraggiosi e con una gran forza d'animo! Le uniche legioni di Roma ad aver ottenuto tante vittorie, una dopo l'altra, in terra africana! Per... Sapete una cosa, sapete che cosa siete per Roma?
E ci fu una nuova pausa, durante la quale il proconsole guard dal suo cavallo gli uomini ora silenziosi che, assorti, lo osservavano attraverso gli elmi indossati sotto il sole risplendente di quell'alba, forse l'ultimo che molti di loro avrebbero visto, forse l'ultimo che tutti loro avrebbero visto.
Per Roma non siete nulla! Nulla! Ve lo ripeto ancora: per Roma non siete nulla di pi che una scoria espulsa ed esiliata in Sicilia per dimenticare, per cancellare dagli annali della storia di Roma la pi vergognosa delle sconfitte subite dal nemico! Per Roma continuate a essere i vinti di Canne, i miserabili che sono scappati invece di morire con dignit proteggendo la propria patria! Lo so, lo so, il mio cuore  con voi e so quello che state pensando, so che state pensando che non  giusto, gi, poich credevate di aver compensato quella grave offesa con il vostro servizio e il vostro sangue versato in Africa, con le vittorie qui ottenute e, ancor di pi, dopo aver fatto in modo che Cartagine richiamasse Annibale e che lui, dopo tanti anni di terrore, abbandonasse l'Italia! Credete che per questo vi si dovrebbe concedere il perdono e il diritto di tornare a Roma dopo queste difficili campagne in Africa! Per devo dirvi una cosa! Ci varrebbe con qualunque altra citt e con qualunque altro popolo, ma questo non basta per il popolo romano e per il Senato di Roma; questo non  sufficiente! Non  sufficiente per dimenticare le sei legioni eliminate da Annibale a Canne! E, a dire il vero, se sommassimo tutti i nemici uccisi da quando siamo arrivati in Africa quasi due anni e mezzo fa, non arriveremmo a un numero sufficiente per eguagliare il numero dei legionari che i soldati di Annibale hanno massacrato a Canne! A voler essere sinceri, per tutti gli di,  proprio cos! Quindi per Roma voi non siete nulla! Nulla! E Roma non vi lascer ritornare n vi perdoner mai! Mai! Mai!
Publio Cornelio Scipione guard il suo esercito; a poco a poco era calato il silenzio e i legionari sembravano delle statue di pietra tanto trattenevano il respiro.
Voi ora mi direte, e con ragione, per quale altro motivo dovreste combattere se non per ritornare tra i vostri e ricevere il perdono. Un legionario non deve mai lottare per ottenere il perdono, un legionario non deve mai cercare di redimersi, un legionario pu solo cercare la vittoria o la morte! Perch combattete? Ve lo dico io, per Giove! Combattete, combatteremo tutti, oggi, per il trionfo e per la gloria! Le legioni V e VI non vogliono ottenere il perdono di Roma, ma che Roma s'inginocchi davanti a loro! Non combattete perch vi lascino tornare, ma combattete per essere accolti in trionfo e venire da me condotti fino allo stesso Campidoglio! Combattete per non essere pi le legioni maledette, ma le migliori legioni della storia di Roma, poich un affronto tanto grave come quello di Canne pu essere cancellato solo da una vittoria di uguali proporzioni, e la battaglia di oggi, credetemi, sar come quella di Canne! Oggi c' s una nuova Canne, ma sar la Canne di Cartagine! E voi legionari che mi avete seguito dall'Hispania, ricordatevi solamente che l avete giurato di seguirmi anche fino all'inferno! E allora sia: benvenuti tutti all'inferno! Il proconsole sguain la spada e la brand in alto gridando: Morte o vittoria! Morte o vittoria! Morte o vittoria!. E con un ultimo sforzo, piangendo, sputando saliva dal tanto gridare: Tutti all'inferno! Fino all'inferno!.
E le migliaia di soldati delle sue legioni, delle legioni V e VI, lacerarono l'aria con un ruggito centomila volte pi forte di quello del pi temibile dei leoni.
Fino all'inferno! Fino all'inferno! Fino all'inferno!

88. LA CARICA DEGLI ELEFANTI.
Zama, 19 ottobre 202 a.C., un'ora dopo il colloquio tra i generali

Retroguardia romana.
Terminato il suo discorso, Publio sal sulla piccola collina che s'innalzava proprio dietro alle sue legioni. Tutto era pronto. Il generale era circondato dai lictores e da un piccolo gruppo di legionari costituito dai veterani delle campagne in Hispania, volontari per una guerra in Africa che il giovane proconsole gi sapeva che sarebbe stata causa di temibili conseguenze per tutti loro. Lo avevano seguito per lealt e con questa lealt lui li stava conducendo tutti allo sterminio. Era contraddittorio, ma dopo aver atteso per tanto tempo il combattimento definitivo, ora, che finalmente era giunto e stava per cominciare, proprio ora, arrivavano i maggiori dubbi sulla possibilit di vittoria.
Publio controll l'intera formazione. In prima linea, un poco pi avanti degli altri, c'erano i velites di entrambe le legioni, in attesa del segnale di attacco e, data la posizione, ben attenti ai movimenti del nemico. Erano nervosi e si voltavano continuamente. Dietro di loro c'erano gli hastati, al comando dei quali aveva messo Quinto Trebellio, della VI, sul fianco destro, e Gaio Valerio, il quale, in qualit di primus pilus della V, comandava i manipoli che gli spettavano. Dietro ai quadrati formati dagli hastati c'erano i manipoli dei principes, che nella VI Publio aveva posto agli ordini di Sesto Digizio e nella V sotto la supervisione di Mario Giuvenzio. Questi manipoli si erano disposti tra gli spazi lasciati vuoti lungo la formazione dagli hastati della prima linea. Con una tale disposizione, i principes tappavano i buchi in modo tale che nessun nemico potesse arrivare alla fine della formazione romana senza trovare una qualche opposizione. E, dopo gli hastati, c'erano i veterani triarii, con Silano a capo di quelli della VI e Lucio Marcio Settimo al comando di quelli della V. In questo modo, i triarii formavano i loro manipoli perfettamente allineati con gli hastati della prima linea.
L'esercito romano aveva delineato cos quelle che nel futuro sarebbero state riconosciute come le prime tre file di una scacchiera, dove i manipoli di legionari occupavano le caselle dei pezzi neri, lasciando vuote le caselle dei bianchi, in quanto spazi utili per le manovre.
Le varie linee erano rinforzate dai volontari italici e dai fanti numidi.
Alle estremit, invece, c'era la cavalleria. Alla destra di Publio, orgoglioso e con il suo cavallo che scalpitava e nitriva, si distingueva il giovane Massinissa. Era ansioso di entrare in battaglia. Come tutti. E alla sua sinistra Gaio Lelio, con un'aria pi controllata, severa, immobile sul cavallo come fosse una statua, che osservava, aspettando il segnale d'attacco.
Publio era teso ma si sforzava di respirare normalmente, in modo che il suo nervosismo non trasparisse e la sua perplessit non contagiasse anche i lictores e i legionari che lo circondavano. C'erano trentacinquemila uomini sotto il suo comando, oltre ai due distaccamenti della cavalleria numida e romana.
Publio si pass il palmo della mano destra sul mento appesa rasato. Alz lo sguardo e vide l'inferno. A mille passi di distanza dai suoi velites di prima linea, si trovava il nemico: e nella prima fila era schierata la sua componente pi spaventosa, non tanto per essere la pi temibile, ma perch era la pi visibile e spettacolare. Ottanta elefanti africani erano infatti disposti su una lunga fila che si estendeva da un'estremit all'altra della formazione cartaginese. Ottanta elefanti, e non c'erano fortificazioni dietro le quali proteggersi; non avevano avuto il tempo per costruire delle difese adeguate. Annibale li avrebbe costretti al combattimento quella stessa mattina, per non concedere loro altro tempo. Era uno dei suoi pi grandi vantaggi e non voleva dar loro l'opportunit di proteggersi, di prepararsi.
Publio ricord ancora una volta le parole di suo padre quando gli aveva spiegato, in pi di un'occasione, che se si fosse trovato di fronte a una grande quantit di elefanti in formazione di combattimento, senza disporre di difese, avrebbe dovuto ritirarsi.
Ritirarsi. Publio sospir. Non posso farlo, padre, non posso farlo. Arrivati a questo punto, no. Strinse le labbra mentre osservava le imponenti proboscidi che si muovevano avanti e indietro. I loro stessi domatori faticavano a mantenere quiete quelle bestie. I pachidermi stavano probabilmente assorbendo l'ansia di tutti gli uomini che li circondavano e volevano muoversi, attaccare, schiacciare. E, come se non bastasse, dietro gli elefanti continuavano varie linee nemiche: prima i veterani dell'esercito di Magone, il fratello minore di Annibale, poi i resti dell'esercito di Giscone e, alla fine, i veterani dello stesso Annibale, senza alcun dubbio il corpo dell'esercito pi terribile che esistesse in quel momento, la macchina di morte pi perfetta e funzionante, il pi concreto e fatale pericolo tra quei quarantamila soldati che, insieme ai due distaccamenti della cavalleria, si contrapponevano a Publio e alle sue legioni.
In ogni caso, anche se i veterani di Annibale erano ci che il proconsole temeva maggiormente, rappresentavano un problema secondario. Il primo erano gli elefanti. I maledetti e giganteschi ottanta elefanti africani.
Publio rimaneva immobile sulla collina. Lelio, Silano, Marcio, Mario, Digizio, Trebellio, Valerio, i tribuni, i centurioni e i praefecti lo guardavano. Tutti aspettavano un suo ordine, ma il proconsole era come paralizzato, sembrava che non respirasse nemmeno.
La cavalleria numida nemica, comandata da Ticheo, parente di Siface, cominci ad agitarsi e a lanciare vari gruppi di cavalieri contro i Numidi di Massinissa. Il giovane re guard Publio. Ma il generale rimaneva l, pietrificato. Massinissa ordin allora di sua iniziativa che altrettanti cavalieri della sua cavalleria andassero a ricevere a met strada le centinaia di cavalieri nemici che si avvicinavano al galoppo. Entrambi gli eserciti videro come i Numidi di ogni fazione si scontravano ferocemente al centro del campo di battaglia. Era uno scontro interno a una battaglia che sarebbe stata ben pi grande, ma fu ugualmente cruento e terribile, poich era personalmente sentito tra Numidi sostenitori di due diversi candidati al ruolo di re. I colpi di spada risuonavano nell'aria grave di quella pianura e le grida di coloro che venivano attraversati dai giavellotti laceravano il cielo chiaro e limpido sotto il quale quei cavalieri si stavano ammazzando tra loro.
A un segnale di Ticheo i Numidi dell'esercito punico ripiegarono e Massinissa ordin lo stesso per i suoi compatrioti. Sul campo rimasero varie decine di cadaveri, i feriti che si trascinavano sul suolo e alcuni cavalli che, morti i loro cavalieri, rimanevano quieti tra gli eserciti, in mezzo a quel braccio di ferro tra Roma e Cartagine.
Per il momento, erano entrati in combattimento solo i subalterni.

Retroguardia cartaginese
Annibale osservava ogni cosa da un'impalcatura di legno disposta dietro le file dei suoi veterani. Uno dei suoi ufficiali si avvicin per consultarlo.
Continuiamo con le scaramucce della cavalleria, mio generale?
Erano ufficiali leali, quelli che si trovavano accanto a lui su quella struttura di legno, ma Annibale avvertiva la mancanza della voce familiare di Maarbale, dal quale aveva dovuto separarsi per mandarlo al comando della cavalleria africana, alla sua destra. La loro cavalleria era scarsa e il generale aveva deciso di compensare quella debolezza mettendo il suo migliore ufficiale al capo della forza a cavallo. Da parte sua, Ticheo doveva vedersela con l'arrogante Massinissa. Quella sarebbe stata una questione tra Numidi, ma era preoccupato. Se la cavalleria avesse ceduto, sarebbe stato un grave problema. Il segreto era fare in modo che la battaglia si sviluppasse in maniera tale che la cavalleria non fosse decisiva per il suo esito.
Gran parte della strategia risiedeva nella carica iniziale degli elefanti. Se questi provocavano abbastanza perdite tra la fanteria romana, i legionari si sarebbero demoralizzati e, sconfitti gi una volta dallo stesso nemico a Canne, avrebbero cominciato una disordinata ritirata; a partire da quel momento sarebbe stata solo questione di sterminarli efficacemente. Allora la superiorit della cavalleria romana sarebbe servita solamente a proteggere un esercito in fuga. La carica degli elefanti era cruciale. Se questa fosse fallita, ci sarebbe stato il corpo a corpo, ma anche l si sarebbe distinta la destrezza dei suoi veterani dall'Italia. Maarbale e Ticheo dovevano solo tenere occupati Lelio e Massinissa il tempo sufficiente perch, quale che fosse la conclusione della lotta tra le cavallerie, nessuno della fanteria romana rimanesse in piedi.
Gli attacchi della cavalleria, mio generale, insistette con cautela l'ufficiale, un poco nervoso continuiamo con quelli?
No rispose Annibale. Gli elefanti. Ora.
L'ufficiale punico annu varie volte e scese da quell'improvvisata fortificazione.

Prima linea di combattimento romana. Ala sinistra
Gaio Valerio, posizionato sulla prima linea degli hastati, vide che gli elefanti del nemico cominciavano a muoversi pesanti ma risoluti verso di loro. Respir profondamente varie volte. Guard da entrambi i lati. I suoi uomini, come lui, tenevano lo sguardo fisso su quella mandria di bestie che si avvicinava guadagnando sempre pi velocit. Gaio Valerio tossicchi e sput a terra. Aveva la gola secca.
Maledetta sfortuna disse a voce bassa.
Volt la testa e guard il proconsole di Roma. Niente. Impassibile. Bene.
Gaio Valerio non si mosse; inclin la testa verso sinistra e poi verso destra. Gli faceva male il collo. Aveva dormito in una cattiva posizione che gli aveva causato il torcicollo. Lo faceva quasi sorridere il fatto di preoccuparsi per un fastidio tanto insignificante. Gli elefanti avanzavano gi velocissimi.
Maledizione disse ora con un tono normale, e sput ancora.
Guard nuovamente i suoi uomini. Stavano tutti con gli occhi bene aperti, gli scudi fissati al suolo, i pila a lato. Not alcune lance che tremavano tra le mani nervose dei soldati. Erano terrorizzati. Maledizione , pens non ce la faranno. Non riusciranno a mantenere la formazione. Per tutti gli di.
Vide la terza fila dei manipoli, dove i soldati non avevano alcuna arma, ma erano carichi di tube, trombe, cornette e altri strumenti musicali che i Romani usavano per trasmettere gli ordini tra le legioni. Che spreco di file, ma erano ai diretti ordini del generale. Gaio Valerio not allora una strana vibrazione che gli percorreva la gamba destra, poi la sinistra. Si volt verso il nemico. Gli elefanti stavano correndo verso di loro. La terra sotto i loro piedi tremava. Gaio Valerio vide che gli scudi dei soldati vibravano e che gli sguardi dei suoi uomini non trasmettevano semplice paura ma piuttosto un terrore sconosciuto, un orrore che non aveva mai visto riflesso nel volto di nessun soldato prima di quella mattina.
Merda, merda, merda ripet uscendo dalla formazione e avanzando di uno, due, tre, cinque, dieci, fino a venti passi oltre gli hastati, superando anche i disordinati velites che quasi quasi, senza rendersene conto, avevano gi ripiegato di fronte all'avanzata degli elefanti.
Gaio Valerio aveva visto la cosa peggiore che un centurione potrebbe leggere nel volto dei suoi uomini: non avrebbero mantenuto la formazione; il loro terrore era troppo potente.
La terra si agitava sotto i sandali militari. Il tribuno guard gli elefanti. Erano a cinquecento passi. Poi guard i suoi uomini. Voleva che tutti lo vedessero. Lui non si ritirava. Lui rimaneva l. Anche da solo, se necessario. Se proprio volevano fuggire, dovevano prima vedere come muore un primus pilus delle legioni di Roma. Merda, merda, merda. Si volt di nuovo verso il proconsole. Niente. L'unica cosa che si udiva era il tonfo degli elefanti che calpestavano il suolo africano nella loro irrefrenabile corsa fatale.

Retroguardia romana
Scipione, dalla sua piccola collina, vide che Gaio Valerio, senza ricevere alcun ordine, aveva abbandonato la formazione ed era avanzato di venti passi.
Che sta facendo quell'imbecille? chiese il proconsole, ma al suo fianco non c'erano n Lelio n Marcio n Silano n chiunque altro dei suoi ufficiali di fiducia.
Uno dei lictores che si trovava pi vicino al generale, il pi veterano tra gli uomini della sua guardia personale, azzard una risposta.
Credo che tema che i suoi uomini si spaventino, mio generale...  avanzato perch tutti lo vedano... per essere di esempio, suppongo...
Publio Cornelio Scipione si volt verso il lictor che aveva appena parlato. Annu. Si trattava del proximus lictor, l'ultimo nella fila dei lictores che dovevano precedere un console e quello situato pi vicino a lui. Era sempre stato un uomo della massima fiducia.
Deve essere cos disse il generale, che, senza smettere di guardare il proximus lictor, aggiunse: Il tuo nome  Marco, vero?.
S, mio generale rispose il proximus lictor con una certa sorpresa.
Sei con me dall'Hispania, non  vero?
 cos, mio generale conferm con orgoglio il soldato.
Bene, Marco. Rimani vicino a me, oggi pi che mai. Le tue opinioni mi serviranno durante questa battaglia.
Publio guard di nuovo verso la pianura. Gli elefanti, in una lunghissima fila che ricopriva tutto, correvano incontro al suo esercito.
Dietro di loro, un polverone di dimensioni gigantesche si alzava nascondendo le manovre che le truppe cartaginesi forse eseguivano, ma era improbabile che stessero facendo qualcosa mentre quelle bestie si precipitavano quasi senza controllo contro i nemici.
Gli elefanti erano a quattrocento passi dai velites e dagli hastati. A trecentocinquanta, a trecento...

Prima linea di combattimento romana. Ala destra
Quinto Trebellio, al comando degli hastati della VI, vide Gaio Valerio che avanzava oltre gli uomini della V. Quinto Trebellio, centurione che aveva conquistato le mura di Carthago Nova insieme a Digizio e a Lelio, non poteva permettere che un ufficiale degli sconfitti di Canne lo superasse in coraggio... o in follia.
Poi si guard intorno e cap che una paura intollerabile aveva investito gli hastati che lo circondavano. Era chiaro che doveva dare l'esempio... anche se ci significava mettere a rischio la propria vita.
Per Ercole e per tutti gli di! url, e si fece avanti tra gli hastati fino a situarsi alla stessa altezza di Gaio Valerio. Poi, a bassa voce, parlando a se stesso, alla propria anima, continu: Siamo dei pazzi, siamo tutti dei pazzi.

Retroguardia romana
Marco indic al proconsole il movimento di Quinto Trebellio.
Un altro pazzo disse Publio, ma non pronunci quelle parole con tono di rimprovero, piuttosto di ammirazione.
Il lictor si azzard a commentare.
In quella posizione cos avanzata, da soli, saranno i primi a essere investiti dagli elefanti.  un suicidio.
Il proconsole lo corresse.
No, soldato, non  un suicidio,  una devotio. Una devotio a me, alle legioni, a Roma.
Marco annu quasi vergognandosi per il suo commento. Ci nonostante, il generale concluse la valutazione con un accenno di tristezza nella voce.
Una devotio che, pur ammirandola, mi duole profondamente. Sono due dei miei migliori ufficiali. Non credevo fosse necessario arrivare fino a questo punto. Mai l'avrei immaginato. Non cos, non in questo modo...
Il proconsole ripeteva quelle parole come tentando di perdonare se stesso per quello che stava per accadere. Non si poteva fare altro che procedere col piano e pregare gli di. Fino a quel momento non si era realmente reso conto di quello che stava esigendo dai suoi uomini.

Prima linea di combattimento romana. Ala sinistra
Gaio Valerio deglut la poca saliva che la sua bocca riusciva a produrre. Era assetato e ancorato al suolo di quella pianura come un palo dimenticato l da tempo. Un palo che tremava per la potenza con cui gli zoccoli di quei pachidermi sbattevano contro il suolo su cui avanzavano come gigantesche catapulte in movimento. Erano a trecento, duecentocinquanta, duecento passi. Era la fine.

Prima linea di combattimento romana. Ala destra
Quinto Trebellio passava in rassegna la propria vita nel poco tempo che gli rimaneva prima del grande impatto. Ricordava solo litigi e baruffe quando era bambino, per le vie di Roma. Una vita dura e senza alcuna prospettiva fino a che non era entrato nell'esercito, dove lottare e combattere era un onore. L si era fatto una reputazione e questa reputazione aveva raggiunto quasi il livello di leggenda dopo le campagne in Hispania, sotto il comando di quel proconsole che ora li stava conducendo tutti contro quella carica di elefanti. Grazie al generale aveva conosciuto il dolce sapore dell'ammirazione da parte di centinaia di uomini. Era un orgoglio speciale che lo avrebbe accompagnato anche nel giorno della sua morte. Cos che, se doveva morire in quella battaglia, per quel generale, sarebbe morto.
Quinto Trebellio si sistem l'elmo, lasci cadere a terra lo scudo e sollev il pilum con il braccio destro, in posizione di lancio. Che protezione avrebbe dato uno scudo contro ottanta elefanti? Per Castore e Polluce! Per Ercole e per tutti gli di! Che importava, ormai?

Retroguardia romana
Publio Cornelio Scipione, proconsole di Roma, alz in alto il braccio destro. Gaio Valerio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio, Silano, Marcio, il re Massinissa e Gaio Lelio osservarono tesi quel movimento. L'unico che sembrava ignorarlo era Quinto Trebellio, che avanzava verso gli elefanti con il suo pilum pronto per essere lanciato.
Publio lo guard con il volto impassibile. Trebellio avanzava da solo. Era disobbedienza o eroismo? Non importava. Le tube avrebbero trasmesso l'ordine e ognuno avrebbe saputo quello che doveva fare.
Il generale delle legioni V e VI abbass il braccio destro di colpo. Una decina di legionari portatori di tube che si trovavano con lui sulla collina fecero risuonare i loro strumenti e il suono dilag sulla pianura fino a raggiungere le prime linee degli hastati, dove, immediatamente, decine, no, centinaia di tube, trombe e qualunque strumento che potesse fare rumore risuonarono non con armonia, ma con un fragore suscitato dalla paura smisurata che i polmoni di migliaia di legionari terrorizzati stavano esalando.
Negli ultimi giorni il generale aveva ordinato di raccogliere tutti gli strumenti musicali dell'intera regione e di costruire altre tube e trombe che erano state distribuite tra le prime file dei suoi hastati per farle risuonare proprio quando gli elefanti fossero stati a pochi passi di distanza. E non era tutto.

Avanguardia romana. Prima e seconda linea di combattimento
Mantenete la formazione, mantenete la formazione! gridava Gaio Valerio dalla sua posizione avanzata, guardando indietro verso gli hastati della V.
Allo stesso tempo, i principes della seconda linea ricevevano un ordine differente.
Manovrate, maledetti, manovrate, per tutti gli di! urlavano Digizio e Mario ai loro manipoli di legionari della seconda linea.
Cos, i principes si spostarono rapidamente di lato, fino a situarsi esattamente dietro agli hastati e davanti ai triarii, lasciando quindi enormi corridoi scoperti, senza soldati, lungo tutta la formazione dell'esercito romano. Fu una manovra rapidissima e sconosciuta fino a quel momento. Sorprendente.

Retroguardia cartaginese
Annibale sbatt la palpebra del suo occhio sano.
Che cosa stanno facendo? chiese, pur senza aspettarsi una risposta.
Pare che stiano aprendo dei corridoi, mio generale rispose un ufficiale punico.
Lo vedo anch'io che aprono dei corridoi, imbecille grid Annibale. La questione  perch? A quale scopo?
Ma nessuno seppe rispondere. Annibale si era preoccupato di non lasciare intuire ai Romani, fino all'ultimo momento, dove esattamente avrebbe posizionato il suo esercito per combattere. In questo modo, aveva evitato che potessero innalzare fortificazioni o scavare fossati e buche dentro cui proteggersi dalla carica degli elefanti. Adesso, invece, loro aprivano dei corridoi. Corridoi.
Annibale scosse lentamente la testa pi volte. Era un'idea abbastanza buona. Abbastanza buona. Come l'assordante rumore di quegli strumenti. Ma la questione era: sarebbe stata sufficiente?
Annibale fece un passo avanti e si appoggi con le mani alla balaustra di quella piccola costruzione di legno sulla quale si trovava. Era realmente affascinato.

Prima linea di combattimento romana. Ala sinistra
Gaio Valerio, di spalle al nemico e guardando i suoi legionari, si sgolava senza indietreggiare di un passo dalla sua posizione avanzata.
Mantenete la formazione! Mantenetela o vi ammazzo tutti! Per tutti gli di, giuro che vi ammazzo!
Dietro di lui si ud il potente barrito degli elefanti. Si volt. La morte... l'avrebbe ricevuta guardandola in faccia.
A cento passi da dove si trovava, un enorme pachiderma correva verso di lui. Le zanne erano lunghe e artificialmente affilate dai suoi addestratori. Il domatore gli dirigeva la bestia contro. In cima all'alto animale, da una grande cesta contenente quattro arcieri, cominciarono a piovere frecce contro i Romani.
Aaaaaaaaaaaaah! grid con tutte le forze Gaio Valerio, primus pilus della V legione, una legione pi maledetta che mai, ma, mentre il centurione sfogava la propria paura con quell'urlo, centinaia di tube e di trombe risuonarono alle sue spalle generando un fragore immane e assordante quanto i barriti di quelle bestie. Gaio Valerio comprese allora le parole del generale: Benvenuti all'inferno. Chiuse gli occhi e d'istinto li riapr subito. Quello che vide lo lasci attonito.
Alcune delle enormi bestie, confuse per il sorprendente e inaspettato rumore che le legioni avevano prodotto, si erano spaventate e avevano abbandonato la formazione d'attacco e tentavano di scappare. Nel voltarsi o nel fermarsi, alcuni elefanti si erano scontrati. Cos, almeno due decine di bestie stavano ora scompaginando le grandi linee di attacco cartaginesi. Erano gli elefanti pi giovani, i meno addestrati, i pi inesperti, sorpresi dal rumore delle trombe e delle tube. I domatori che li conducevano, a forza di grida e colpi di mazza, un grande martello che, unito a uno scalpello di ferro, usavano per poter dare gli ordini con colpi sulla testa delle bestie, si affannavano nel tentativo di controllare gli elefanti impazziti. Alcuni ci riuscivano meglio di altri.
Nonostante tutto, molti elefanti continuavano con la loro avanzata, soprattutto i veterani; senza badare al suono delle trombe romane, andavano avanti, calpestando la terra con la potenza dei loro zoccoli di pelle pietrificata. Quella che si trovava di fronte a Gaio Valerio era proprio una di queste bestie pi esperte. Ci non lo sorprese. Evidentemente era destino.
Sguain la spada pronto a infilzarla dove avrebbe potuto mentre veniva schiacciato, ma l'enorme bestia che fino a quel momento aveva camminato in linea retta contro di lui per varie centinaia di passi improvvisamente cambi di poco direzione, cos da passare accanto allo sbigottito centurione senza travolgerlo n ferirlo. Valerio si volt e vide che l'elefante, nonostante gli ordini della sua guida, aveva deciso di modificare il suo tragitto per addentrarsi in uno dei corridoi che i Romani avevano lasciato aperti nella loro formazione.
Un elefante pu calpestare, investire e schiacciare teste e corpi e membra se deve farlo, se non esiste altra maniera per continuare ad avanzare; ma se di fronte a lui si aprono degli spazi vuoti, allora il suo istinto, come quello di un cavallo, lo condurr verso quelle aree aperte.
Intanto i velites, seguendo il piano del proconsole, al suono delle truppe cominciarono un rapido ripiegamento verso quei corridoi, in modo che gli elefanti credessero di inseguire le proprie vittime che fuggivano impaurite.
Gli elefanti lo avevano superato e lui era ancora vivo. Gaio Valerio si ritrov avvolto da un mare di sabbia e polvere sollevato dalle bestie, ma era ancora vivo. Vivo. Scroll la testa. Non poteva crederci. Era impossibile. Il fragore della battaglia, le grida dei suoi uomini che morivano nella lotta contro gli elefanti lo riportarono alla realt. Recuper il senso dell'orientamento e con la spada in mano ripercorse il tragitto per riunirsi ai suoi uomini e farla finita una volta per tutte con quei maledetti elefanti o con la sua stessa vita.

Prima linea di combattimento romana. Ala destra
Tutti fuggivano dagli elefanti, eccetto Quinto Trebellio, il quale, gettato via lo scudo, cammin verso il pachiderma che gli stava piombando addosso a tutta velocit. Cos, mentre i velites scappavano attraverso i corridoi aperti tra le file romane e gli hastati stringevano i denti trattenendo il respiro, immobili, incollati al suolo attendendo la loro terribile fine, Quinto Trebellio corse incontro agli elefanti.
In un baleno ne scelse uno che gli stava arrivando addosso e si concentr senza minimamente pensare alle conseguenze delle sue azioni. Quinto Trebellio si precipit contro la bestia. Il suolo continuava a tremare sotto i suoi sandali sporchi di polvere e sabbia. Infine, arrest la corsa e allung ancora una volta il braccio destro in avanti, poi, con tutta la forza della spalla e del corpo, lo port indietro, per lanciare il pilum in aria. La lancia solc l'aria con un sibilo acuto, sottile, deciso. Quinto Trebellio cerc di vedere se, con l'aiuto di Marte, il pilum avesse centrato l'obiettivo.
Intanto l'elefante, aizzato dal suo domatore africano, avanzava spaventoso, brutale, contro il centurione romano. L'arma di Trebellio vol dritta e come un dardo trafisse il domatore attraversandolo da parte a parte, entrando nella gola dell'uomo, tagliando la faringe, la giugulare e uscendo per la collottola insieme a un abbondante fiotto di sangue caldo. Il domatore rimase trafitto senza cadere dall'elefante, poich la lancia aveva terminato il suo viaggio mortale conficcandosi nella cesta dentro cui si trovavano gli arcieri cartaginesi, cos che l'addestratore di elefanti rimase l come una marionetta inerme sopra la testa del gigantesco animale.
Il pachiderma, non sentendo pi ordini, si rese conto, cos come i suoi compagni, dei corridoi che si aprivano davanti a lui e s'incammin verso di essi disdegnando il piccolo ostacolo rappresentato da Quinto Trebellio.
Il centurione avvert lo spostamento d'aria che l'animale provoc passandogli accanto, quasi sfiorandolo, ma senza calpestarlo. Era salvo e gli venne da ridere. Sfoder la spada e si diresse verso i suoi uomini seguendo il percorso dell'elefante. Ma era rimasto senza protezione dopo aver gettato a terra lo scudo per ottenere cos tutta la spinta necessaria per raggiungere con il suo pilum il domatore dell'enorme animale.
Attento ai domatori! Per Ercole! Attento ai domatori! Attento...!
Ma non riusc a terminare la frase. Uno degli arcieri lo stava puntando con la stessa destrezza con cui lui aveva appena infilzato il domatore dell'elefante. Un dardo si avvicin a tutta velocit e tutto ci che Trebellio pot fare fu buttarsi a terra, ma non abbastanza rapidamente, e il dardo lo raggiunse alla spalla.
Merda disse Quinto mentre si alzava. Per tutti gli di!
Lo avevano colpito. Una freccia. Si alz. Bene. Scroll la testa. Gli elefanti. Erano andati. Alcuni si disperdevano tra i corridoi. Trebellio vide che decine, centinaia di frecce e lance cadevano sugli animali, sui domatori e sugli arcieri, come un'interminabile pioggia. Altri animali retrocedevano e si dirigevano verso gli stessi Cartaginesi che rispondevano in modo simile. Ben presto tutte le bestie sarebbero state uccise, dagli uni o dagli altri, ma nel frattempo i pachidermi spazzavano via decine, forse centinaia di uomini.
Trebellio cominci a camminare. La spalla gli bruciava ma non gli impediva di procedere e non sembrava perdere troppo sangue. Si sarebbe occupato della ferita alla fine della battaglia.
Mantenete la formazione, legionari della VI! Mantenete la formazione e colpite quei maledetti elefanti con tutto quello che avete!
Quinto Trebellio gridava gli ordini nascosto dal polverone che gli elefanti avevano sollevato al loro passaggio. Gli hastati della VI lo ricevettero come uno spettro che tornava dal regno dei morti. E gli obbedirono. Gli obbedirono. Era difficile non obbedire a un centurione che dava ordini in piedi, con fermezza, gridando, con una freccia conficcata nella spalla, continuando a combattere come se niente fosse.

Retroguardia romana
Publio guardava le sue truppe respingere la carica di elefanti pi terribile che le legioni di Roma avessero mai affrontato. Contrariamente a ci che ci si sarebbe aspettato, Gaio Valerio e Quinto Trebellio sembravano essere sopravvissuti a quella corsa bestiale.
Trebellio  ferito disse Marco al proconsole.
Ma non  morto rispose Publio. Non baster una freccia a fermarlo aggiunse poi con orgoglio. Con quegli ufficiali, la vittoria, l'impossibile vittoria, diventava possibile.
Gli elefanti avevano raggiunto le file dei manipoli dei principes e triarii, sulla seconda e terza linea di combattimento. L, sotto le istruzioni di Digizio, Mario, Marcio e Silano, le bestie venivano trafitte da dardi e pila, anche se tardavano a morire e cos ferite diventavano anche pi pericolose. Per il dolore, i pachidermi si sparpagliavano infatti senza una direzione, travolgendo tutti quelli che si trovavano sul loro cammino. I legionari cadevano a decine, feriti, schiacciati, trafitti dalle loro zanne, colpiti dalle loro proboscidi, attraversati dai dardi degli arcieri punici, anche se la maggior parte di questi finivano col diventare cadaveri inermi in cima alle bestie moribonde, vittime delle armi lanciate dai loro stessi soldati.
Alla fine, alcuni animali, quasi trascinandosi, ricoperti dal loro sangue e da quello cartaginese, imbrattati dagli zoccoli fino alle gigantesche ginocchia da quello romano, raggiunsero la coda della formazione romana e si dispersero lentamente oltre i triarii.
Che cosa ne faremo di quegli animali che stanno fuggendo? chiese Marco.
Li lasceremo morire in pace o li salveremo, chiss. Forse saranno gli unici a sopravvivere a questa battaglia. Ora noi abbiamo un altro nemico di cui occuparci.

89. GLI ESERCITI DI ANNIBALE.
Zama, 19 ottobre 202 a.C., quasi mezzogiorno

Retroguardia cartaginese.
I Romani sono sopravvissuti agli elefanti, mio generale disse uno degli ufficiali punici ad Annibale.
Il generale non rispose immediatamente. Stava valutando la situazione. Aveva visto che gli animali che erano tornati sui loro passi erano stati abbattuti dai cavalieri della sua cavalleria e dai guerrieri di Magone, disposti sulla prima linea d'attacco cartaginese. Quello era stato un riscaldamento di ci che sarebbe arrivato dopo. Intanto, i Romani si arrangiavano come potevano per uccidere il resto degli elefanti. La tattica di aprire dei corridoi nella formazione delle legioni aveva dato dei risultati abbastanza buoni a favore dei loro nemici. Gli elefanti erano stati braccati tra due interminabili fuochi formati da lunghi corridoi mortali e, alla fine, la maggior parte delle bestie finiva uccisa, non prima, per, di aver trascinato con s varie decine di Romani, non prima di averli costretti a una lotta cruenta.
S, i Romani sono sopravvissuti alla carica dei nostri elefanti, rispose finalmente Annibale ma il nostro esercito  rimasto praticamente intatto, mentre il loro  stato pi che dimezzato e i superstiti sono esausti. Non  possibile combattere contro gli elefanti senza patire un grande sforzo. Vedremo fin dove possono arrivare le energie dei Romani questa mattina. E guard in cielo. Il sole non  ancora alto. Rimangono molte ore di luce. Molte. E dobbiamo fare in modo che diventino troppe per i Romani. Troppe.
Un altro ufficiale, senza dire nulla, indic le estremit di entrambi gli eserciti: le cavallerie erano entrate in azione. Per prima cosa, Ticheo si era lanciato contro i Numidi di Massinissa e quindi il giovane re esiliato aveva risposto con tutti i suoi cavalieri. Solo il tempo avrebbe deciso chi dei due contendenti sarebbe risultato il vincitore. All'altra estremit, la cavalleria romana aveva attaccato le forze di Maarbale e questi, molto astutamente, le stava combattendo ma ripiegando a poco a poco, allontanando la cavalleria romana dalla fanteria delle sue legioni.
Annibale sorrise congratulandosi mentalmente con la destrezza di Maarbale. Mancava di vedere se Ticheo si sarebbe dimostrato all'altezza delle circostanze. Con soddisfazione del potente generale cartaginese, anche i Numidi della sua cavalleria si stavano allontanando dalla pianura trascinando con s gli ansiosi cavalieri di Massinissa. Ansiosi di sbaragliare i loro compatrioti numidi.
Ciechi pens Annibale. Bene disse a voce alta. Per Tanit e Baal. Facciamola finita con questo preambolo. Che avanzino i mercenari di mio fratello minore. Vediamo di cosa sono capaci questi Mauritani, Galli e Balearici uniti.

Retroguardia romana
Che si raggruppino. Abbiamo appena cominciato ordin il proconsole di Roma.
Le tube e le trombe trasmisero gli ordini. Ai suoi piedi, nella pianura, gli ufficiali ripetevano le istruzioni senza tregua.

Avanguardia romana
Raggruppiamoci! Raggruppiamoci! urlava Quinto Trebellio ai legionari della VI con la freccia ancora conficcata nella spalla. Sembrava quasi che volesse esibirla come un trofeo. L'ardore pareva essere tornato, ma si sentiva pi stanco del normale.
Raggruppatevi tutti! Per Marte, tutti in formazione! gridava Gaio Valerio, sudando, con del sangue sulle mani e sulle gambe, che era senz'altro sangue nemico dato che riusciva a muoversi con agilit tra gli hastati della V.
I Romani ricostituirono le file, lasciando piccole isole in mezzo alla formazione, nei punti in cui i giganteschi cadaveri degli elefanti giacevano inermi, circondati dai corpi senza vita dei loro domatori e degli arcieri punici che fino a pochi minuti prima avevano trasportato. Non c'era tempo per ritirare i feriti, cos che questi, o almeno quelli che riuscivano a trascinarsi, cercavano riparo in quelle piccole isole, vicino ai giganteschi corpi delle bestie abbattute. Sarebbe toccato ai loro compagni lottare per loro e... vincere, oppure, alla fine, sarebbero stati tutti uccisi dai Cartaginesi vittoriosi. Cos era la guerra.
Attilio, il medico greco delle legioni di Publio, si spostava da uno all'altro dei grandi cadaveri dei pachidermi cercando i legionari feriti per tentare di assisterli quando era possibile. Per il momento, stava trovando feriti da frecce o lance o, i pi orribili, uomini con i piedi o le gambe o addirittura il petto calpestati dalle terribili zampe di alcune delle bestie accanto ai cui cadaveri lui operava senza alcun tipo di anestesia o analgesico. Attilio era gi oberato ed erano solo all'inizio.
L'esercito di Roma si raggrupp in pochi minuti. Dall'altro lato della pianura avanzava verso di loro un conglomerato di mercenari che sembrava provenire dalle pi diverse regioni del mondo conosciuto. Erano i guerrieri che Magone, il fratello minore di Annibale, aveva reclutato negli anni, nel disperato intento di rimpiazzare l'esercito di Asdrubale sterminato nella battaglia del Metauro.
Le legioni V e VI videro che i Liguri del Nord dell'Italia, i Galli del Sud della Gallia, i frombolieri delle Baleari, i robusti Mauritani e perfino un rilevante contingente di soldati libici avanzavano verso di loro. Gli altri due grandi corpi dell'esercito di Annibale, i soldati cartaginesi e africani dell'esercito di Giscone e il corpo di veterani d'Italia per il momento restavano nella retroguardia senza intervenire.
Le trombe e le tube romane risuonarono di nuovo. Il proconsole ordinava di affrontare i mercenari di Magone con tutti gli effettivi. Cos, hastati, principes e triarii andarono incontro alla prima carica della fanteria nemica. Lo scontro fu frontale, feroce, selvaggio.

Retroguardia romana
Publio si rese conto che sia la cavalleria di Lelio che quella di Massinissa si allontanavano sempre di pi. Pareva che anche i Numidi di Cartagine e i cavalieri africani stessero battendo in ritirata e che sia Massinissa che Lelio corressero a inseguire i reggimenti della cavalleria che fuggivano. Una cosa era positiva, l'altra no. Positivo era il fatto che la cavalleria nemica non potesse ripetere le manovre di Canne, superando le ali della cavalleria romana per attaccare poi la retroguardia delle legioni; negativo che anche i cavalieri romani e gli alleati numidi si allontanassero tanto da non poter pi contribuire al combattimento che si stava svolgendo nella pianura. Publio comprese in quell'istante che sarebbe stato l, in mezzo a quella pianura, che tutto si sarebbe deciso. Fanteria contro fanteria, corpo a corpo.
Strinse i denti e istintivamente la sua mano scivol fino all'impugnatura della spada. Si trattenne. Il generale supremo non doveva entrare in combattimento. Non era una battaglia di tale importanza. Doveva mantenersi nella propria posizione per poter trasmettere gli ordini necessari. Erano i suoi uomini quelli che dovevano combattere, per lui, per Roma. Aveva i migliori ufficiali. Era il loro turno. Dovevano combattere. Lui aveva passato giorni, settimane, anni a preparare quella battaglia. Lui aveva riunito i mezzi necessari e lui aveva fatto in modo che quella battaglia avesse luogo e che, nonostante i complotti di Massimo e di Catone, avesse luogo in Africa. Adesso dovevano combattere i suoi uomini. I suoi uomini.

Prima linea di combattimento romana. Ala sinistra
Gaio Valerio aspett finch i suoi hastati della V non furono a un centinaio di passi dai mercenari nemici.
Ora! Lanciate! Lanciate!
E tutti i legionari lanciarono contemporaneamente una raffica di pila. In risposta ricevettero una scarica simile di giavellotti di ogni forma e dimensione, accompagnati da decine, centinaia di pietre da parte dei frombolieri delle Baleari. Pietre e giavellotti colpivano gli elmi e gli scudi dei Romani e, con troppa frequenza, passavano attraverso le fessure delle armi difensive e si conficcavano nei volti, nelle gambe, nelle spalle...
Si levarono grida di dolore da ogni parte, e ben presto non ci fu pi alcuno spazio tra i Romani e i mercenari di Cartagine. I diecimila guerrieri dell'antico esercito di Magone si scontrarono con la linea degli hastati, che levarono i loro scudi contro la spinta dei barbari venuti da mille regioni distinte, addestrati da Cartagine per sconfiggerli ancora una volta, come a Canne; ma i legionari della V e della VI e i volontari italici del proconsole non erano disposti a lasciarsi massacrare con tanta facilit.
I Romani, per, avevano un altro nemico di cui non avevano tenuto conto: la stanchezza. Mentre quella linea di combattimento nemica era arrivata fresca, senza praticamente aver combattuto, loro, invece, avevano dovuto vedersela con la carica degli ottanta elefanti, perdendo diversi compagni e, cosa peggiore in quel momento di ripresa della battaglia, soffrendo per l'irrigidimento causato dalla fatica.
Gaio Valerio affront un mauritano che gli si era parato di fronte. Scost lo scudo per un secondo e conficc la spada nella spalla del nemico; questi si spost di lato e il primus pilus della V ne approfitt per spingerlo con il suo scudo e avanzare; allora altri mauritani arrivarono per sostituirlo.
Il centurione piant nuovamente lo scudo a terra e si ripar dietro di esso. Arrivarono altri colpi. Lui colp dal basso, emerse, conficc, spinse, fer, torn a spingere e prosegu con la sua avanzata. Con la coda dell'occhio controll ai lati. I legionari lo seguivano, ma molto faticosamente. O rallentava o rimaneva da solo circondato da nemici.
Avanzate, per Giove! Avanzate e mantenete la formazione! grid nei momenti in cui si riparava dietro lo scudo.
I suoi uomini raddoppiarono gli sforzi per continuare l'attacco, ma dopo la carica degli elefanti molti di loro erano esausti e non c'era stato il tempo per recuperare le forze. Valerio si accorse che invece di seguirlo gli hastati cominciavano a perdere terreno.
Maledizione! dice, e rimane indietro, alla pari con i suoi uomini. Trovarsi da solo sarebbe una follia senza senso. Perch i principes non li sostituiscono? La seconda fila dei manipoli romani ha faticato meno degli hastati durante la carica degli elefanti. Il generale deve ordinare immediatamente la sostituzione degli uni con gli altri. Gi. E intanto nuovi colpi sopraggiungono contro il suo scudo.

Prima linea di combattimento romana. Ala destra
Quinto Trebellio si difendeva dalla ferocia con cui combattevano i Galli, mezzi nudi, dipinti di azzurro, gridando tutto il tempo. Ne aveva gi uccisi due o tre e feriti molti, ma la freccia conficcata nella spalla era stata percossa dalla spada di uno dei suoi nemici e si era spostata all'interno lacerando qualcosa, non sapeva esattamente cosa, ma quasi non riusciva a sostenere lo scudo, e se lo avesse lasciato sarebbe stato un uomo morto. Gli hastati della VI si stavano comportando con onore, ma si notava che non avevano avuto il tempo di riprendersi dall'attacco delle bestie africane e ora la furia di quei Galli e Liguri portati dal Nord dell'Italia li stava facendo retrocedere. Trebellio se ne rendeva conto quando guardava in basso. Perdevano terreno palmo dopo palmo e avrebbero continuato a perderlo se i principes non fossero entrati in prima linea per rimpiazzarli. Non era codardia. Nessuno poteva accusarli di codardia. Era necessit. Perch il proconsole non ordinava ancora la sostituzione?
Aaaah!
Una spada lo aveva raggiunto al fianco. Non riusciva a sorreggere bene lo scudo per colpa della freccia nella spalla e ci aveva permesso a un gallo di sorprenderlo da dietro. In un attacco di rabbia prodotto dalla scarica di adrenalina che il suo corpo gener in quell'istante, Quinto Trebellio spinse lo scudo con bestialit. Abbatt due, tre nemici, abbass la protezione, colp, penetr e trapass con la spada e fer a morte molti Galli, poi retrocedette alcuni passi per reintegrarsi con i suoi uomini, che sembravano indietreggiare sempre pi rapidamente.
Quinto Trebellio, primus pilus al comando degli hastati della VI, sanguinava dalla parte anteriore e posteriore della spalla lacerata. Faticava a respirare. Doveva dare gli ordini ma gli mancava il fiato per gridare. Inalava l'aria a spasmi. Sput a terra e vide che gli usciva sangue dalla bocca. E i Galli non desistevano dal loro impeto.
Battaglia di merda disse a bassa voce, trangugiando il proprio sangue, che aveva un buon sapore. Aveva sete.

Retroguardia romana
Publio Cornelio Scipione osservava gli hastati che retrocedevano di fronte ai diecimila mercenari della prima linea cartaginese. Di conseguenza, anche i manipoli dei principes e dei triarii delle seconde e terze linee di combattimento cedevano terreno per evitare di rimanere intrappolati in un caos senza pi formazione n manovrabilit. In tutto questo, Digizio, Mario, Marcio e Silano stavano lavorando bene. Era la linea degli hastati che avrebbe dovuto opporre pi resistenza, ma si vedeva che non ci riuscivano. Doveva dare l'ordine di rimpiazzarli e fare entrare i principes, un po' pi freschi e meno affaticati dopo la carica degli elefanti, eppure Publio esitava. Annibale stava impiegando solo la sua prima linea di combattimento, mentre teneva le altre due al riposo, integre: altri diecimila guerrieri africani nella seconda linea e poi i ventimila veterani. Publio non poteva perci commettere l'insensatezza di impiegare tutte le sue truppe per rispondere alla carica della prima linea punica; gli hastati per cedevano e cedevano ancora.
Si pass il palmo della mano sulla barba rasata e, inconsciamente, strinse i denti. Avvertiva alle sue spalle lo sguardo dei lictores, del piccolo gruppo di legionari veterani che lo accompagnavano in qualit di guardia personale e dei soldati con le tube e le trombe che dovevano trasmettere gli ordini del proconsole di Roma. Publio si dibatteva in una valanga di dubbi. Intanto, in prima linea, i suoi uomini morivano. Morivano. E lui lo sapeva.

Prima linea di combattimento romana. Ala destra
Quinto Trebellio si rese conto che i legionari della VI non ne potevano pi. Non potevano continuare cos o quella si sarebbe trasformata in una fuga in piena regola. Inspir aria con tutte le sue forze e poi liber un potente grido.
Mantenete la formazione! Per Ercole, non retrocedete! Non retrocedete!
E si alz, ricoperto del proprio sangue, affacciandosi dalla cima del proprio scudo, dove una pietra lanciata da un fromboliere delle Baleari gli pass accanto sfiorandolo ma senza colpirlo. Avanz verso due Galli che lo affrontavano e li attacc con la disperazione di chi sa di essere ferito gravemente.
L'improvviso cambio di azione, dal retrocedere all'attaccare, sorprese i guerrieri gallici e quando decisero di reagire la spada di Trebellio stava gi squartando la loro gola; ma altri Galli accorsero subito a rimpiazzarli. Quinto Trebellio si batteva con la spada come un leone. Assestava colpi a destra e a sinistra e si proteggeva frontalmente con lo scudo sostenuto in alto da un braccio ormai intorpidito che non sentiva pi; ma intanto non si accorgeva di quello che stava accadendo dietro di lui. Gli uomini della VI avevano tentato di rispondere alla chiamata del loro centurione, ma, dopo una breve reazione iniziale, avevano ricominciato a perdere terreno abbandonando il loro primus pilus alla propria sorte. Quinto Trebellio sent che una lama, di una spada o di una lancia, lo lacerava nella parte alta della schiena e avvert le proprie ossa scricchiolare. Cap allora di essere circondato. Si gir di centottanta gradi e con la sua spada attravers il cuore del gallo che lo aveva appena ferito a tradimento. I Galli della linea d'attacco cartaginese ne approfittarono per saltargli addosso. Un Quinto Trebellio sano e senza ferite sarebbe uscito da l a forza di fendenti, spinte e colpi, lottando come un leone, invece era esausto per il combattimento e per il sangue che stava perdendo da tutta la mattina. Quinto Trebellio, ormai, poteva solo tirare colpi difensivi e mantenere il proprio corpo attaccato allo scudo. Sei Galli lo stavano circondando.
A me, la VI! A me, la VI!
Fu l'ultimo grido del primus pilus, che superando la fila dei nemici che lo avevano circondato, giunse fino all'orecchio degli hastati che continuavano la ritirata. Forse fu perch non si trattava di un ordine ma delle parole di un romano agonizzante, o perch la chiamata di soccorso del loro superiore li fece vergognare, in ogni caso gli hastati della VI legione di Roma reagirono e si lanciarono sui nemici. Questi furono colti di sorpresa da quella rapida reazione e retrocedettero di alcuni passi, quanto bast perch i legionari potessero recuperare il terreno che avevano perso e raggiungere il punto in cui Trebellio stava combattendo; ma quando gli hastati riuscirono ad arrivarci, il loro centurione era gi inginocchiato a terra. Aveva la freccia conficcata nella spalla, ferite su braccia e gambe e una lancia lo attraversava da parte a parte entrando dalla schiena. Intorno a lui c'erano cinque Galli morti e uno ferito gravemente che venne subito ucciso dai legionari, e poi sangue, sangue e altro sangue. Il centurione li guard con gli occhi spalancati.
Guardate quanto vi costa rispettare un ordine disse mentre dalla sua bocca usciva altro sangue. Mantenete la posizione... mantenete la posizione... E cadde in avanti sulla propria bava e sul proprio sangue.
Due uomini girarono il suo corpo cautamente, mentre una dozzina di legionari manteneva la linea di combattimento abbandonata dal centurione. Quinto Trebellio continuava a guardarli con gli occhi spalancati e senza muovere le palpebre, con la bocca semiaperta dalla quale non cessava di sgorgare sangue. I due hastati si guardarono tra loro e appoggiarono delicatamente il cadavere del primus pilus della VI per terra, su quella crescente pozza di sangue.

Retroguardia romana
Marco indic l'ala destra della formazione romana. Il proconsole assent. Lo aveva gi notato. La fila degli hastati della VI aveva reagito e aveva smesso di indietreggiare, il che era positivo. Grazie a Trebellio, il Trebellio di sempre, quello di Carthago Nova, di Baecula, di tante altre battaglie; tuttavia, la V continuava a cedere terreno, cos che l'intera linea di combattimento romana correva il rischio di separarsi, di spaccarsi in due. Ci non doveva succedere.
Ora! grid subito il generale. Tutti i suoi dubbi si erano dissipati di fronte al pericolo di vedere la linea del suo esercito divisa in due. Non aveva senso conservare delle truppe se si perdeva la battaglia gi all'inizio. Le tube e le trombe risuonarono nella pianura.

Seconda linea di combattimento romana. Avanzando verso la prima
Mario Giuvenzio Tala, in testa ai principes della V, e Sesto Digizio, al comando dei principes della VI, ordinarono l'avanzata dei loro uomini. Entravano in combattimento. Digizio guardava e riguardava tra gli hastati che, insanguinati e storditi, ripiegavano dalla prima linea, ma non trovava quello che cercava. Afferr allora per il braccio uno dei legionari che si stavano ritirando e lo prese da parte.
E Trebellio? Quinto Trebellio, il primus pilus della VI, dov'?
Il legionario scosse la testa avvilito. Digizio lo lasci andare. Il suo volto serio impallid. Combatteva insieme a Trebellio dalla prima campagna in Hispania. Da allora erano passati sette anni. Sette anni. Quante battaglie. Quinto Trebellio era morto. Non ci poteva credere. Ai suoi occhi, agli occhi di molti, Trebellio appariva quasi immortale. Che razza di battaglia era questa in cui si trovavano ora, dove perfino il miglior centurione che avesse mai conosciuto veniva ucciso dal nemico?
Avanti, per Roma, per il generale, per la vittoria! url Sesto Digizio ai suoi uomini. I suoi occhi erano iniettati di una combinazione di furore, rabbia e dolore. Per Quinto Trebellio, per il miglior centurione di Roma!
La voce si era gi sparsa per i manipoli dei principes. Quinto Trebellio, che sette anni prima aveva aperto le porte di Carthago Nova, era morto. Il suo sangue reclamava vendetta. Il suo sangue chiedeva, esigeva sangue nemico, fiumi di sangue.
Mario Giuvenzio riafferm la cieca passione di quell'odio tra le file dei suoi legionari della VI man mano che questi si avvicinavano alla prima linea.
Per Trebellio, per Quinto Trebellio, per gli di e in sua memoria!
Mario aveva conosciuto Quinto Trebellio perfino prima di Digizio, prima che il generale arrivasse in Hispania. Aveva combattuto con lui sotto il comando del padre e dello zio del proconsole e aveva imparato che averlo al proprio fianco sul campo di battaglia era una garanzia di sicurezza. Ora era morto. Mario Giuvenzio Tala aveva assistito a gravi sconfitte in passato, come quando l'abbandono degli alleati iberici aveva provocato la morte tanto del padre quanto dello zio del proconsole. La morte di Trebellio risvegliava in lui i peggiori ricordi, solo che l, nel mezzo di quella pianura africana, non esisteva via di fuga. Esistevano solo la morte o la vittoria. Questo era ci che aveva detto il proconsole e cos era.
Mario Giuvenzio sguain la spada. Aveva voglia di uccidere. Cos come tutti i suoi uomini. Desideravano solamente uccidere.

Prima linea di combattimento cartaginese
Mauritani, Libici, Iberi, Galli e Liguri emisero un sospiro carico di orgoglio nel vedere che i legionari hastati si ritiravano. I Galli fecero salti di gioia e i Mauritani si misero a strillare. I Libici, pi sobri, ne approfittarono per recuperare il fiato, mentre i Balearici, cauti e pragmatici, ricaricavano le loro fionde. Intanto i Liguri asciugavano le loro spade dal sangue per evitare che scivolassero di mano. Stavano sopraggiungendo altri Romani, ma avevano gi fatto retrocedere una dello loro linee.
Videro arrivare i principes con lo scudo alto per proteggersi e i loro pila sollevati all'altezza del petto. Ogni manipolo sembrava una gigantesca tartaruga ricoperta di aculei sul guscio. I mercenari di Cartagine lanciarono alcuni giavellotti e una gran quantit di pietre. La maggior parte di essi colpiva gli scudi senza raggiungere i bersagli in carne e ossa a cui miravano. Quei legionari sembravano essere pi esperti degli altri. Continuavano ad avanzare. I Galli furono i primi ad avventarsi, nudi com'erano, lanciando grida mortali, contro quella formazione nemica. Molti di loro caddero trafitti dalle lance romane, ma il loro impeto selvaggio riusc a incrinare le protezioni serrate dall'unione di cento scudi, separandoli come meloni che si aprono cadendo a terra. Gli altri, Mauritani, Liguri e Libici, approfittarono dell'occasione per entrare in battaglia corpo a corpo, mentre i frombolieri lanciavano una raffica dopo l'altra di pietre mortali a velocit vertiginosa. Erano tutti sicuri di ripetere il medesimo successo, e con la stessa facilit, ottenuto con la linea romana precedente, ma quei nuovi legionari combattevano con una furia maggiore, che li distingueva dai precedenti. Avevano qualcosa in pi. Avevano l'odio che circolava nelle loro vene.
I mercenari per avevano lo stesso odio, alimentato nei Galli e nei Liguri da secoli di lotte contro il potere di Roma, e negli Iberi, nei Mauritani e nei Libici dall'avidit, poich tra le promesse di grandi ricompense da parte dei Cartaginesi e loro si frapponevano solamente quei legionari. Dovevano distruggerli.

Prima linea di combattimento romana
Digizio e Mario combattevano con destrezza, ferocia e impegno, e i loro uomini li imitavano. Lo scontro era bestiale e sinistro, per via delle urla dei loro nemici in una mezza dozzina di lingue diverse, per l'odio con cui tutti si assalivano, per il sangue sul quale si combatteva. In un primo momento, i principes delle legioni V e VI di Roma non solo riuscirono a fermare la graduale ritirata dell'esercito romano dopo la perdita della resistenza degli hastati, ma arrivarono anche a recuperare dieci, venti, trenta, cinquanta, cento passi; ma, giunti ancora una volta quasi al centro della pianura, la battaglia parve equilibrarsi e i mercenari di Cartagine si dimostrarono pi disposti che mai a lottare fino all'annientamento totale. I principes, che, pur non avendo patito la carica degli elefanti quanto gli hastati, si erano comunque impegnati a fondo nello sterminio delle gigantesche bestie nemiche, cominciarono ad accusare la fatica. Il bisogno di un'altra sostituzione si faceva impellente.

Retroguardia romana
La notizia della morte di Quinto Trebellio giunse all'orecchio del generale mentre questi osservava i principes che riuscivano a recuperare parte del terreno perduto. Publio sapeva che Trebellio era morto per colpa delle sue esitazioni, per aver tardato troppo a ordinare il cambio della prima linea di combattimento, ma era anche vero che le legioni V e VI combattevano solo contro il primo quarto dell'esercito di Annibale. Chi avrebbe combattuto dopo, se ora avesse impiegato tutte le truppe in quel primo scontro? Che, naturalmente, non era per davvero il primo, dato che gli elefanti avevano esaurito le energie di tutte le linee con la loro terribile carica iniziale. Gli elefanti avevano fatto molto pi danno di quello che aveva creduto all'inizio. Molto di pi.
E della cavalleria, ci sono notizie? chiese il proconsole.
Nessuna, mio generale rispose Marco con una certa impotenza. Solo che si sono allontanati. Combattono dietro le colline, oltre la posizione della retroguardia cartaginese.
Ho bisogno di sapere cosa succede con la cavalleria insistette il proconsole quasi esasperato.
Invieremo dei messaggeri, mio generale.
Publio annu e torn a concentrarsi su quello che stava accadendo nella pianura. I principes erano esausti e non avanzavano pi. Avevano bisogno di un nuovo cambio. Avrebbe potuto riutilizzare gli hastati, ma erano senz'altro ancora sfiniti e demoralizzati dalla morte di Trebellio. No. E poi, finalmente, gli fu tutto chiaro. Doveva utilizzare tutti i suoi uomini fin da subito. Dovevano prima farla finita con questi mercenari, e poi con quelli che sarebbero seguiti. Quella battaglia andava affrontata passo dopo passo. Anche se, vedere i soldati africani della seconda linea cartaginese cos tranquilli e, peggio ancora, i temuti veterani di Annibale nella terza e nell'ultima linea che assistevano come spettatori di lusso a quello scontro mortale, irritava e spaventava il proconsole. Un pensiero che gli attravers la mente lo fece sudare: e se Annibale fosse stato in grado di eliminarli senza nemmeno utilizzare i suoi veterani?
I triarii. Ora. Per Castore e Polluce e tutti gli di. I triarii ordin il generale delle legioni maledette.

Ultima linea romana. Entrando in combattimento
Sia Lucio Marcio Settimo che Silano avevano ricevuto con una certa perplessit l'ordine di passare all'attacco. Pi di due terzi dell'esercito punico non erano ancora entrati in combattimento e impiegare ora tutti gli uomini appariva un'assurdit, ma erano gli ordini di Publio Cornelio Scipione e grazie a lui avevano conquistato Carthago Nova e tutta l'Hispania per Roma; grazie a lui erano usciti vivi dalla carica degli elefanti. L non c'era un proconsole qualunque a impartire gli ordini. Era un generale invincibile che non aveva mai subito una disfatta in campo aperto mentre era al comando.
Marzio si sistem l'elmo e Silano sput a terra. I triarii di entrambe le legioni si lanciarono all'attacco. Attraversarono i manipoli ancora disordinati e pieni di feriti degli hastati, che, met seduti, met in piedi, tentavano di riprendersi dal feroce combattimento, e arrivarono fino alle ultime file dei principes. Questi, nel vederli, aprirono degli ampi corridoi attraverso i quali lasciarono che i legionari pi esperti e veterani delle legioni V e VI di Roma avanzassero. I principes li guardavano provando gratitudine nei confronti del proconsole e nei loro occhi si poteva leggere il loro pensiero: Vediamo se ci riuscite voi contro questi mercenari, per tutti gli di, vediamo se ci riuscite. I triarii non erano legionari normali. Avanzavano protetti dai loro scudi semiovali di 120 per 75 centimetri, che sostenevano con il braccio sinistro mentre con l'altro tenevano in alto le loro lunghe lance affilate di tre metri. Nella loro formazione manipolare erano come delle piccole falangi, simili a quelle africane o macedoni, ma pi mobili, in grado di spostarsi sul terreno con maggiore agilit. Trasportavano anche varie lance corte da usare come armi da lancio in caso di necessit e una spada che il proconsole aveva voluto che fosse, per tutti i triarii, a doppio taglio e appuntita, come le pericolose spade iberiche. I triarii erano insomma i soldati meglio armati, i pi forti, i pi esperti sul campo di battaglia.
Secondo la norma comune, un generale li riservava per il finale, ma la forza bestiale dei mercenari portati da Cartagine, la stanchezza accumulata dalle linee degli hastati e dei principes dopo la carica degli elefanti all'inizio e il combattimento che era seguito senza alcuna pausa avevano reso la loro presenza necessaria prima del tempo. Ma questo ai triarii non importava. Eseguivano gli ordini con pi disciplina di qualunque altro corpo e tra le loro fila non esisteva legionario che discutesse gli ordini e men che meno gli ordini di un proconsole di Roma. Erano stati i primi a recuperare l'orgoglio di essere soldati romani riscattati da Publio Cornelio Scipione dopo il loro esilio e i primi a volerlo ricambiare. Le vittorie della campagna africana si dovevano soprattutto a loro, e loro ne erano coscienti. I triarii erano i migliori, ma anche quelli in minor numero rispetto ai legionari delle altre categorie. Erano di meno ma ottenevano i risultati migliori. Ci accresceva ancor di pi la loro fierezza, perfino la loro vanit, ma una vanit conquistata da soli tra fiumi di sangue nemico era una vanit che pochi potevano criticare.
Per questo, poich erano le truppe migliori, Publio aveva posto al loro comando i tribuni di maggior rango ed esperienza. Marcio, a capo dei triarii della V, aveva combattuto accanto a suo padre e a suo zio ed era stato colui che aveva fermato i Cartaginesi in Hispania dopo la morte di entrambi; era un ufficiale veterano rispettato e ammirato da tutti i legionari. Silano, a capo dei triarii della VI, era pi sobrio, quasi distante, sul campo di battaglia era gelido e di una disciplina cos ferrea che nessuno osava scherzare in sua presenza.
Mauritani, Balearici, Liguri, Galli e Libici videro che erano riusciti a mettere in fuga una nuova linea nemica. Il loro morale non poteva essere pi alto, anche se la stanchezza cominciava a farsi sentire nelle loro braccia intorpidite per i tanti colpi sferrati a destra e manca. Alcuni di loro si guardarono indietro, ma non proveniva alcun segnale da parte della formazione del loro esercito, con le file di Africani davanti e di veterani dall'Italia dietro, tutti immobili. Il che faceva presagire che non ci sarebbe stato alcun rimpiazzo nella prima linea. Non importava. Non ne avevano bisogno. Per, intanto, si erano distratti.
I triarii irruppero con le loro lunghe lance e trafissero decine di nemici prima che questi potessero anche solo sfiorare un legionario. I mercenari si affannavano per tentare di fare a pezzi quelle lunghe picche e raggiungere coloro che le impugnavano con tanta audacia contro di loro. Non rimanevano quasi pi armi da lancio, cos per spezzare le lance potevano usare solo le spade, e non era un compito semplice, soprattutto visto che dalle linee nemiche, mentre quelli attaccavano con le loro maledette lance, altri lanciavano giavellotti leggeri che piombavano loro addosso ferendo e uccidendo.
Mauritani, Iberi, Liguri, Galli e Libici non resistettero pi di qualche minuto contro i triarii. Il corso della battaglia era completamente cambiato. I veterani della V e della VI, rinforzati dai triarii del corpo di volontari che il proconsole si era portato dietro dall'Italia, recuperavano terreno, mentre i mercenari del malconcio esercito di Magone battevano in una ritirata sempre pi disordinata, cosa che forniva un vantaggio in pi all'abilit dei trarii nel lottare e nel distruggere. Intanto, essendo riusciti a far retrocedere i mercenari, non combattevano pi entro la met della pianura vicina alle posizioni romane iniziali, il punto dove pi sangue, cadaveri e fango si erano accumulati; ora, i veterani delle legioni, con slancio e destrezza, avevano spostato la linea del combattimento proprio nella parte pi vicina all'esercito di Annibale. Fu cos che, dopo che la maggior parte delle lance aveva gi fatto il proprio dovere, visto che i mercenari fuggivano di corsa, i triarii, quasi in un baleno, si lanciarono su di loro sguainando le spade dai baltei che pendevano sulla loro coscia destra e trafissero, lacerarono, ferirono, accanendosi su chiunque si trovasse sulla loro strada.
Massacrateli, per Giove, Giunone e Minerva, massacrateli tutti! gridava Silano in mezzo a quell'infinito campo di battaglia, l'unico luogo in cui la sua fredda personalit lasciava intravvedere una traccia di sentimento.
Marcio faceva lo stesso, intimando ai triarii della V di eliminare il maggior numero possibile di mercenari.
Uccideteli ora che sono in svantaggio! Colpite e uccidete! Uccidete!

Retroguardia cartaginese
Gli ufficiali punici si voltarono verso il loro capo. Annibale scosse la testa. In quella battaglia nessuna ritirata era accettabile.

Prima linea cartaginese
I mercenari correvano in cerca della seconda linea cartaginese per rifugiarsi tra gli Africani del vecchio esercito di Giscone, ma con loro sorpresa, man mano che si avvicinavano, invece di trovare i passaggi riservati a chi doveva situarsi dietro questa seconda linea per riposare e recuperare le forze, si imbatterono nei soldati africani con gli scudi alzati e le lunghe lance che avanzavano contro di loro. Mauritani, Libici, Galli, Balearici e Liguri non trovarono degli alleati in questa seconda linea dell'esercito cartaginese, ma un nuovo nemico che gli si lanciava contro, travolgendoli come se non esistessero in quell'avanzata contro i triarii romani che sopraggiungevano. Alcuni mercenari, non potendo credere a quello che stava accadendo, pensarono che all'ultimo momento gli Africani avrebbero aperto la loro falange per farli passare nella retroguardia o perch si incorporassero a essa, ma per loro sfortuna trovarono solo la morte contro le lunghe picche di quella terribile linea di soldati. Annibale aveva ordinato che si avanzasse senza permettere l'ingresso di coloro che si ritiravano. Fu cos che incominci la battaglia tra la prima e la seconda linea dell'esercito punico, tra quelli che fuggivano dal contrattacco romano e quelli che marciavano contro di esso. I mercenari, come Annibale si aspettava, persero ben presto lo slancio e caddero a decine sotto quelli che dovevano essere i loro alleati, mentre altri fuggivano cercando l'unica via d'uscita che rimaneva loro: tornare a scontrarsi con i Romani. Sembrava essere la sola scelta che Annibale permetteva. Se volevano sopravvivere, dovevano sbaragliare le linee romane. In un atto disperato, i mercenari sopravvissuti, costretti ad accettare l'implacabile messaggio del generale cartaginese, tornarono a lanciarsi contro i triarii.

Avanzata dell'avanguardia romana
Marcio osservava il ripiegamento fallito e il ritorno dei mercenari. Ordin allora di fermare l'avanzata della V mentre risuonavano le tube della retroguardia che indicavano tale istruzione. Silano fece lo stesso con i veterani della VI. Era chiaro che stava arrivando un nuovo attacco cartaginese e sarebbe stato meglio riceverlo come meritava.
Picche a terra! grid Lucio Marcio. Prendete le lance corte! Mirate, mirate e per Ercole, aspettate il mio ordine!
I triarii abbandonarono al suolo, accanto a loro, le lunghe picche, impugnando ognuno una lancia corta di quelle che ancora avevano con s. I mercenari nemici, dispersi e in completo disordine, si avvicinavano di nuovo dopo essere stati respinti dalla loro seconda linea.
Ora lanciate, lanciate, lanciate! Una fatale pioggia di lame semin la morte sull'ultima carica dei mercenari. Picche in alto! Per Ercole, tenetele ferme!
Marcio guardava da una parte all'altra. Dovevano respingere non solo i mercenari colpiti ma anche la seconda linea, quella degli Africani, che stava loro venendo incontro. I pochi mercenari che restavano finirono con l'affondare lo stomaco nelle picche dei manipoli romani, e i triarii, non potendo recuperare subito l'arma, resistettero rigidi, sudati, insanguinati, al nuovo attacco.
L'impatto contro la falange degli Africani della seconda linea dell'esercito punico fu devastante. Alcuni triarii caddero di schiena con la picca sollevata, portandosi dietro pi di un nemico infilzato. Le lunghe lance non sopportarono il peso e si spezzarono in centinaia, migliaia di pezzi. Era la fine delle picche dei triarii. Non ne rimanevano altre per il nuovo attacco.
Sfoderate! url Marcio. Uccideteli! A me la V legione!
Senza le picche il combattimento continu corpo a corpo. Gli Africani arrivavano freschi e risoluti, per i triarii erano esaltati, ubriachi di vittoria dopo aver distrutto la prima linea nemica di mercenari. Lo scontro cominci quindi alla pari, ma gli Africani erano delle nuove leve, addestrate con l'urgenza del bisogno, quindi non particolarmente abili nel combattimento corpo a corpo. I triarii, anche se stanchi per l'intrepido sforzo, li tenevano a bada con una certa sicurezza, ma, a causa del loro sfinimento, erano incapaci di andare oltre e di guadagnare terreno. Ancora una volta, la terra di quella pianura cominci a impregnarsi di sangue romano e africano, che si mescolava in pozzanghere appiccicose creando un denso fango sul quale risultava complicato combattere. Le tube risuonarono e i triarii, con un certo sollievo, si videro rimpiazzati in prima linea dalle forze combinate degli hastati e dei principes, che, dopo aver fatto un breve intervallo, avevano recuperato un po' di respiro.
Gli Africani videro che i Romani sostituivano una linea per l'altra, facendo a turno per combattere, mentre loro non ricevevano alcun aiuto da parte dell'ultima linea del loro esercito, quella costituita dai veterani di Annibale, i quali, senza essere ancora intervenuti nella battaglia, continuavano ad assistere, riposati e rilassati, allo sviluppo di quel massacro selvaggio. E dopo gli hastati e i principes, tornarono di nuovo i triarii, con nuovo impeto e nuova furia. Le legioni V e VI manovravano i loro manipoli come un'immensa macchina da guerra ben oliata; si rimpiazzavano a vicenda, per varie volte, e cominciavano a guadagnare terreno.
Dopo due cambi nelle linee romane, gli Africani compresero che il loro combattimento non aveva altra finalit che quella di stancare il nemico. Cominciarono quindi una ritirata a tutta velocit, ma anche loro, come prima avevano fatto i mercenari che ora giacevano morti nella valle, dovettero lottare per essere ammessi nelle file dei veterani di Annibale. Non si sorpresero troppo quando davanti a loro invece dei corridoi per incorporarsi alla retroguardia del loro, esercito, trovarono le lance e gli scudi di quei veterani che, indifferenti alle loro pene, tagliavano loro la strada in tutta fretta. Alcuni si azzardarono a tentare di penetrare quelle mura di lance, squartando le loro carni contro le picche e finendo uccisi dalle gelide spade, mentre la maggior parte di loro, pi sensatamente, cerc rifugio fuggendo verso le estremit di entrambi gli eserciti, correndo verso il deserto e allontanandosi da quella battaglia. Erano Africani e l avevano amici, propriet, villaggi dove rifugiarsi, non come quei Romani che combattevano in territorio nemico. Cos, gli Africani sopravvissuti dell'antico esercito di Giscone, respinti dalle file romane e disprezzati dai veterani di Annibale, si dispersero in quelle terre per non tornare mai pi in quella pianura maledetta.
I Romani interruppero la loro avanzata e urlarono di felicit. Ne avevano motivo. Avevano massacrato i diecimila mercenari e avevano messo in fuga i diecimila soldati africani. Rimanevano solamente i temuti veterani di Annibale: altri ventimila uomini, i pi terribili, i pi fieri; ma tutti, pur sapendo che restava ancora l'ostacolo pi difficile da superare, avevano bisogno di trarre gioia da una piccola vittoria, anche se nel fondo del loro cuore erano coscienti del fatto che di tale vittoria poteva non rimanere nemmeno traccia, dal momento che il peggio doveva ancora arrivare. Per, tale  la natura umana. Cos vissero quel momento i soldati delle legioni V e VI di Roma. Erano maledetti, s, esiliati, s, tuttavia almeno da quella battaglia uscivano vittoriosi, orgogliosi, con i sandali che affondavano nel sangue dei nemici e degli amici. Un fango di morte che mai si era visto prima.

Retroguardia romana
Quanti uomini credi che abbiamo perso, Marco? chiese il proconsole.
Non lo so. Varie migliaia... la vallata... il terreno...  tutto rosso.  un mare di cadaveri, mio generale.
Publio Cornelio Scipione annu. Era difficile saperlo. Potevano essere morti tra i cinquemila e i seimila uomini, e questo li avrebbe lasciati con circa venticinquemila effettivi, forse di pi, per lottare contro ventimila soldati nemici; ma con una differenza. I suoi soldati erano esausti: avevano combattuto gi tre battaglie, contro gli elefanti, contro i mercenari e contro gli Africani. Era ovvio che avessero il morale alle stelle dopo aver vinto per ben tre volte, ma Publio aveva l'oscuro presentimento di non avere affatto il controllo. Si stava solo limitando a seguire un piano ben definito di Annibale. Giocava al suo gioco, seguiva le sue regole. Doveva trovare il modo di ribaltare la situazione.
E della cavalleria, sappiamo niente? chiese il proconsole pensando a qualcosa per poter sorprendere il nemico.
Gli esploratori dicono che stanno continuando a combattere oltre le colline. Che all'inizio sembrava che i nostri fossero in vantaggio, ma che ora la lotta si  fatta pi indecisa.
Publio annu una volta sola. Era il piano di Annibale: l'unica forza nella quale erano superiori, la cavalleria, non era l con loro. Se voleva sconfiggerlo in quella pianura, avrebbe dovuto farlo solo con una fanteria certo capace e coraggiosa ma stanca. Publio Cornelio Scipione serr le labbra prima di tornare a parlare.
Che aprano le linee, Marco, che si estenda la formazione. Il generale si chin e tracci dei segni sulla polvere del suolo con il dito. Che i nostri oltrepassino la loro formazione dalle ali. Dobbiamo circondarli. Solo cos, se riusciamo ad attaccarli dai fianchi, solo cos vinceremo. Invia dei messaggeri a Marcio e a Silano. Loro capiranno immediatamente. E che in prima linea entrino i principes con Mario e Digizio. Gli hastati sarebbero troppo deboli per questi veterani di Annibale. S, per prime le forze di Mario e Digizio. Poi gli hastati con Gaio Valerio... Maledizione, per tutti gli di, che pena che non ci sia pi Trebellio con noi... Il generale pareva sconvolto, ancora l chinato, e smise di parlare per qualche istante, ma subito si riprese. Valerio dietro, s, e i triarii ancora una volta in riserva. Che i messaggeri insistano con Marcio e Silano sulla questione dei fianchi.  vitale. Se non oltrepassiamo la loro falange, non ci sar nulla da fare. Capisci, Marco? Capisci?
S, mio generale, s.
Publio si alz e cominci a pregare Marte.

Avanzata dei veterani di Annibale
I veterani di Annibale, mentre gli Africani che avevano tentato di penetrare nelle loro file gi correvano per il campo allontanandosi dalla battaglia, afferrarono gli scudi e intrapresero l'avanzata come chi si muove dopo aver scacciato delle mosche moleste che lo importunavano. Erano uomini freddi. La morte era il loro ambiente naturale, le battaglie la loro vita, la guerra la loro condizione. Durante la loro intera esistenza non avevano fatto altro che combattere e uccidere e sempre al servizio di un unico generale. Con lui avevano combattuto in Iberia e l'avevano conquistata, con lui avevano sconfitto tutte le trib della Gallia che avevano tentato di sbarrare loro la strada e con lui avevano attraversato le Alpi durante il pi duro degli inverni. Con lui avevano raso al suolo l'Italia per anni e con lui avevano massacrato una dietro l'altra decine di legioni romane. Davanti a loro c'erano semplicemente altre due legioni. C'erano abituati. Era il loro lavoro.
Avanzavano con le lance sollevate e proteggendosi il corpo con gli scudi. Quando entravano in combattimento era solo per distruggere. Tra le loro fila c'erano anche uomini incorporati durante le ultime campagne di Annibale nel Sud dell'Italia, arrivati soprattutto dal Bruzio, un poco meno abili, ma che sembravano avere assimilato la destrezza militare dei loro compagni pi esperti. Tutti loro insieme, ventimila guerrieri, erano l'arma pi pericolosa del mondo conosciuto, e lo sapevano. Lo sapevano. Tale consapevolezza li dotava di un autocontrollo che raggelava il sangue dei nemici. Non conoscevano la sconfitta. Sapevano cosa significava ritirarsi in tempo, poich il loro generale era stato particolarmente cauto durante le ultime campagne in Italia per mancanza di provviste e risorse, per non sapevano cosa significava mangiare polvere sul campo di battaglia. Sapevano solo che si doveva combattere e combattere e che, alla fine, i nemici morivano sempre, cadendo con gli occhi aperti e stupiti di fronte alla lama delle loro spade. Cos era sempre stato.
Si sistemarono gli elmi e camminarono decisi. I nemici erano stanchi. Era solo questione di passare qualche altra ora uccidendo chi era gi morto e ancora non sapeva di esserlo.

Avanguardia romana. Ala destra
Digizio si era piantato di fronte ai principes della VI. Guard a destra e a sinistra. I legionari dei suoi manipoli erano pronti. Guard di fronte a s. L'esercito di veterani di Annibale era a cinquanta passi. Sarebbe stato il momento di attaccare con le armi da lancio, ma a malapena rimanevano i pila. Digizio si volt alla sua sinistra e vide che nemmeno quelli della V avevano granch da lanciare. Attendevano, anche loro, lo scontro finale. A soli quaranta passi i nemici fermarono temporaneamente l'avanzata, sicuri com'erano di non ricevere giavellotti e per lanciare i loro.
Scudi in alto! Scudi in alto, per Giove! grid Sesto Digizio ai suoi uomini.
I legionari stavano ancora sollevando le loro armi difensive, quando tonnellate di lame affilate piombarono su di loro decimandoli.
Per Nettuno! grid il veterano della flotta Digizio quando il suo scudo fu attraversato da un giavellotto nemico. Ma non c'era pi tempo, nemmeno per valutare i danni nella formazione. I veterani, quasi contemporaneamente all'arrivo delle loro lance, erano gi l.
Digizio tent di proteggersi dai colpi con lo scudo trafitto, ma il giavellotto nemico gli impediva di maneggiarlo con scioltezza, cos che, come fecero molti dei suoi uomini della prima linea, dovette lasciarlo. Digizio evit due, tre, quattro fendenti, prima di poter assestare il primo colpo mortale che, a sua volta, fu bloccato da uno scudo nemico da sotto il quale lo trafissero a una gamba. Per reazione lui colp verso il basso, in cerca del braccio nemico che lo aveva ferito, ma nel chinarsi fu attaccato da sopra, non da uno ma da due nemici che affondarono le loro armi uno vicino alla scapola e l'altro in mezzo alla schiena, recidendo parte della colonna vertebrale. Quest'ultimo fu il colpo pi doloroso, anche se in quell'istante Digizio non arriv a comprendere la gravit dell'accaduto. Si rigir e tent di ferire entrambi con un colpo per ciascuno, grazie pi all'adrenalina che all'autentica forza che possedeva. I nemici caddero all'indietro ma vennero subito sostituiti da altri due. E i suoi uomini? Perch non lo aiutavano? Guardando con la coda dell'occhio, Digizio si rese conto che stava combattendo da solo. A destra e a sinistra rimanevano quasi solo cadaveri romani. I principes venivano massacrati. I nuovi nemici li travolgevano senza esitazione. Uno gli conficc la spada nella gola e un altro nel petto. Digizio non capiva perch le braccia non rispondessero e le gambe tremassero. I nemici continuavano a conficcare armi nel suo corpo senza che lui si difendesse. I suoi muscoli non rispondevano, ma sentiva le lame delle spade cartaginesi che lo squarciavano. Vide perfino uno di quei soldati pulire la propria arma affilata sulla sua uniforme lacerata. Poi ricevette un calcio e chiuse gli occhi. E decine di uomini armati gli passarono sopra. La posizione era perduta. Ora tutto rimaneva in mano agli hastati e, soprattutto, ai triarii. Solo un pensiero lo attravers mentre perdeva definitivamente i sensi: ben presto si sarebbe riunito a Trebellio nell'Ade. Ci lo rallegr.
Quando trovarono il suo cadavere videro che, in mezzo a quella pozza di sangue, Digizio sorrideva.

Avanguardia romana. Ala sinistra
Mario era ancora occupato a organizzare al meglio le manovre di apertura dei manipoli per poter circondare la formazione cartaginese dalle estremit, quando sopraggiunse la pioggia di giavellotti. Proprio come Digizio e i suoi, non gli rimaneva molto con cui rispondere, cos tutti resistettero all'avanzata meglio che poterono e poi si lanciarono nel combattimento diretto. Mario Giuvenzio Tala combatteva con passione, ma tenendo lo sguardo fisso sui lati per mantenersi all'altezza dei suoi uomini. Sfortunatamente, quelli perdevano terreno davanti allo slancio dei veterani di Annibale. Mario, grazie agli di, non aveva lo scudo bloccato da alcun giavellotto e riusciva a proteggersi dalle spade nemiche con una certa efficacia, ma la posizione si stava perdendo, si stava perdendo...

Retroguardia romana
Devono entrare gli hastati, mio generale insistette Marco, accanto a Publio Cornelio Scipione. I principes da soli non possono fare nulla.
D'accordo concesse il proconsole di Roma. Gli hastati in prima linea e poi subito i triarii. E che continuino a cercare di superarli dalle ali. Dobbiamo attaccarli dai fianchi. Nel corpo a corpo sono superiori. Ci massacreranno se non raggiungiamo i fianchi.
S, mio generale.

Seconda linea di combattimento romana. Ala sinistra
Gaio Valerio era occupato a procurarsi qualunque tipo di lancia si potesse usare per rispondere al nemico. Tutti i suoi uomini camminavano tra i morti in mezzo alla pianura estraendo giavellotti e pila dalle viscere dei cadaveri di entrambe le fazioni, quando l'ordine di avanzata e di sostituzione dei principes risuon dalle tube romane. Gaio Valerio indoss l'elmo che si era tolto per tentare di rinfrescarsi. Nemmeno il sole implacabile concedeva una tregua.
Andiamo disse il primus pilus e, insieme ai suoi legionari, cominci l'avanzata per rimpiazzare i principes.
Non dovettero fare molta strada, poich i soldati di Digizio e di Mario avevano perso cos tanto terreno che il fronte della battaglia si era nuovamente spostato nel centro della pianura, sopra il pi grande lago di fango rosso che Valerio avesse mai visto durante tutta la sua lunga vita come soldato di Roma.
Ora! ordin il centurione al comando della V, e suoi soldati lanciarono tutte le armi che erano riusciti a recuperare dai cadaveri.
L'attacco doveva servire a coprire la ritirata dei principes e a frenare la costante avanzata dei veterani. Ma questi, purtroppo, possedevano lance sufficienti per rispondere a quell'attacco nello stesso modo. E lo fecero. Gli hastati ricevettero una nuova fatale pioggia di lame e, ancora una volta, ci furono decine di morti e feriti.
Andiamo! ripeteva una e un'altra volta Gaio Valerio. Andiamo!
Era stanco di uccidere e uccidere, ma quelli sembravano avere appena iniziato. Ora capiva cosa voleva dire il generale quando gli aveva dato il benvenuto all'inferno. L'Ade doveva essere un'oasi di pace al confronto. Ma finalmente erano l: di fronte ai Cartaginesi vincitori di Canne, di fronte a quelli che li avevano fatti retrocedere e fuggire e precipitare nell'umiliazione, nell'esilio, nell'oblio.
Andiamo! ripet ancora Gaio Valerio e, armato di spada, entr in mezzo alla linea nemica, contro i migliori soldati di Annibale. Andiamooooo! Per gli di, per Roma, per il generale!
S, per il generale. Tutti combattevano per il generale che aveva loro restituito l'orgoglio. Non erano all'altezza di quei nemici, perfette macchine da guerra, ma combattevano con una motivazione in pi: i veterani di Annibale avevano dimostrato di essere i migliori, i pi forti, i pi pericolosi, e anche i pi superbi, coloro che pi disprezzavano i nemici romani, mentre loro, i legionari della V e della VI non erano niente, erano solo degli sconfitti, degli umiliati, la vergogna di Roma, le legioni maledette. Bene, ora questo doveva finire: Morte o vittoria, come aveva detto il proconsole.
Morte o vittoria! grid Gaio Valerio.
Morte o vittoria! risposero all'unisono decine, centinaia di voci dei manipoli di Valerio, e tutti insieme irruppero nella battaglia con una tale potenza che i veterani di Annibale, per la prima volta da anni, cedettero di alcuni passi sotto lo slancio del nemico.

Ultima linea di combattimento romana. Ali destra e sinistra
Pi in l, Silano e Marcio facevano avanzare i triarii per rinforzare e dare appoggio alla carica degli hastati, i quali, essendo entrati con tanto vigore e avendo guadagnato qualche metro, avevano permesso che vari manipoli dei veterani della V e della VI potessero iniziare la manovra di superamento delle linee nemiche per tentare l'attacco lungo i fianchi.

Retroguardia cartaginese
Annibale Barca, generale supremo degli eserciti cartaginesi in quell'eterna guerra, riusciva a prevedere i movimenti di una battaglia meglio di chiunque altro al mondo.
Vogliono attaccare ai fianchi disse, indicando ai suoi ufficiali i vari manipoli di triarii che tentavano di circondarli. Dobbiamo evitarlo a tutti i costi. E si guard intorno, ma gli ufficiali non sapevano cosa dire. Il mio elmo! grid allora, e un soldato iberico gli porse l'elmo che terminava in un vistoso pennacchio color rosso sangue.
Il generale si aggiust l'elmo, lo allacci senza smettere di tenere d'occhio entrambi i fianchi del suo esercito e fece quello che non faceva da anni: scese dalla pedana di legno dalla quale aveva diretto tutta la battaglia. Gli ufficiali si scansavano senza capire cosa stesse succedendo, ma si affrettarono a seguirlo, fino a che, vedendo il loro generale camminare verso il centro della battaglia, compresero che il maggior generale di Cartagine, il migliore stratega di tutti i tempi, entrava in combattimento.
Annibale raggiunse il centro della battaglia scortato da un piccolo reggimento di veterani d'Italia che seguiva ogni suo movimento. Si diresse allora verso l'ala destra a passo veloce e si rivolse a uno degli ufficiali che si trovavano nel cuore dello scontro.
Ufficiale, vai all'altro estremo della formazione e ferma quei Romani che ci stanno superando da quel fianco! Io mi occuper dell'altro fianco!
E l'ufficiale in questione part veloce, accompagnato da trecento uomini robusti e insanguinati per la carneficina che avevano appena commesso prima di essere sostituiti da altri veterani.
Annibale si diresse verso l'ala destra del suo esercito. Il suo arrivo fu interpretato dai veterani come uno rinforzo fuori dal comune: un grande appoggio, dato che colui che avrebbe ora impartito gli ordini era il miglior generale possibile; ma anche inusuale, poich era da molti anni che Annibale non scendeva pi in prima linea. Nessuno giudicava una tale scelta come codarda, tutti sapevano che dalla buona salute del generale dipendeva la vittoria delle pericolose campagne che avevano combattuto in territorio italico. In ogni caso, ora, in Africa, nel bel mezzo della battaglia di Zama, le grida del generale ravvivarono l'impeto dei suoi soldati, ed essi, sfortunatamente per i Romani, con rinnovate energie recuperarono il vantaggio.

Combattimento sulle ali e al centro della formazione
Silano e Marcio, alle estremit della formazione romana, tentavano coraggiosamente di spingere alcuni manipoli dei triarii oltre l'esercito cartaginese, ma quei guerrieri reagivano con una forza implacabile e gli stessi triarii, i migliori soldati delle legioni, ricominciarono a perdere terreno.
Sul fianco sinistro, Lucio Marcio avanz per mettersi davanti a suoi uomini e dare l'esempio. Un ispanico che combatteva per Annibale da pi di quindici anni emerse dalla formazione nemica dirigendosi verso l'esperto tribuno, che si difese con lo scudo dai due rapidi colpi dell'ibero. Ma quel guerriero non desisteva. Lucio Marcio Settimio fece un passo indietro, poi due, tre. Per rimanere vivo dovette fare quello che faceva il resto dei suoi uomini: ritirarsi. Risultava impossibile superare il nemico e attaccare dai fianchi.
Silano stava vivendo la stessa situazione all'altra estremit, e non solo per colpa dello slancio dei Cartaginesi, ma anche perch i suoi due migliori ufficiali, Trebellio e Digizio, erano morti, lasciando tutta la VI unicamente sotto il suo comando e quello dei centurioni di secondo rango.
Al centro, in uno scompiglio di hastati e principes, Gaio Valerio e Mario Giuvenzio si sforzavano di mantenere la formazione ma, proprio come sulle ali, continuavano a perdere terreno, a maggior ragione perch i triarii sembravano aver concentrato le loro energie nell'attacco alle estremit della formazione dell'esercito.
Mantenete la formazione! Gaio Valerio si sgolava. Stringete le file, per tutti gli di!
Ma stava andando tutto in sfacelo. Gli uomini di Annibale, coloro che li avevano sconfitti a Canne, stavano per vincere ancora una volta.

Retroguardia romana
Publio Cornelio Scipione cominciava seriamente a considerare la possibilit di ordinare una ritirata in direzione di Utica. Potevano tentare di raggiungere la citt e rifugiarsi dietro le mura ricostruite. Ci a condizione che la cavalleria li proteggesse durante il ripiegamento; ma su quel fronte continuava a non ricevere alcuna informazione. Pass cos un eterno momento di esitazione, finch il proconsole di Roma, in un repentino attacco di rabbia e furore, rigett l'idea, sput a terra e richiese il suo elmo.
Un lictor lo pass a Marco e questi, rapidamente, lo porse al generale. Publio si sistem l'elmo sul capo. Le legioni perdevano irrimediabilmente terreno e la manovra di accerchiamento veniva neutralizzata dall'intervento di Annibale in persona, che si era spinto fino al cuore stesso della battaglia. Che cosa doveva fare? Rimanere a braccia conserte, come un codardo?
Dovremo fare lo stesso, non credi, Marco? disse il generale mentre si assicurava che la corazza fosse ben sistemata e tastava l'impugnatura della spada infoderata nel suo balteo. Il proconsole di Roma dovr entrare in battaglia continu, e sfoder la spada a doppio taglio e la fece roteare in aria con un collaudato giro di polso. Era il gesto che suo zio Gneo gli aveva insegnato, quando a malapena Publio riusciva a sollevare un'arma, mentre lo addestrava nei prati del Campo Marzio, in quelle lontane mattine di primavera della sua adolescenza.
Publio Cornelio Scipione tracci un giro della morte con la spada e cominci a discendere dalla collinetta in cerca non gi della battaglia, ma dello stesso Annibale. Dietro di lui, i dodici lictores, che avevano lasciato i loro fasces e anche loro avevano impugnato spade affilate, insieme al piccolo gruppo di legionari veterani delle campagne d'Hispania. Un totale di circa cinquanta uomini scortava il proconsole di Roma.
In un minuto raggiunsero il limitare della pianura e passarono tra gli immensi cadaveri degli elefanti abbattuti, delle montagne in miniatura con dozzine di lance infilzate nella pelle dura e grigia. I pachidermi, alcuni dei quali erano ancora agonizzanti, comunicavano morte e sofferenza.
Il proconsole continu a camminare calpestando il denso fango formato dal sangue versato sulla sabbia della pianura: sangue romano, cartaginese, iberico, balearico, mauritano, numida, libico, ligure, gallico, sangue di una decina di popoli tutti massacrati per quell'interminabile guerra, nel cuore di una battaglia straziante. Publio camminava con difficolt per via di quella melma spessa e appiccicosa, affondando i sandali tanto che il sangue gli arrivava alle caviglie e schizzava sulle gambe nel loro costante procedere. Vide tra i cadaveri un uomo senza armatura, piegato su un gruppo di legionari agonizzanti. Riconobbe subito la figura di Attilio, il medico delle legioni, che tentava di richiudere una delle migliaia di ferite aperte durante quella mattinata, ormai forse vicina al mezzogiorno. No. Publio guard in alto. Il sole aveva gi cominciato a discendere e loro continuavano a lottare.
Il proconsole giunse fino alle prime file della retroguardia romana, dove alcuni gruppi di hastati e principes cercavano rifugio per recuperare il fiato. La maggior parte era in ginocchio o seduta, per, nel vedere la figura del generale che si avvicinava, tutti si alzarono tentando di mettersi sull'attenti e dimostrarsi orgogliosi.
Il proconsole non dovette avanzare oltre. Le legioni erano retrocesse tanto che, nel centro della pianura, Publio Cornelio Scipione trov la linea di combattimento. Davanti al generale i suoi uomini si separarono e aprirono un passaggio attraverso cui il generale, coperto dai lictores e dalla sua piccola guardia personale, pass in cerca di ci che solo lui sapeva.
E giunsero di fronte al nemico. Dozzine, centinaia di veterani di Annibale lottavano, colpivano, squartavano, spingevano, recidevano con spade, lance, daghe... Il proconsole si gett nella mischia come un soldato qualunque. Spinse con lo scudo, si fece largo a colpi di spada. Fer un ibero e poi due italici rinnegati. Riusc ad avanzare e a recuperare alcuni passi di terreno e, aiutato dalla sua piccola guardia, a far spostare di alcuni passi il centro della formazione romana.

Combattimento sulle ali
Sulle ali, Silano e Marcio, incoraggiati dall'intervento del proconsole, tentarono di invertire il retrocedere dei loro manipoli. Silano si mise nuovamente di fronte ai triarii e lo stesso fece Marcio, ma n l'uno n l'altro potevano contare sull'appoggio di una, per quanto piccola ma decisamente efficace, guardia personale, com'era invece per il proconsole; e l'appoggio dei loro uomini, stanchi dopo tante ore di combattimento, non era la stessa cosa.
Silano ricevette un colpo al basso ventre e indietreggi ferito, sanguinante, stordito. E fu fortunato, perch Lucio Marcio Settimio, tribuno della V legione, centurione che aveva difeso l'Hispania romana dagli attacchi cartaginesi dopo la caduta dello zio e del padre del proconsole, vide invece come una spada lo colpiva all'altezza della gola e come, tanto rapidamente come era arrivata, la lama veniva ritirata. Fu questa la cosa peggiore: entrando, la lama aveva prodotto solo un piccolo taglio, ma nell'estrarla il guerriero cartaginese si assicur di farlo spingendo verso il collo del suo avversario. Lucio Marcio Settimio fece per gridare ma la voce usc a stento, mentre il sangue sgorgava insieme alle sue parole mute e strozzate.
Lucio Marcio Settimio, dopo una decina di anni al servizio degli Scipioni, cadde sulle ginocchia. I triarii tentarono di proteggere il tribuno, ma decine di veterani di Annibale, spinti dalle urla del loro stesso generale, si gettarono sull'indifeso Marcio e lo accoltellarono con una furia fatale. Lucio Marcio Settimio cadde esanime e il suo sangue si mescol a quello delle altre morti di quel giorno caldo e luminoso, di una luce accecante che Marcio sembrava guardare senza pi sbattere le palpebre, con una smorfia sulle labbra e la mano, ancora forte, che impugnava la spada.
Per Roma... per il generale... disse bevendo il proprio sangue, e il sole bruci la retina dei suoi occhi; per non importava, perch nel suo corpo il cuore non batteva gi pi.

90. ANNIBALE E SCIPIONE, CORPO A CORPO.
Zama, 19 ottobre 202 a.C., prime ore del pomeriggio

Retroguardia cartaginese.
Gli ufficiali fecero notare ad Annibale che il proconsole, il generale dei Romani, stava combattendo al centro della formazione e che la sua presenza sembrava aver frenato l'avanzata delle loro truppe. Annibale, vicino al luogo in cui il tribuno romano era appena stato massacrato dalle spade dei suoi guerrieri, si volt lentamente.
Il proconsole? Ne siete sicuri?
S, mio generale.
Annibale Barca rinfoder la spada e cominci a camminare in direzione del nucleo stesso della battaglia che si stava svolgendo dall'alba. Vari ufficiali e due dozzine di veterani lo seguivano da vicino. Da ogni parte si combatteva corpo a corpo... fino alla morte.

Il centro della battaglia. Esercito romano
Publio Cornelio Scipione constatava orgoglioso come la sua presenza avesse fatto loro recuperare vantaggio nel combattimento; per poi tutto sembrava essersi nuovamente bloccato. Della cavalleria quasi nemmeno si ricordava pi: al centro di quella voragine gli appariva estranea, lontana. Tutta la forza e la mente erano concentrate nel tentativo di fermare l'avanzata dell'esercito punico, proprio l, nel mezzo di quella pianura impantanata dal sangue.
Improvvisamente i soldati di Cartagine che aveva davanti a s cominciarono a ritirarsi. Si stavano ritirando. Publio stava per lanciare un grido cos che i suoi uomini ne approfittassero per lanciarsi contro il nemico con maggiore energia, quando, da dietro la parte cartaginese della prima linea che ripiegava, emerse la figura di un ufficiale punico con la corazza, la spada infoderata e l'elmo decorato dall'inconfondibile pennacchio rosso: Annibale.

Il centro della battaglia. Esercito cartaginese
Il generale cartaginese inspir profondamente. Finalmente aveva davanti a s, sul campo di battaglia, alla sua merc, colui che aveva tagliato le funi del ponte sul fiume Ticino, messo in salvo quel console nel Nord dell'Italia, salvato due legioni a Canne, distrutto il suo potere in Iberia, strappato di mano Locri... Ora, finalmente, era suo, finalmente, finalmente... Sapeva che quel generale romano non era la causa diretta della morte dei suoi fratelli, ma, senza alcun dubbio, le azioni di Scipione avevano messo in moto la catena di avvenimenti che aveva condotto alla loro perdita; la morte di entrambi brill nei suoi ricordi, e con quella immagine nella testa Annibale Barca si diresse incontro al suo nemico.

Nel centro della pianura, nel cuore stesso di quella guerra
Publio non esit e avanz verso quell'uomo. Annibale lo aspettava. Publio Cornelio Scipione cammin fino a rimanere a soli tre passi di distanza. Vide allora Annibale portare la mano destra, con tre dita ricoperte dagli anelli consolari di Emilio Paolo, Gaio Flaminio e Claudio Marcello, all'impugnatura della spada. Not anche il quarto anello misterioso, che il generale punico sfoggiava ancora sul dito mignolo, d'argento, con una preziosa pietra azzurra incastonata, dentro la quale si diceva che Annibale nascondesse una dose di veleno per potersi suicidare prima di essere catturato dai Romani. La lama dell'arma del generale cartaginese stridette quando fu estratta dalla guaina di ferro e bronzo. Publio guard ancora la mano che sosteneva quell'arma. Uno degli anelli consolari era di suo suocero, ucciso a Canne. Doveva recuperarlo. Pens di parlare, di dire qualcosa, in fin dei conti non erano passate nemmeno cinque ore da quando lui e l'imponente nemico avevano dialogato come uomini liberi, razionali, saggi, ma Annibale non era l per parlare. Al giovane Publio toccava ora conoscere l'altro Annibale, il guerriero feroce, implacabile, mortale.
Cos Annibale Barca, proprio come i suoi veterani, entr in combattimento con rapidit, senza preamboli di alcun tipo. Publio ebbe appena il tempo di alzare lo scudo e bloccare il suo tremendo colpo. Non fu un colpo comune. Lo scudo scricchiol e il braccio del proconsole avvert una fitta interna, come se si fosse rotto, ma poi Publio cap che era solo dolore poich il braccio continuava a rispondere. Giunse un altro colpo e Publio indietreggi, come avevano fatto anche i suoi legionari davanti ai veterani di quel nemico, generale supremo.
Intorno a Publio e ad Annibale, i legionari e i veterani guerrieri di Cartagine avevano nel frattempo interrotto il combattimento per osservare quello tra i rispettivi generali. Anche Gaio Valerio e Mario Giuvenzio, vicini al centro della battaglia, assistevano in qualit di testimoni privilegiati a quello scontro.
Il proconsole reag e assest un colpo che Annibale blocc senza nemmeno muoversi dalla sua posizione. Il cartaginese avanz e torn ad attaccare con la spada alzata, e in un istante Publio ne approfitt per colpirlo dal basso, ma il colpo si scontr con lo scudo del generale di Cartagine, e dopo lo scudo arriv la spada di Annibale che Publio blocc a sua volta con lo scudo. Erano alla pari, ma il proconsole di Roma si rese conto di aver fatto un altro passo indietro e Annibale un altro in avanti.
Non solo la battaglia, ma tutta la guerra sembrava ora essersi interrotta. Publio sentiva il suono irregolare del proprio respiro. Aveva bisogno di ossigenarsi. La spada di Annibale vol vicino al suo elmo, ma lui riusc ad abbassarsi in tempo. La spada nemica ritorn e lui la fren con la sua. Il suono delle due spade che si colpivano risuonava nei timpani dei guerrieri di entrambe le parti. Annibale lo spinse con forza e Publio cadde sulla schiena. Il cartaginese avanz e assest un colpo in basso, in cerca del petto dell'avversario, ma Publio rotol a terra e la lama dell'arma di Annibale riusc a colpirlo solo all'altezza di uno stinco. Il gambale di ferro e bronzo protesse per il generale romano, facendolo uscire indenne da quell'attacco. Publio Cornelio Scipione si alz e impugnando la spada con la punta diretta verso Annibale tenne a bada il suo attaccante per qualche secondo. Pensava intanto a come avvicinarsi. Non lo aveva ancora nemmeno sfiorato con la spada. Annibale rimaneva quieto davanti a lui, respirando calmo, aspettando un suo errore. Allora Publio gir su se stesso di 360 gradi per sorprendere il cartaginese su un fianco e conficcare la spada. Fu rapido, veloce, ma quando, terminato il giro, cerc il suo nemico per ferirlo, lui era gi sparito. E, incredibilmente, rispunt alle sue spalle, e lui ebbe appena il tempo di sollevare lo scudo. La spada di Annibale fu quasi sviata, ma non del tutto e la punta penetr nella coscia sinistra del proconsole di Roma lacerandogli la pelle.
Aaaah! grid Publio, e ancora una volta indietreggi.
Annibale lo guard senza dire nulla. Con uno sforzo il generale romano si appoggi sulla gamba sinistra. Ne aveva ancora il controllo. La ferita sul corpo non era profonda come quella inferta all'orgoglio, ma sent comunque il calore liquido del proprio sangue bagnargli la pelle della coscia, del ginocchio, scivolare lentamente e poi accarezzare il polpaccio. Zoppicava un poco ma poteva muoversi bene.
Un rumore lo colse di sorpresa. Un rumore che erano in realt tanti rumori insieme. Publio cap che intorno a lui la battaglia riprendeva. Vide Annibale sollevare il braccio destro, alla massima altezza, con la spada macchiata del sangue del proconsole di Roma, il suo sangue, che scivolava sulla lama fino a raggiungere gli anelli consolari dei potenti nobili e patrizi, vittime precedenti di quella spada punica. Publio recuper la forza per contrattaccare e si lanci su Annibale, ma questi scomparve dietro un reparto di guerrieri nemici che avanzava contro di lui, contro il proconsole che ora sapevano ferito dal loro generale; i veterani di Annibale, come avvoltoi ansiosi di divorare la carogna straziata, ripresero l'attacco contro le legioni.
Arretrando di fronte all'avanzata nemica, Publio intravide il pennacchio del generale cartaginese e la spada che lo aveva ferito sollevata in alto, e ud delle parole in greco provenienti da quella voce che comandava il pi temuto esercito del mondo.
Sei un uomo morto, romano! Siete tutti morti!
Publio non fece in tempo a rispondere. Mosso dal proprio istinto di sopravvivenza, retrocedette qualche altro passo per reintegrarsi con i manipoli degli hastati e dei principes al comando di Mario Giuvenzio, l'ufficiale pi vicino al luogo dove si era svolto quell'epico duello.
Dobbiamo mantenere questa linea senza cedere altro terreno! url il proconsole a Mario, e questi assent preoccupato, osservando la gamba del generale. Sto bene.  solo un graffio disse Publio per tranquillizzarlo, anche se la sua collera era evidente, come pure il dolore che provava, ma il nemico era gi l.
Sotto gli occhi del proconsole, due veterani iberici sorpresero Mario Giuvenzio Tala e gli conficcarono nel costato una lancia, che lo trafisse da parte a parte. Il generale assest un colpo di spada alla lancia, spaccandola in due, e rigirandosi fer un ibero al volto e l'altro prima lo butt a terra con lo scudo poi lo trafisse alla schiena con la spada che aveva appena estratto dalla bocca lacerata dell'altro ispanico, affondandola nel petto del soldato che ancora sosteneva la met spezzata della lancia che aveva attraversato Mario. I lictores si posizionarono per proteggere il generale mentre questi tentava di aiutare il tribuno che si contorceva a terra. Era caduto faccia in gi e non poteva respirare. Stava affogando in quella melma di sangue. Publio lo rigir e Mario sput sangue misto a sabbia e riusc a esalare un ultimo respiro prima che i suoi polmoni lacerati dalla punta della lancia cessassero di funzionare.
Mio generale... disse Mario Giuvenzio Tala buona fortuna... mio generale... E smise di contorcersi al suolo.
Publio gli chiuse gli occhi.
Dobbiamo retrocedere, generale... dobbiamo farlo. A parlare era stato Marco, il proximus lictor, alle sue spalle. Sono in troppi... gli hastati e i principes non resisteranno, e abbiamo i triarii sulle ali; senza il loro appoggio non potremo...
Publio lasci il corpo del tribuno a terra. Era ferito alla coscia, zoppicava, aveva appena visto morire uno dei suoi migliori ufficiali e gli altri erano gi morti, Trebellio e forse Digizio e chiss chi altri. Non aveva notizie n di Marcio n di Silano n di Valerio. Publio Cornelio Scipione era sconvolto, perplesso, assente. I lictores lo presero per le braccia e lo portarono quasi trascinandolo verso posizioni pi sicure, mentre una caotica formazione di hastati e principes manteneva una linea che permetteva comunque un certo ordine a quel ripiegamento.
All'improvviso, un barlume di buon senso giunse alla mente del proconsole.
Dov' la cavalleria, Marco?
Non sappiamo nulla della cavalleria e non ci sono esploratori a cui chiedere. Gli ultimi che abbiamo inviato per avere notizie di Lelio e Massinissa non sono ancora tornati.
Il generale stava per crollare. Senza la cavalleria la battaglia era perduta. Tutto perduto. Publio Cornelio Scipione pens a suo padre e a suo zio e pens a quanti erano morti in Hispania. Avevano provato la stessa impotenza, la stessa vergogna? Tutto perduto... rimaneva solamente l'onore...
Publio Cornelio Scipione, proconsole di Roma cum imperio nella spedizione in Africa, generale supremo delle legioni V e VI, le legioni maledette, rinfoder la spada. Con entrambe le mani si tolse l'elmo e scroll la testa. Non c'era vento ma la sensazione dell'aria sulla testa fu gratificante. Respir profondamente. Per rientrare nella battaglia non c'era bisogno di avanzare, era sufficiente aspettare che il ripiegamento dei manipoli delle sue legioni arrivasse fin dove si trovava lui. Si rimise l'elmo. Lo allacci ben stretto. Sfoder la spada. Si pass il dorso della mano sinistra sul mento sudato. Deglut. Gli hastati e i principes stavano raggiungendo la sua posizione. Il generale rimase immobile, piantato a terra come un'effigie. Due signiferi gli passarono accanto con le insegne della VI legione. Retrocedevano. I lictores lo ripararono perch gli hastati e i principes si accorgessero della sua presenza. E dietro ai legionari, ancora il nemico.
Il generale affront nuovamente i guerrieri punici, ma ormai non c'era pi furore, solo sistematica lotta. Par i colpi e, mantenendosi vicino ai suoi lictores, si piazz di fronte alla formazione della VI. Chiese di Silano, e qualcuno gli disse che si trovava nella retroguardia, ferito. Prese allora il comando di tutta la VI, confidando nel fatto che Valerio e Marcio fossero ancora vivi e stessero riorganizzando le file della V.
In formazione! Raggruppate i manipoli! grid energicamente e, con sua sorpresa, i legionari risposero.
Le file dei manipoli si riformavano mentre contenevano l'avanzata nemica, pur tuttavia cedendo, a poco a poco, sempre pi spazio. Sembrava questa, oramai, un'inevitabile condanna in quel combattimento. In quella sconfitta.
E la V? chiese il generale.
Retrocede come noi rispose Marco. Gaio Valerio  al comando.
Bene rispose Publio assimilando ci che questo implicava: anche Marcio era morto. Allora resistiamo. Resistiamo con tutte le nostre forze.
E ricevendo colpi, lance che cadevano a intermittenza, alzando gli scudi per frenare le spade nemiche, talvolta tentando di fermarsi, pur continuando a retrocedere, le legioni maledette si spostarono indietro, ritornando sui passi fatti quella mattina, calpestando i cadaveri dei nemici e dei compagni morti o agonizzanti. Continuarono a retrocedere, sempre pi indietro. Resistendo. Perdendo. Sconfitti a poco a poco, di nuovo, dagli stessi soldati che li avevano sconfitti a Canne, provando un'umiliazione simile a quella volta e un timore perfino maggiore, poich quel pomeriggio non c'era alcuna via di fuga. A Canne avevano potuto scappare e cercare rifugio nelle citt amiche, ma l, nel cuore dell'Africa, c'erano solo nemici.
Utica era troppo distante. Publio pens che per raggiungerla avrebbero avuto bisogno dell'appoggio della cavalleria. Senza Lelio e Massinissa fuggire significava morire o peggio: essere catturato e torturato per giorni. Era meglio rimanere l, stretto tra le file dei manipoli e morire in piedi, insieme ai suoi compagni. Forse sarebbe stato tutto pi semplice se fosse successo a Canne. Resistere fino alla morte. Avrebbe evitato cos tanto dolore... Per poi pens a Emilia e ai bambini e, improvvisamente, apprezz quegli anni di proroga, ma come tutte le proroghe, anche quella doveva finire.
Il generale smise di dare ordini. Non c'era pi niente da dire. Avevano resistito agli elefanti, avevano sconfitto l'esercito di Magone e poi quello di Giscone. Quegli uomini avevano vinto ben tre battaglie, come si poteva pretendere che ne vincessero una quarta nello stesso giorno e contro il pi grande e intrepido dei nemici? Annibale aveva giocato bene le sue carte. Era solo questione di tempo. Quei veterani italici, iberici, gallici, africani che costituivano l'ultimo esercito di Cartagine lottavano con disciplina e impegno. Pensavano solo a massacrare chiunque si trovassero davanti, ma non avevano fretta. Erano entrati in combattimento da appena un'ora, e sapevano che i Romani combattevano da tutta la giornata. In quell'istante, Publio pens di dover ammettere che era giunta la sua ora.

Ala sinistra. La V legione
Di fronte alla V legione, Gaio Valerio manteneva in linea la formazione, cedendo terreno, sempre con gli occhi fissi sulla VI, dove il proconsole aveva preso il comando. Avrebbe fatto quello che faceva la VI. Un nemico gli si avvicin troppo e Valerio indietreggi come spaventato, ma appena il cartaginese cominci a sorridere Valerio si blocc e lo infilz con una daga che impugnava con la mano dello stesso braccio che sosteneva lo scudo. Era uno stratagemma frutto dall'esasperazione, ma che quella mattina aveva dato i suoi risultati in varie occasioni. Gaio Valerio aveva i muscoli intorpiditi e fame e sete e la necessit di urinare. Ricord il giorno in cui aveva ucciso uno dei suoi legionari per aver pisciato sulle insegne della legione. Da allora era passato cos tanto tempo che quella sembrava un'altra vita. Ora, quelle stesse insegne stavano retrocedendo alle sue spalle. Ricord il sapore delle carrube per colazione durante l'esilio siciliano e lo fece con nostalgia. Sarebbero morti tutti. Mario e Lucio Marcio, i tribuni della sua legione, erano gi morti, per, nonostante tutto, Gaio Valerio era grato al generale che lo aveva condotto l: anche se nel mezzo della pi terribile disfatta, il proconsole aveva ridato l'orgoglio a quegli uomini dimenticati e disprezzati. Forse sarebbero stati tutti uccisi quel pomeriggio, ma prima avevano sconfitto i Cartaginesi a Locri e poi di fronte al mare, vicino a Utica, quando avevano distrutto gli accampamenti di Giscone e di Siface durante la notte, e ai Campi Magni, e avevano catturato il re della Numidia, conquistato citt in tutta l'Africa, partecipato a varie campagne epiche e la loro morte sarebbe stata per mano delle truppe di Annibale... Un destino di gran lunga migliore dall'essere dimenticati in Sicilia, senza provviste n rifornimenti, litigando tra loro, urinando sui propri stendardi.

Ala destra. La VI legione
I legionari della VI continuavano a retrocedere. Publio pass alla retroguardia per riposare un momento, mentre i manipoli della prima linea continuavano a combattere. Doveva recuperare le forze. Se lui, che aveva cominciato a combattere da appena un'ora, si sentiva cos, quanto dovevano essere esausti i suoi uomini? Il risultato della battaglia era ormai deciso. Prov a immaginare qualche piano di fuga, ma non ce n'erano, non senza l'aiuto della cavalleria. Tutto era deserto o territorio nemico o entrambe le cose e Utica rimaneva ormai troppo distante per delle truppe esauste. Lui e i suoi uomini avevano saccheggiato tutta la regione causando tanta rovina che alla fine Cartagine aveva dovuto richiamare Annibale, per ora i Romani non avevano nemmeno un posto dove rifugiarsi dal terribile attacco delle truppe del generale cartaginese. Sarebbero morti tutti.
Avrebbe dovuto tentare di combattere vicino a Utica. Era stato un errore imperdonabile, la sua vanit e il suo orgoglio lo avevano accecato, perch nel profondo del proprio essere aveva pensato di poter sconfiggere perfino Annibale. Ora capiva che rimaneva solo una cosa: una morte gloriosa, per delle legioni che condividevano il medesimo destino delle truppe di Regolo, distrutte, annientate da Santippo.
Publio Cornelio Scipione torn ad affrontare nuovamente la linea di combattimento. Principes e hastati continuavano a ripiegare. Anche lui, istintivamente, faceva dei piccoli passi indietro. E intanto recuperava il fiato. Presto sarebbe rientrato in prima linea...
Sbatt contro qualcosa di duro. Come una parete, come una gigantesca roccia in mezzo alla pianura. Perse l'equilibrio, e senza lasciare la spada par la caduta con le mani. Si volt. Aveva sbattuto contro uno degli enormi elefanti morti. L, a gattoni, al centro della voragine della pi terribile delle battaglie, Publio si rese conto che erano retrocessi tanto da tornare al luogo in cui le legioni avevano affrontato gli elefanti. Avevano perduto l'intera pianura. Gli manc l'aria. Era stanco, in ginocchio, ricoperto di sangue e lui stesso stava sanguinando. Era la disfatta assoluta. Era la fine.
In un attacco di rabbia il proconsole di Roma riusc ad alzarsi e a indossare l'elmo, se lo sistem e, zoppicando per la ferita alla gamba, si ricolloc tra gli hastati della prima linea.
Non retrocedete oltre! Morte o vittoria! grid con tutta la forza del suo spirito e con tutta la potenza che i suoi polmoni potevano offrire. Morte o vittoria! Questo  l'inferno! Verso la gloria! Per Roma, per gli di! Per i caduti di Canne! Per i caduti di questa battaglia!
E il generale caric come un toro indomito un bruzio che da anni combatteva con i Cartaginesi. Il bruzio ricevette una forte spinta e nel momento in cui cerc di reagire la spada del proconsole gli aveva gi attraversato la gola da parte a parte. La lama dell'arma fuoriusc e il sangue schizz fino a un metro dal bruzio, che lasci cadere la spada e lo scudo per portarsi le mani alla gola in un disperato tentativo di frenare la letale emorragia. Intanto il generale lo aveva gi superato e senza preoccuparsi se i suoi legionari lo stessero seguendo o meno, proprio come aveva fatto sul Ticino, si diresse a cercare altri nemici; come sul Ticino, come sul Ticino, per... dov'era Lelio, Lelio?
Dietro al console, i lictores e il suo piccolo gruppo di veterani aprirono una breccia tra i nemici e, come per empatia, tutta la legione VI reag con furia, vincendo lo sfinimento totale in cui gli uomini erano sprofondati.

Ala sinistra. La V legione
Dall'ala sinistra della formazione romana, Gaio Valerio si rese conto dell'avanzata della VI. Maledizione! Per Ercole! Dobbiamo recuperare terreno! Ma i suoi legionari non sembravano farcela. Rammolliti! Lascerete che quelli della VI dicano poi che quelli della V non sanno combattere? Volete questo? E non mentiva n agli di n a Roma, n alla gloria. Non ce ne fu bisogno.
Gli hastati, i principes e i triarii della V videro che quelli della VI recuperavano vari passi di terreno e, come mossi da un filo invisibile e sconosciuto, piantarono i loro talloni sul fango rosso di sangue della pianura, abbandonarono gli scudi, strinsero forte le loro spade e, tutti insieme, spinsero contro il nemico. La V tornava ad avanzare.

Retroguardia cartaginese
Resistono, mio generale comment un ufficiale punico ad Annibale.
Il generale cartaginese osservava quella reazione dalla retroguardia, dov'era tornato a posizionarsi per poter avere una visione complessiva della formazione di entrambi gli eserciti. Non sembrava essere preoccupato per quel nuovo attacco delle legioni. Ne aveva visti ormai a decine, a centinaia.
Questo  solo l'ultimo rantolo disse. I moribondi, prima di morire, hanno a volte degli attacchi di rabbia. Conteneteli e poi... sterminateli tutti.
L'ufficiale annu con un sorriso. Ma in quel momento si udirono gli zoccoli di un cavallo. Annibale si volt. Un cavaliere della cavalleria di Maarbale veniva verso di loro.
Annibale aggrott la fronte e il sorriso gli spar dalla faccia.

91. IL RITORNO DELLA CAVALLERIA.
Zama, 19 ottobre 202 a.C., ultime ore del pomeriggio

Esercito romano.
Publio prov un orgoglio speciale nel vedere come le sue truppe recuperavano terreno, finch di nuovo, in mezzo al fango appiccicoso che, come sabbie mobili, sembrava risucchiare le gambe di ogni soldato fin dentro le viscere di quella terra estranea, le legioni non ne poterono pi, tanto erano esauste, e smisero di avanzare. In quel momento, i veterani di Annibale recuperarono il vantaggio. Il generale romano cap allora che la sorte era scritta, ma pens che poteva ancora fare qualcosa di importante prima di morire. Scrut oltre gli elmi dei nemici cercando l'inconfondibile pennacchio del generale cartaginese, ma per quanto cercasse non riusciva a trovarlo. Stava forse dirigendo il combattimento contro la V legione anzich contro la VI? Publio ordin allora a Marco e ai centurioni della VI di mantenere la posizione per pi tempo possibile e s'incammin verso la legione V. Passando attraverso la retroguardia del suo esercito, a passo veloce e scortato dal resto dei lictores, giunse fino alle posizioni della legione comandata da Gaio Valerio. Nemmeno l c'era traccia di Annibale. Dov'era finito il generale cartaginese? L'unica cosa che desiderava era addentrarsi tra i nemici, aprire una breccia, tornare ad affrontarlo e strappargli dalla mano, in un attimo, l'anello di suo suocero e tenerlo con s, anche solo per pochi istanti, prima di trovarsi circondato da tutti i nemici del mondo ed essere massacrato a coltellate fino alla pi straziante delle morti.
Publio aguzzava la vista ma la sua ricerca non dava risultati, fino a quando, invece del pennacchio del generale punico, i suoi occhi non individuarono due grandi nuvole di polvere che si alzavano da entrambi i fianchi, oltre l'esercito punico. E da quelle immense nubi sospese a mezz'aria cominciarono a emergere dei cavalieri, una decina, un centinaio, centinaia, mille, quasi duemila su ogni fianco. Ma erano ancora troppo lontani per poter essere identificati. Solo la rotta che avrebbero seguito i rispettivi schieramenti avrebbe detto se erano al servizio di Roma o di Cartagine: se si fosse trattato di Lelio e di Massinissa avrebbero cavalcato diretti alle spalle della formazione cartaginese, ma se invece erano le forze di Maarbale e di Ticheo si sarebbero separati circondando entrambi gli eserciti per poi richiudersi e attaccare i Romani da dietro, come avevano fatto a Canne.
Tutti, i lictores, i centurioni e i praefecti sopravvissuti, gli hastati, i principes, i triarii, Gaio Valerio, Marco, Silano, ferito e in retroguardia, tutti trattennero il respiro. Gli stessi Cartaginesi si guardarono alle spalle. Il combattimento s'interruppe. Quei cavalieri arrivavano ricoperti di sangue. Anche la loro battaglia, come quella svoltasi in pianura, doveva essere stata cruenta. Il sangue rendeva impossibile individuare le uniformi, identificare la forma degli elmi o delle spade. Perfino i cavalli erano rossi. Tutto, quel pomeriggio, era tinto di un colore rosso intenso.
Poi Publio Cornelio Scipione abbozz un sorriso d'incredulit. Era da quando aveva diciassette anni che cavalcava al fianco di Gaio Lelio. Poteva riconoscere la sua maniera di curvarsi sulla cavalcatura al galoppo a mille passi di distanza. Era sbalorditivo. Ancora una volta. Come sul Ticino, come a Carthago Nova, come a Locri. Lelio. Ancora una volta.
Presto! grid il generale romano. I triarii, di nuovo sulle ali! Questa volta li circonderemo sul serio! Hastati al centro, principes sui laterali e triarii alle estremit!
Gaio Valerio era vicino e ud gli ordini. Il proconsole lo guard un istante. Valerio assent.
La V e la VI legione, come i cavalieri di Gaio Lelio e di re Massinissa, si avvicinarono alle spalle dell'esercito nemico, ricominciando la manovra di accerchiamento che Annibale aveva reso fallimentare grazie alla superiore energia delle sue truppe di veterani.

Cavalleria romana nella retroguardia cartaginese
Uccideteli tutti! Per Roma, per gli di, per il generale! Gaio Lelio brandiva in alto la propria spada mentre galoppava sul suo cavallo. Per Scipione! Per Roma!
La cavalleria di Lelio attacc i veterani di Annibale da dietro. Decine di teste di mercenari ispanici, bruzi o gallici, tagliate dai rabbiosi colpi dei cavalieri romani, rotolarono per terra.
L'esercito di Cartagine divise le sue forze: alcuni contrattaccarono dalla retroguardia per frenare la carica brutale della cavalleria nemica, altri tentarono di mantenere a distanza gli hastati e i principes che stavano riprendendo il combattimento con rinnovate energie, ma non avevano quasi pi uomini per coprire i fianchi, da dove, ancora una volta, i triarii stavano attaccando. Avevano bisogno di ordini.
Intanto Massinissa attaccava dall'altro estremo della retroguardia cartaginese. Erano arrivati pi tardi perch si erano fermati ad armarsi di altri giavellotti con cui ora colpivano la fanteria africana che cercava disperatamente il suo generale. Ormai rimanevano solo pochi ufficiali nel centro dell'esercito assediato, circondato, attaccato da ogni parte. Quei veterani avevano partecipato a decine di battaglie e non ci misero molto a capire che il loro generale li aveva abbandonati. Non rimaneva altro da fare che lottare, tentare di aprire una breccia e scappare, ma c'era un problema: anche se fossero riusciti ad aprire un passaggio nella formazione nemica, la cavalleria li avrebbe rapidamente raggiunti da dietro e cacciati come cinghiali in fuga inseguiti dai cani. Si prepararono quindi a vendere cara la pelle e a uccidere quanti pi nemici possibile prima di morire.

Retroguardia romana
Il proconsole di Roma, cosciente di dirigersi, ora s, verso una vittoria senza precedenti, si concentr su come minimizzare le perdite delle legioni. Ordin ad alcuni manipoli di mantenere l'accerchiamento del nemico insieme alla cavalleria e al resto di raccogliere lance, giavellotti e pila tra i morti, cos da lanciare quanti pi proiettili possibili, con la retroguardia al sicuro che non poteva pi essere attaccata, essendo stata eliminata la cavalleria nemica. In questo modo, a poco a poco, carica dopo carica, sui veterani abbandonati da Annibale si riversarono piogge mortali di lame, mentre questi lottavano inutilmente per difendersi dalla costante persecuzione dei nemici nei cui sguardi riconoscevano solamente l'inconfondibile volto dell'odio. Coloro che li stavano massacrando erano gli stessi legionari dei quali si erano fatti beffe mentre quelli fuggivano dal massacro di Canne. Il cerchio dell'esilio e della vendetta si era finalmente chiuso.
multa dies in bello conficit unus, et rursus multae fortunae forte recumbunt: haud quaquam quemquam semper fortuna secuta est.
[molte cose un sol giorno in guerra bene risolve, e al contrario molte fortune sfortunatamente sprofondano: in nessun modo ad alcuno sempre la fortuna ha tenuto dietro.]
ENNIO, Annali, libro VIII

92. L'ADDIO DI UN SOLDATO.
Zama, 19 ottobre 202 a.C., al tramonto

Il sole si affievoliva all'orizzonte. Gli avvoltoi banchettavano tra i resti dei soldati morti, nella maggioranza appartenenti al massacrato esercito di Cartagine, dal momento che i Punici avevano perso pi di trentamila anime. Tra i Romani, le perdite scendevano invece a circa cinquemila tra legionari e Numidi alleati. I soldati della V e della VI camminavano su quel tappeto di corpi inerti e agonizzanti, conficcandovi le spade di quando in quando, per assicurarsi che nessun nemico rimanesse vivo fingendosi ferito o morto tra le migliaia di cadaveri sparsi sulla sabbia.
Gaio Valerio era ricoperto di sudore, sangue e polvere, mescolatisi sulla sua pelle seccata dal sole. Un legionario gli port dell'acqua in un otre di pelle di montone e il primus pilus bevve con avidit. I suoi sandali affondavano nella melma densa di sangue, di spoglie umane e di terra. Con il calare del sole cominciava a rinfrescare. Gaio Valerio restitu l'otre al soldato che glielo aveva portato.
Passalo agli altri, legionario, disse il primus pilus tutti hanno meritato di placare la sete con acqua o vino, se il generale  d'accordo.
Il legionario si allontan dopo aver salutato il veterano ufficiale. Gaio Valerio osservava lo spettacolo truculento nel quale si era trasformato quel tramonto e, tuttavia, era l'odore della vittoria totale quello che stava entrando dalle sue narici; nonostante la puzza e il sapore acre che il vento della sera gli lasciava sulle labbra, quella era la vittoria suprema. Cos, Gaio Valerio chiuse gli occhi e si riemp i polmoni di quell'aria, macabro testimone della completa disfatta delle forze di Annibale.
Proprio in quel momento sopraggiunse un colpo secco alla schiena e un dolore pungente e acuto gli blocc il respiro fino a farlo tossire. Quando si volt, vide il maledetto ibero che si era rialzato tra i morti per trafiggerlo con una daga. Il primus pilus trov ancora la forza sufficiente per affondare la spada una, due volte, e attraversarlo da parte a parte. L'ibero, gi gravemente ferito, cadde privo di vita con un'orribile smorfia di dolore sul volto. Gaio Valerio si mantenne in piedi con difficolt. Da sotto la corazza perdeva sangue in abbondanza.
Maledizione!
Il centurione della V si sedette tra i cadaveri. Un paio di legionari gli si avvicinarono con un'espressione preoccupata. Il primus pilus rifiut l'aiuto che i soldati gli offrivano per metterlo in piedi. Da terra, parl loro con l'energia propria di un ufficiale al comando.
Chiamate il medico! No! si corresse subito; era terribile, ma le cose stavano cos. Ormai  tardi per questo. Maledetta sfortuna. Chiamate il generale. Pregatelo... di venire, se pu... se gli ... possibile... Gli costava respirare. Maledizione. Che modo stupido di morire in una battaglia. Per mano di un nemico ferito, vendicativo e traditore. Sono ormai vecchio per questo. Avrei dovuto stare pi attento.
Si stese a terra e vari legionari si raggrupparono intorno a lui. Non potevano credere ai loro occhi. Gaio Valerio sembrava essere stato ferito a morte. Il centurione guard il cielo. Senza nuvole, con il sole gi tramontato, e migliaia di stelle che cominciavano a popolare la grande cupola celeste. Gli di sono grandi, pens che spettacolo magnifico. Ricord quando era solo un bambino e scorrazzava per le strade di Roma in cerca di qualcosa da rubare tra le bancarelle del Macellum. La sua non era stata un'infanzia felice, n una vita facile, e ora che tutto stava cominciando ad andare per il verso giusto, arrivava questo imbecille e lo pugnalava alla schiena. Forse non erano le legioni a essere maledette, forse era lui. Per, nella legione, lui aveva vissuto con onore. Avrebbe preferito una morte pi gloriosa, in battaglia, come quella di Trebellio o di Digizio o di tanti altri.
Quando apr di nuovo gli occhi, vide delle torce intorno a s e il volto commosso del proconsole di Roma.
Ti rimetterai, centurione disse il generale. Devi ancora prestarmi, e prestare a Roma, molti servigi.
Gaio Valerio sorrise. Il generale stava parlando con lui. Dall'essere esiliato all'essere accudito addirittura da un proconsole di Roma. Ne era valsa la pena.
No, mio generale. Mi dispiace, ma io non rimango...  stata una grande battaglia, un grande onore... grazie per averci riscattati, per averci salvati dall'esilio... grazie, mio... mio generale... per sempre...
Publio Cornelio Scipione abbracci quell'uomo con forza e lo tenne stretto fin quando non sent che il primus pilus della V abbandonava i propri muscoli e la sua testa cadeva di lato, pendendo senza energia. Il generale deposit sul fango il corpo del suo ufficiale con riguardo, e senza smettere di guardare il cadavere del centurione si rivolse ai legionari che si erano radunati l.
Che lavino il suo corpo, che lo ripuliscano, che gli mettano una nuova uniforme e che preparino una grande pira per un grande ufficiale di Roma. Allora Publio si alz e cerc tra quelli che lo circondavano. E il resto dei tribuni? So che Trebellio e Digizio sono morti, ma Mario Giuvenzio e Lucio Marcio e Silano? Dov' il resto dei miei tribuni?
Il generale ottenne solo il silenzio come risposta.
Publio Cornelio Scipione si allontan allora camminando avvilito, lentamente. I lictores, seguendo il suggerimento di Marco, accompagnarono il proconsole fino alla tenda di un improvvisato praetorium che era stata eretta proprio l dove il generale aveva presenziato alla carica degli elefanti e ai primi attacchi delle forze di Cartagine.
Publio si lasci condurre. Lo fecero sedere su una poltrona, vicino a un piccolo tavolo dove un calon mise una caraffa d'acqua, un'altra di vino, un po' di pane e formaggio e un calice vuoto. Poi lo lasciarono solo. Era sfinito. Tutti ritenevano che il generale dovesse riposare. Publio guardava il calice vuoto. Dove sono i miei ufficiali? Dov' la linfa vitale delle mie legioni? Cos'era senza di loro? Li aveva condotti alla morte. Tutti, uno dopo l'altro.
La tela dell'entrata del praetorium si apr e Gaio Lelio si affacci, curvandosi un poco per evitare di sbattere nell'arazzo. Si ferm sulla soglia. Esit un istante, ma alla fine si decise ed entr. Publio non parlava. Era vero quello che dicevano i soldati: il generale doveva riposare. E lo dicevano con il cuore. A Lelio parve un buon inizio per quella conversazione.
Gli uomini dicono che hai bisogno di riposo... e cos pare.
Publio tard qualche secondo a rispondere. Il suo sguardo rimaneva fisso sulla coppa vuota.
 ironico, non credi? cominci il proconsole. Loro che hanno combattuto tutto il giorno dicono che sono io quello affaticato, quello che ha bisogno di riposo, quando invece ho lottato a malapena mezza giornata. Non ho nemmeno affrontato gli elefanti, n le due prime cariche della fanteria nemica, io che ho rimandato fino all'indicibile il rimpiazzo dei manipoli all'inizio del combattimento, lasciando che i miei migliori ufficiali morissero per colpa della mia confusione...
Una confusione che ci ha condotto alla vittoria e solo tu hai lottato contro Annibale corpo a corpo e sei sopravvissuto per raccontarlo...
Ma Publio sollev la mano con un gesto di noncuranza, interrompendo Lelio.
S, e quasi mi ammazzava. Bella scusa... Il fatto  che, per tutti gli di, sono esausto... Lelio, sono stato vinto, sconfitto... non ne posso pi...
Lelio cerc un posto dove sedersi e trov uno sgabello accanto a una delle pareti di tela della tenda. Lo prese con la mano destra, lo appoggi di fronte al generale e si sedette. La conversazione sarebbe stata pi lunga del previsto e anche lui era sfinito, ma non nello stesso modo di Publio.
Non ci posso credere... Il generale cominci a parlare come un fiume in piena. Sono il pi debole tra tutti quelli che hanno lottato oggi, quello che ha combattuto meno, che ha bisogno di rifugiarsi dentro la sua comoda tenda, e i soldati addirittura mi giustificano... Sono quello che ha condotto alla morte i migliori tribuni, perch erano i migliori, i migliori ufficiali di Roma, Lelio, i pi leali, e nessuno me lo rinfaccia. Perch lo sai, non  vero? Marcio, Trebellio, Digizio, Mario, Silano... tutti morti... tutti. E Valerio, Valerio  morto tra le mie braccia appena un'ora fa. E nemmeno un rimprovero. I Cartaginesi ricostituiranno le loro forze e Annibale ritorner con un nuovo esercito. Queste legioni saranno massacrate in Africa, prima o poi. Queste legioni non erano maledette.  stato il mio comando che le ha maledette, Lelio.
Gaio Lelio lo osservava cercando di capire. La sua mente, ugualmente esausta, inizi a mettere insieme alcuni pezzi, ma decise di cominciare dal pi importante. Doveva fare in modo che Publio tornasse a vedere la realt per quella che era.
Annibale non torner. Questa non  stata una semplice vittoria. Abbiamo distrutto... sterminato il suo esercito. Sono morti trenta o quarantamila soldati al servizio di Cartagine e Annibale  fuggito con appena un pugno di uomini. Cartagine non ha la possibilit di riunire alcun nuovo esercito, almeno non in pochi mesi, e dopo sar troppo tardi. E lo sanno, Publio, lo sanno. Le nostre perdite ammontano a circa settemila uomini, forse qualcosa di pi, ma disponi di ventimila legionari pronti a combattere gi da ora, sotto il tuo comando; forse si devono togliere alcune centinaia di feriti, ma molti di loro sono recuperabili. E c' la cavalleria, la nostra e quella di Massinissa. Quasi altri cinquemila, togliendo i morti e i feriti. Hai due legioni al tuo comando che ti seguiranno ovunque tu vorrai. Loro, i Cartaginesi, non hanno nulla e, cosa ben peggiore, non hanno pi Annibale in Italia, dato che ora Roma ti invier tutti i rinforzi che richiederai. Dopo quello che  successo oggi, nessuno nel Senato, nemmeno Catone, oser pi dire una sola parola contro di te. Publio, Publio, risvegliati. Sei sfinito, questo  evidente, e sei pi agitato che mai e ti stai incolpando per la morte dei tuoi ufficiali che sono caduti in battaglia, compiendo il loro dovere, ma sei stanco perch hai fatto pi di chiunque altro. Hai dovuto prendere decisioni per tutti, le prendi da quando abbiamo cominciato le campagne in Hispania, e quindi da pi di sette anni. Per tutto questo tempo hai dovuto decidere come formare le legioni in ogni battaglia, sulle tue spalle  ricaduta la responsabilit di ogni attacco. Questa mattina, questa mattina, con ottanta elefanti davanti a noi... Se non fosse stato per la tua strategia saremmo tutti morti. Lelio si alz e indic la porta del praetorium. E questo, Publio, questo loro lo sanno, lo sa ogni legionario della V e della VI, gli ufficiali, e lo sa perfino il re Massinissa, che non sa se odiarti o ammirarti: tutti i vivi sanno che  solo grazie a te se lo sono, e quelli che sono morti sono caduti nella pi epica battaglia mai combattuta da Roma. Publio Cornelio Scipione, risvegliati dal tuo incubo! Hai sconfitto Annibale! Hai sterminato il suo esercito! Entro poche ore Cartagine sar in ginocchio, non appena la notizia dell'accaduto giunger all'orecchio del suo Senato e del suo Consiglio degli anziani. Accetteranno tutto quello che chiederai e, in caso contrario, patiranno l'assedio pi terribile e pi lungo che la storia ricorder, e tutto questo grazie a te. Perci hai tutto il diritto di essere stanco e di riposare. Ti senti in colpa per la morte di questi ufficiali? Trebellio, Digizio, Mario, Marcio, tutti loro ti hanno seguito per lealt, si sono presentati come volontari a casa tua quando hai proposto al Senato la campagna in Africa. Nessuno li ha obbligati e tutti sapevano che cosa li aspettava. Loro volevano essere qui, oggi, e ora sono gi una leggenda, Publio, sono una leggenda di Roma e lo sono grazie a te, per averti seguito fin qui. E Gaio Valerio... Gaio Valerio era un centurione orgoglioso e onorato, ingiustamente esiliato, e tu gli hai permesso di recuperare l'orgoglio e il suo onore di soldato e hai reso anche lui una leggenda. I vicini della sua famiglia a Roma non sputeranno pi addosso a sua moglie e ai suoi bambini quando li incontreranno per la strada, ma si faranno da parte e cederanno loro il passo, considerando un onore anche solo uno sguardo da parte di un qualsiasi membro della famiglia di Gaio Valerio. Publio, tu non hai ucciso nessuno:  stata questa guerra ad averci portato tanto dolore per tutti quelli che ha ucciso, ma il loro sacrificio ci ha condotti alla fine della guerra stessa. Cartagine non ha pi nessuno con cui lottare, perch tu hai distrutto i suoi alleati, prima in Hispania e poi qui in Africa; Siface  stato catturato, i suoi Numidi massacrati, i suoi mercenari stanno bagnando la pianura con il loro sangue e i veterani di Annibale saranno pugnalati, uno a uno; Cartagine, domani all'alba, star solamente contando i morti.
Publio lo guardava con gli occhi sgranati.
Publio, sei il proconsole di Roma, generale delle legioni V e VI, e sei l'unico magistrato di Roma ad aver completamente sconfitto Annibale in una battaglia campale, l'unico ad aver conquistato l'Africa. Sai come ti chiamano i soldati?
Publio neg scuotendo la testa.
Ti chiamano Africanus, il conquistatore dell'Africa. Lo dicono mentre raccolgono i feriti, mentre si sistemano nelle tende per passare la notte, mentre organizzano le guardie. Stavo passando vicino a uno dei fal che sono stati accesi, dato che non importa che i Cartaginesi sappiano dove ci accampiamo, perch non hanno pi un esercito con cui attaccarci e cos hanno appiccato dei fal per preparare una cena calda... E li ho uditi parlare del generale, di Scipione, dell'Africanus. Per questi uomini tu non sei pi un proconsole di Roma, o il loro generale, e nemmeno pensano che tu sia benedetto dagli di, perch per queste tante migliaia di legionari sei tu stesso un dio.
Lelio indic nuovamente la porta e proprio in quell'istante, da fuori, cominci a udirsi un enorme baccano, uno schiamazzo che cresceva e cresceva senza fermarsi, come una gigantesca onda nell'oceano, ma solo una parola si udiva.
Africanus, Africanus, Africanus...!
Lelio guard allora verso la porta, e cos fece Publio. Il generale si alz lentamente e pass davanti a Lelio, che lo imit e lo segu fino all'uscita. Publio scost la tela e usc. Lelio si ferm alle sue spalle. Tutt'intorno al praetorium c'erano fal accesi, decine, centinaia di fal. E migliaia di soldati di Roma che gridavano quella parola senza sosta: Africanus, Africanus, Africanus!.
I lictores si avvicinarono a Publio e gli porsero un lungo mantello pulito, un paludamentum color porpora. Publio lasci che glielo sistemassero addosso. Dopo il tramonto, l'aria rinfrescava in maniera sorprendente in quella terra desertica. I lictores portarono allora delle torce e lo scortarono mentre cominciava a camminare.
Gaio Lelio osserv il generale e il suo infervorato esercito e pens che da qualche parte nel tempo esisteva ancora quel ragazzino di diciassette anni che la notte prima della battaglia del Ticino gli confessava di aver paura a entrare in combattimento. Ora quel ragazzo era diventato il pi grande generale di Roma. Lelio ricord qualcosa d'importante e si preoccup di comunicarlo al generale prima di allontanarsi.
In realt, non sono tutti morti: sembra che Silano sia sopravvissuto.  ferito, ma ancora vivo.
Publio si volt un momento per rispondere.
Va bene, va bene.
Poi si allontan per andare tra i suoi legionari, che non smettevano di acclamarlo. Africanus, Africanus, Africanus! Era il loro generale, il loro console e, proprio come aveva detto Lelio, il loro dio.

93. LA BARCA DI CARONTE.
Zama, alba del 20 ottobre 202 a.C.

Quella stessa notte Publio Cornelio Scipione ordin che i corpi senza vita dei tribuni e dei centurioni fossero portati davanti al praetorium. Fu cos che vari gruppi di legionari dei diversi manipoli nei quali avevano prestato servizio quegli ufficiali distintisi per il loro coraggio trasportarono i corpi di Lucio Marcio Settimio, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio Tala e il primus pilus Gaio Valerio.
Publio rimase di fronte ai corpi mentre questi venivano spogliati e lavati scrupolosamente. Attilio, il medico delle legioni, ricuc le ferite e ripul il sangue secco dei cadaveri. Poi Publio fece portare delle toghe bianche pulite e ordin che al posto degli schiavi fossero i suoi legionari a rivestire ogni tribuno, ogni centurione spogliato. I legionari non solo non si sentirono affatto umiliati, ma al contrario furono grati di poter servire fino all'ultimo istante alcuni di quegli ufficiali che con il loro coraggio e la loro destrezza erano stati capaci di condurli durante la battaglia permettendo loro di essere l, ora, vivi e vittoriosi, sotto il comando del migliore generale del mondo. L'unico a essere stato capace di sconfiggere ferocemente Annibale e i suoi eserciti nella pi grande battaglia campale che si potesse ricordare.
Nel frattempo, due manipoli di soldati lavoravano per erigere la pi grande pira funeraria che nessuno di quei soldati avesse mai visto prima. Trasportarono la legna che era stata accumulata per giorni e innalzarono una montagna di pi di sei metri di altezza. In cima a quella montagna di tronchi e rami secchi, Publio ordin che si deponessero i corpi puliti e vestiti di toga dei suoi ufficiali morti. Ordin che ogni ufficiale fosse portato sulla cima del monte di legna insieme alle proprie armi: i pila, i gladi, le daghe e gli scudi. Ordin perfino che cercassero tra i cadaveri degli elefanti per trovare la lancia e la spada che Quinto Trebellio e Gaio Valerio avevano usato per attaccare le gigantesche bestie che avevano messo in pericolo le due legioni. E le armi furono trovate, portate e quindi appoggiate vicino ai cadaveri. Sui corpi di Trebellio e di Digizio furono anche messe le coronae murales, ottenute per essere stati i primi a conquistare le mura di Carthago Nova, e sul petto di Gaio Valerio si posarono tutte le torques e phalerae che il veterano primus pilus aveva conquistato in passato.
Publio Cornelio Scipione, proconsole cum imperio sulle legioni di Roma in Africa, unico generale della citt del Tevere o di qualunque altra citt o Paese a essere stato capace di sbaragliare completamente le truppe cartaginesi in Africa, risal la montagna di legna da un'estremit in cui i legionari avevano lasciato un passaggio con la pendenza meno ripida, fino a raggiungere la cima della pira funeraria. Poi si mosse con attenzione tra i corpi, inginocchiandosi davanti a ciascuno, apr con affetto, con premura, la bocca di Lucio Marcio per primo e, dopo aver tirato fuori da una piccola borsa una moneta d'oro puro coniata a Sagunto, gliela deposit tra i denti. Poi ripet l'operazione con Trebellio, con Digizio, con Mario e, infine, con Gaio Valerio. Quelle monete, tra le migliori monete d'oro che fossero mai state coniate, dono dei Sanguntini fatto a Scipione per la ricostruzione della loro citt, furono depositate nella bocca di quegli uomini sacri per il cuore di Publio. Ora non erano pi delle monete, ma l'obolo necessario perch il dio Caronte permettesse alle anime di quegli uomini di attraversare il fiume Acheronte nelle viscere della terra, cos che nessuno degli ufficiali rimanesse sospeso, senza aver terminato il transito tra la vita e la morte, tra il regno dei vivi e il palazzo dell'Ade, nei Campi Elisi dell'Inframondo.
Publio Cornelio Scipione discese lentamente l'altro versante della montagna di legna e cammin fino a situarsi di fronte al grande promontorio della cremazione. Un lictor gli si avvicin e gli pass una torcia con le fiamme che danzavano accarezzate dal vento notturno.
Non c'era stato il tempo per una lunga deductio per tutto l'accampamento, n lo si aveva per attendere alcuni giorni prima della cremazione, poich erano nel mezzo della pi feroce delle campagne militari e all'alba dovevano essere preparati a qualunque movimento che i Cartaginesi, nella loro pi completa disperazione, potevano commettere. Era pur vero che non disponevano di molte risorse, per Publio continuava a diffidare, non credendo che quella battaglia potesse rappresentare la sconfitta definitiva di Annibale. Per questo aveva organizzato quella rapida ma fastosa e spettacolare cremazione dei suoi pi leali ufficiali; allo stesso tempo, per, si rammaricava per aver dovuto ridurre il fasto della sepoltura; in cambio aveva ordinato d'innalzare la pi grande pira funeraria che si fosse mai vista e aveva deposto nella bocca di ogni ufficiale defunto le pi belle monete d'oro possibili, ma c'era ancora una consuetudine che si poteva, che si doveva compiere, per tradizione, per rispetto, perch i suoi ufficiali uccisi se l'erano meritata.
Legionari della V e della VI, i vostri ufficiali sono morti per la vostra vita e ora spetterebbe ai famigliari dei caduti procedere con la conclamatio, ma le loro famiglie sono lontane da qui, a Roma, e io chiedo a voi di essere oggi la loro famiglia, e in quanto tale vi intimo di gridare al vento di questa notte il nome di ognuno dei caduti! Gridate con me, gridate ogni nome! Lucio Marcio Settimo!
E migliaia di voci risposero con tutta la loro forza.
Lucio Marcio Settimo! Lucio Marcio Settimo! Lucio Marcio Settimo!
Solo il vento rispose. Marcio rimase immobile, disteso sull'immensa pira funeraria. E la stessa conclamatio si ripet con i nomi di Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio e lo stesso Gaio Valerio.
Publio distolse lo sguardo dai legionari e si volt verso il promontorio di legna. Si pass il dorso della mano sinistra sulle labbra e le guance umide. Stava piangendo. Si chin e avvicin la torcia ai rami secchi della base impregnata di pece. I primi rami si infiammarono violentemente e l'intera pira funeraria arse come un mulinello per i quattro lati. Il proconsole dovette prima indietreggiare di qualche passo, poi retrocedere, come tutti, fino a quasi trenta passi di distanza dalla gigantesca pira funeraria in fiamme. Era la pira pi grande che chiunque dei presenti avesse mai visto. Alcuni rammentarono di quando avevano incendiato gli accampamenti di Siface e di Giscone. Quello era stato un incendio pi vasto, ma composto da una moltitudine di tanti fal insieme. Questa era invece la pi grande fonte di luce e di calore emersa da un'unica fiamma a cui avessero mai presenziato. Publio Cornelio Scipione torn a urlare con tutta la sua energia, gridando tra le lacrime che non si sforzava di nascondere.
Colpite i vostri scudi, colpite i vostri scudi con le spade! Voglio che Caronte si svegli, voglio che Caronte oda il fragore del nostro infinito dolore, voglio che Caronte provi rispetto, perfino timore, di fronte alle anime dei nostri tribuni, dei nostri centurioni caduti nella pi dura delle battaglie!
E i legionari obbedirono e intorno al monumentale rogo si sollev un fracasso di colpi metallici come non si era mai udito prima, che si alz in aria e venne trasportato dal vento fino a raggiungere miglia di distanza.
E Publio sollev le braccia e port la voce al di sopra di quella marea di suoni avvicinandosi alle fiamme, fino a che il forte calore della legna ardente non lo ferm.
Svegliati, Caronte, svegliati e conduci i nostri fratelli al loro riposo eterno! Svegliati, Caronte, e ascolta il nostro dolore!
Annibale si era fermato a varie miglia dal luogo della battaglia. Cavalcava in direzione di Hadrumetum, ma aveva ordinato una breve sosta per far riposare i cavalli, dar loro da mangiare e abbeverarli cos da poter resistere al viaggio che ancora restava prima di arrivare alla citt che aveva scelto come rifugio dopo la sconfitta.
Un clamore lontano giunse al suo orecchio e a quello dei suoi uomini. Annibale, come gli altri, si volt a guardare. In lontananza, nella notte oscura, s'intravedeva risplendere un bagliore proprio l dove avevano lottato, e nell'aria sembrava fluttuare un mormorio carico di mistero che alle orecchie di tutti quei soldati risult incomprensibile, a tutti tranne che ad Annibale.
Seppelliscono i loro morti e lo fanno con il rito funebre disse il generale supremo. Ci li onora. Almeno siamo stati sconfitti da un generale e non da un villano.  l'unica consolazione che ci rimane... per il momento.
Non disse altro, per si guard la mano su cui risplendevano gli anelli di tutti i consoli romani che aveva ucciso sul campo di battaglia. Era una collezione che nessuno aveva mai potuto sfoggiare prima e che nessuno avrebbe mai pi esibito.
Annibale strinse i denti per un istante e poi fece un cenno a Maarbale perch si avvicinasse. I due uomini parlarono a bassa voce. Poi Maarbale scomparve da solo in mezzo al deserto mentre Annibale e i cavalieri di Cartagine sopravvissuti al disastro di Zama rimontarono sui loro cavalli e ripresero il loro viaggio, il pi duro e il pi triste, verso Hadrumetum.
Il vecchio dio Caronte stava attraversando la palude che il grande fiume Acheronte, il fiume del dolore, creava intorno all'Ade, l dove i morti dovevano arrivare se avevano di che pagare il viaggio. Caronte era colui che decideva se la moneta che portavano per pagare il loro transito meritava la loro navigazione sulle dense acque della palude dell'inferno o se, al contrario, condannava le anime che non riuscivano a soddisfare la sua avidit a un eterno vagare tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Caronte, figlio di Erebo e Notte, ritornava stanco e annoiato dal suo ultimo viaggio. Aveva appena trasportato alcuni ignobili assassini dall'altro lato della palude. Erano anime di miserabili che sarebbero finite nel Tartaro infernale. E cattivi pagatori di monete di rame che Caronte disprezzava. Aveva riso di loro disgustato quando li aveva lasciati nei campi di Asfodelo, dove la bestia Cerbero s'incaricava di coloro che potevano dirigersi solamente verso il Tartaro e mai verso i Campi Elisi, riservati alle anime oneste, specialmente quando il giudizio implacabile di Minosse, Radamanto ed Eaco, i tre giudici dell'Inframondo, confermava la sentenza per quelle misere anime.
Si trovava a met strada quando gli parve di udire qualcosa. Un potente afflusso di rumori scendeva dal regno dei vivi, un tale boato come non si udiva dalla morte di Enea. Lo impression. Acceler il ritmo della navigazione spinto dalla curiosit. La sua esistenza era troppo monotona e qualunque diversivo veniva accolto da parte sua con un certo interesse, sempre e quando non implicasse una violazione delle leggi che gli di avevano stipulato per l'Inframondo, come quando Ercole era entrato con la forza vivo nel regno dei morti e ne era uscito sempre vivo. Quello era costato a Caronte un anno di prigione decretato dalle divinit, offese dalla sua inefficienza. Non importava che Ercole fosse figlio dello stesso Giove. Nessuna scusa era stata accettata e il castigo era stato inevitabile. Da quel momento le novit lo interessavano nella stessa misura in cui, per forza di cose, ne diffidava.
Caronte raggiunse finalmente la costa della laguna dove si trovavano le anime dei defunti recenti. L lo attendeva un piccolo gruppo di uomini, vestiti di toghe bianche, impeccabili, carichi di armi e di ogni tipo di decorazione militare. Era da l che il frastuono che discendeva dal regno dei vivi si convertiva in uno strano e potente clamore, che stuzzic ancor di pi la mente inquisitoria dell'anziano traghettatore degli inferi.
Scese dalla barca e, passando da una all'altra di quelle anime, mise la mano rugosa nella bocca di ognuno dei recenti defunti estraendone le pi belle monete d'oro mai viste. Caronte si sent soddisfatto, ma anche stupito dalla preponderanza di quel fragore che continuava a discendere dal luogo da cui quegli uomini morti provenivano. Era senz'altro accaduto qualcosa d'importante l dove i vivi risolvevano le loro controversie, qualcosa che agitava migliaia di mortali e che non lasciava indifferenti nemmeno gli di, che permettevano che quel lamentoso suono di strani colpi penetrasse perfino le porte dell'Ade.
Questi non sono comuni mortali si disse Caronte mentre avvicinava la barca alla spiaggia del lago e lasciava che ognuno di quegli uomini salisse sulla sua imbarcazione.
Erano cinque. Cinque senatori di Roma o forse cinque dei suoi ufficiali morti sul campo di battaglia. Molti morti erano arrivati da Roma negli ultimi anni, ma pochi avevano sollevato tanto clamore tra i vivi e pochi si lasciavano condurre con l'orgoglio e la serenit con cui lo facevano quegli uomini, avvolti dalle loro toghe bianche e armati delle loro spade e lance. Era un gruppo temibile e Caronte non dubitava che il suo dovere fosse quello di condurli pi rapidamente possibile attraverso il fiume Acheronte fino a raggiungere l'altra spiaggia, dove avrebbe lasciato quelle anime che, senza dubbio, avrebbero proseguito in direzione dei Campi Elisi.
Caronte si stup ancor di pi quando le solitamente agitate acque del fiume si placarono completamente al passaggio di quelle anime sulla barca. Dopo aver assistito a tutto ci, l'anziano traghettatore si fece diffidente e decise di proseguire con il suo carico in silenzio, senza azzardarsi a chiedere ai defunti, come faceva in altre occasioni, notizie sulla loro origine o sulla causa della loro morte. Era curioso, ma il portamento e la dignit di quegli spiriti in transito gli intimavano di rispettare un prudente silenzio.
Cos Caronte, senza sapere chi fossero, trasport le anime di Lucio Marcio Settimo, Quinto Trebellio, Sesto Digizio, Mario Giuvenzio e Gaio Valerio attraverso la laguna che separava i vivi dai morti. Il suo sconcerto era crescente, poich era abituato a trasportare anime tese, con sguardi nervosi che tentavano di indovinare il proprio destino tra i vapori impenetrabili della palude infernale. Invece quegli spiriti trasmettevano una sorprendente sensazione di pace.
A met del viaggio, Caronte si era ormai creato un'opinione e non poteva evitare di guardare con ammirazione e rispetto quelle cinque anime che navigavano con inaspettato orgoglio verso gli inferi, con un comportamento e una temperanza propri degli eroi.

94. L'ANELLO CONSOLARE.
Zama, 20 ottobre 202 a.C.

Accampamento principale romano a Zama.
All'alba, di buon'ora, dopo un frugale pasto a base di farinata di grano con latte di capra e un po' di pane e acqua, il generale si trovava gi nel praetorium accanto a Gaio Lelio, a un malconcio Silano reclinato su un sedile, a causa delle ferite da cui cercava di guarire, a un magnifico anche se sempre distante Massinissa, ormai re di tutta la Numidia, e ai centurioni di secondo rango che sostituivano gli assenti tribuni e i primus pilus della V e della VI. Publio, che aveva incredibilmente riacquistato le proprie energie e la capacit di comando, stava impartendo le istruzioni necessarie per organizzare il viaggio delle legioni verso Utica, dove si sarebbero ristabiliti dalla battaglia e avrebbero atteso altri rinforzi e provviste, mentre si sarebbero inviati messaggeri a Cartagine, non pi per negoziare, ma semplicemente per riferire le condizioni di pace che Roma imponeva.
In quel momento, Marco, il pi anziano dei lictores, entr nella tenda.
Ebbene? chiese il generale.
 arrivato un messaggero.
Da Cartagine? Publio corrug la fronte. Era troppo presto perch le notizie fossero gi giunte e i senatori di Cartagine avessero avuto il tempo di decidere qualcosa.
No, da Hadrumetum.  un messaggero di Annibale. Pare che sia l che il generale cartaginese ha scelto di rifugiarsi.
Di Annibale? Publio Cornelio Scipione lasci le mappe che stava consultando e si sedette sulla sua sella curulis, di fronte al tavolo. Fallo passare.
Un cavaliere punico, con uniforme e piglio militare, ma con i vestiti, le braccia e le gambe ricoperte di sangue secco, cos come la lunga barba e l'elmo impolverato, entr guardando da un lato all'altro, passando attraverso i centurioni dell'esercito contro cui aveva combattuto il giorno prima. I Romani, quando lo avevano catturato in prossimit della pianura, gli avevano risparmiato la vita poich non smetteva di gridare che lo inviava Annibale, che doveva parlare con il generale romano. Qualcosa nella sua voce aveva generato non solo il rispetto, ma anche il timore nell'animo dei Romani che lo avevano circondato; quindi i legionari si erano limitati a disarmarlo e a farlo passare attraverso tutti i suoi compatrioti morti e i mercenari della sua citt, in modo che, qualora quell'uomo che si presentava come un messaggero di Annibale se ne fosse andato vivo, avrebbe raccontato ad Annibale e a tutti i Cartaginesi che nemmeno un solo soldato cartaginese era sopravvissuto.
Parla, ufficiale di Cartagine, ti ascolto disse Publio, senza riuscire a immaginare il motivo di quella visita.
Il cavaliere cartaginese non disse nulla, ma frug sotto le sue vesti, attento a non sollevare i sospetti dei centurioni e degli ufficiali romani, e tir fuori un piccolo panno di tela che, molto lentamente, avvicin al tavolo del generale e appoggi sopra le mappe.
Questo  da parte di Annibale disse il cartaginese in un greco abbastanza corretto. Il mio generale dice che una promessa  una promessa, anche se si tratta di una promessa fatta al suo maggior nemico.
Publio si alz dalla sua sella e prese il panno di tela tra le mani. Lo apr con cautela e, nel separare le diverse pieghe del tessuto, davanti ai suoi occhi apparve un anello dorato: l'anello consolare d'oro puro di Emilio Paolo, suo suocero, ucciso dalle truppe cartaginesi nella battaglia di Canne. Lo prese delicatamente con la mano sinistra e lo deposit nel palmo della destra, che chiuse con forza, come se stesse stringendo la mano di una persona amata che non rivedeva da molto tempo.
E gli altri anelli? chiese poi.
L'ufficiale cartaginese fece alcuni passi indietro. Aveva temuto quella domanda.
Annibale dice che... cominci, ma non osava proseguire.
Parla, cartaginese. Sei un messaggero e hai portato qualcosa di molto importante per me. La tua vita sar risparmiata. Dimmi quello che ti ha detto Annibale. Voglio saperlo, voglio sentirlo.
L'ufficiale deglut. Avrebbe voluto togliersi l'elmo. Il sole era gi alto e stava riscaldando intensamente la tenda. Cominciava a sudare.
Annibale ha detto che gli altri anelli sono suoi secondo la legge della guerra e che se Roma li rivuole dovr strapparglieli di dosso, e questo potr farlo solamente dal suo corpo morto.
Tutti trattennero il fiato, a cominciare dallo stesso ufficiale punico, immobile in mezzo al praetorium, ma poi Publio sorrise e tutti sembrarono rilassarsi un poco.
Di' ad Annibale che quegli anelli appartengono a Roma e che Roma un giorno li recuperer, dal suo corpo morto o prigioniero che sia; per  vero, ha detto che se volevo recuperare questo anello in particolare avrei dovuto sconfiggerlo sul campo di battaglia e non si  mai riferito agli altri, questo  vero, proprio come il fatto che Annibale abbia rispettato la sua promessa e la cosa mi ha impressionato. Poi continu rivolgendosi a Marco. Ora, che accompagnino quest'uomo in un luogo tranquillo dove possa mangiare e bere senza essere infastidito.  un guerriero come noi, e dal suo aspetto  evidente che ha combattuto vigorosamente ieri; poi, che gli si offra una scorta che lo accompagni fino ai paraggi di Hadrumetum o di Cartagine, dove lui dica, e che una volta l lo si lasci libero.
L'ufficiale cartaginese fece per andarsene, il console romano si era gi alzato e stava tornando a contemplare le mappe, tuttavia volle aggiungere qualcosa prima di uscire.
Grazie, generale.
Publio Cornelio Scipione alz lo sguardo dal tavolo e si raddrizz del tutto.
L'ufficiale punico si stava ritirando scortato da Marco e dal resto dei lictores, quando il generale gli fece una domanda.
E qual  il tuo nome, cartaginese?
L'uomo torn a voltarsi per rimanere di nuovo di fronte al proconsole.
Maarbale, proconsole di Roma, il mio nome  Maarbale.
Tutti si sorpresero, perch era la prima volta che udivano un ufficiale cartaginese rivolgersi a un generale romano riconoscendo il suo rango. La conversazione continu.
E qual  il tuo rango, ufficiale? chiese Publio con curiosit. Devi essere qualcuno d'importante se Annibale ti affida un messaggio privato come quello che mi hai trasmesso.
Sono il suo comandante della cavalleria, generale.
Capisco. Publio riflett un momento. Avete resistito con veemenza ieri, di fronte ai miei cavalieri, nonostante foste in evidente inferiorit numerica.
Ho fatto quello che ho potuto. Quello che mi era stato ordinato.
La tua resistenza ha fatto quasi ottenere una nuova vittoria ad Annibale.
Mi mancavano gli uomini, generale. Di fatto, Annibale  convinto che se avesse avuto pi cavalieri, sarebbe stato lui a sconfiggere il proconsole.
Per lui aveva gli elefanti e io no replic Publio. Annibale  stato sconfitto perch ho condotto meglio la battaglia e i miei uomini hanno lottato con coraggio.
Maarbale aveva dei motivi per ribattere all'affermazione del generale romano, ma prefer non continuare quel dibattito e forzare la sorte. Anche il proconsole parve cedere un poco.
A ogni modo,  indubitabile che non sia mancato il coraggio tra i Cartaginesi comment fissandolo negli occhi. Maarbale sostenne lo sguardo e il generale aggiunse un'ultima frase:  un peccato che tu non sia un romano.
Maarbale sorrise e il generale rispose con un lieve cenno di assenso. Poi l'ufficiale cartaginese si ritir e usc dalla tenda.
All'esterno, Marco si rivolse a lui. Maarbale riconobbe nel suo tono un certo rispetto.
Vieni. Ti daremo un buon pasto e da bere. Poi, come ha ordinato il proconsole, ti scorteremo fin dove tu ci dirai.
Maarbale assent e i due uomini si eclissarono tra una gran quantit di legionari che si erano riuniti con l'intenzione di sputare addosso e insultare l'ufficiale cartaginese, ma non appena incrociarono lo sguardo severo di Marco, il proximus lictor del proconsole, tutti rimasero zitti e nessuno os pronunciare una parola.
All'interno del praetorium, Publio continu a dare istruzioni ai suoi ufficiali, tenendo serrata la propria mano destra dietro la schiena, stringendo forte l'anello consolare di Emilio Paolo.

Hadrumetum
Annibale ascolt il resoconto di Maarbale con interesse, specialmente quando il suo comandante della cavalleria ripet le parole di Publio Cornelio Scipione, convinto di aver vinto per aver condotto meglio la battaglia.
Cos, dopotutto,  vanitoso, comment il generale cartaginese con uno strano sorriso nobile ma vanitoso. Dovrebbe fare pi attenzione, il generale romano. La vanit crea molti nemici a Roma...
Poi Annibale si fece serio; si rammaricava del fatto che il proconsole di Roma non avesse ammesso che la mancanza di cavalleria nella fazione cartaginese fosse stata cruciale.
No, non avrebbe dovuto vantarsi di avermi sconfitto, poich questo alimenta dentro di me qualcosa che credevo di avere dimenticato. Maarbale lo guard confuso. L'ansia di vendetta afferm Annibale. Non per adesso, non per molto tempo, ma la vita  lunga e chiss che, prima o poi, in qualche luogo, io non abbia in mano l'arma con la quale far subire a questo Scipione una sconfitta ben pi dura e fatale di quella che lui ha inflitto a me. No, ha fatto male a vantarsi della mia sconfitta. E lo ripet ancora e ancora, come per fissare nella memoria quelle parole e ricordarle bene in futuro. No, ha fatto male. Ha fatto male. Tutti finiamo per essere vulnerabili prima o poi. Tutti.

95. LA FINE DI UNA GUERRA.
Cartagine, novembre 202 a.C.

Annibale giunse alle porte delle mura di Cartagine, sull'istmo che costeggiava il lago di Tunisi a sud. Era scortato dai suoi pi fedeli ufficiali. Maarbale cavalcava accanto a lui e, come gli altri, procedeva a testa bassa. Tutti avevano ancora macchie di sangue sulle uniformi. La sosta a Hadrumetum non era servita n a risollevare il morale n a rifornirsi di nuovi indumenti, ma solo a proteggersi dalle pi forti e incoraggiate legioni maledette.
Mentre si aprivano le porte della citt, Annibale smont da cavallo.
Procediamo camminando. Ho voglia di fare due passi disse guardando Maarbale.
Questi annu, imit il generale e cos fece il resto degli ufficiali e dei soldati che li accompagnavano. Erano circa duecento guerrieri, in maggior parte cartaginesi e africani, fedeli ai Barca dai tempi di suo padre Amilcare. Avevano combattuto prima con lui e poi con suo figlio Annibale in Iberia, nella Gallia, in Italia e ora in Africa, condividendo le pi spettacolari vittorie e le pi dolorose sconfitte. Sempre insieme ad Annibale; dove lui diceva di andare, quegli uomini lo seguivano, come stavano facendo in quel momento, nella pi crudele delle ritirate, nella loro stessa patria, con i Romani alle calcagna, dopo aver perduto un intero esercito ad appena un paio di giorni di cammino da Cartagine.
Entrarono nella citt per la porta di Thapsus e attraversarono la citt a passo veloce, dalle mura dell'istmo al porto commerciale e poi fino all'impressionante baia militare semicircolare della capitale. Lasciandosi alle spalle il monte Tofet, raggiunsero la grande piazza dell'agor, ai piedi della collina di Byrsa, dove si ergeva il Senato di Cartagine.
L'edificio dove si riuniva il Senato della citt era vigilato da un centinaio di soldati punici. Annibale li guard e scosse la testa. Erano giovani inesperti, incapaci anche solo di tenere ritte le loro lance. Erano orgogliosi ma anche spaventati. Il generale li guardava, mentre i loro occhi nervosi fissavano le corazze insanguinate dei suoi veterani.
Annibale cominci a salire la scalinata seguito dai suoi guerrieri. Una dozzina di quelle giovani guardie s'interpose tra lui e le due grandi porte di bronzo che davano accesso alla sala dove si trovava riunito il Senato. Annibale si ferm. Ud i suoi uomini sfoderare le spade. Alz allora il braccio destro e tutti i suoi veterani rinfoderarono le armi. Le giovani guardie del Senato strinsero le labbra. Stavano sudando. C'era un pesante silenzio. Annibale non aveva fretta di parlare. Alla fine, una delle giovani sentinelle si decise a rivolgersi a lui.
Il Senato di Cartagine  riunito. Nessuno pu entrare.
Le dodici guardie mantenevano la loro posizione di fronte al grande generale punico.
Annibale fece un paio di respiri, calmi, lenti. Aveva vissuto il momento peggiore alla fine della battaglia, ma ora provava solo una fredda imperturbabilit che in certe situazioni di tensione gli permetteva di muoversi in modo pacato, di parlare con tranquillit, di respirare piano.
Tu sai chi sono io, soldato? chiese.
L'interpellato assent un paio di volte prima di rispondere.
Annibale Barca.
Bene. Allora adesso fatti da parte e risparmia il tuo sangue per versarlo per la patria, poich la tua patria presto ti chieder di farlo.
E prima che il guerriero potesse replicare, lo scans con il suo potente braccio destro e raggiunse le porte di bronzo. Il resto dei suoi uomini fece lo stesso e dopo pochi secondi le giovani guardie gi rotolavano gi per le scale.
Annibale e Maarbale spinsero le pesanti porte del Senato di Cartagine, che cedettero sotto la loro forza. I cardini cigolarono come se si trattasse di ratti spaventati. La luce illumin un'ampia stanza in penombra, e tra le ombre si delinearono le sagome di decine di senatori seduti a entrambi i lati di quella grande sala.
Annibale si guard indietro e i suoi uomini compresero. Solo il generale e Maarbale attraversarono la soglia. Entrambi camminarono lentamente tra i senatori di Cartagine sbigottiti, finch non giunsero in fondo alla stanza, di fronte a due uomini anziani seduti su due grandi scranni in pietra: i sufeti.
Uno di loro, il pi anziano, grasso, pesante e lento, si alz indignato.
Per Baal, nessuno pu interrompere una sessione del Senato di Cartagine! Come ti permetti?
Vengo a informare il Senato di un'importante sconfitta rispose Annibale senza astio, senza ironia, senza trasmettere alcun sentimento.
Abbiamo gi saputo che sei stato sconfitto a Zama. Ora dobbiamo decidere come continuare la guerra, come difendere la citt, dunque esci da qui e attendi gli ordini replic il sufeta.
Annibale not che gli colavano gocce di sudore dalle tempie. Anche il solo parlare doveva rappresentare un enorme sforzo per quell'obeso governante. Il generale cartaginese non si mosse dal luogo che occupava in mezzo all'edificio del Senato di Cartagine. Maarbale, invece, aveva prudentemente cominciato a indietreggiare, ma si arrest nell'udire nuovamente la voce del suo generale, senza per evitare di sentirsi a disagio nell'affrontare il Senato della propria citt.
Continuare la guerra? chiese Annibale, dapprima rivolgendosi al sufeta con un tono normale, e poi ripetendo la domanda a tutti i senatori alzando la voce. Continuare la guerra? Per Baal e Tanit e tutti gli di! Come, con quale esercito, con quali generali?
Il sufeta cap che non avrebbe convinto Annibale a uscire con un semplice ordine. In quanto abile uomo politico, decise perci di cambiare strategia e di guadagnarsi il favore del generale, di portarlo dalla sua parte, almeno in quella situazione. Poi sarebbe stato tutto da vedere. Tutto da vedere.
Disponiamo di tutto il denaro che vogliamo, oro e argento; a Cartagine ci sono giovani disposti a combattere, e l'oro e l'argento attraggono i mercenari nelle nostre file. Abbiamo navi, una potente flotta. Cartagine  forte e... e... e abbiamo il migliore dei generali. Abbiamo Annibale.
Annibale si volt di nuovo verso di lui. Sorrise con risentimento.
Avete denaro?
S riafferm il sufeta con decisione. Tutto quello che serve.
E avete giovani disposti a combattere, come le guardie alle porte del Senato. Questo  ci che mi sta dicendo il sufeta di Cartagine?
 cos.
E navi ripet Annibale.
S, la guerra pu continuare.
Annibale gli diede le spalle, mise le mani sui fianchi e sospir. Per un breve istante fu sul punto di trafiggere con la sua spada uno dei sufeti di Cartagine. Ma per rispetto della memoria di suo padre, sempre fedele alle istituzioni e alla loro lenta e complicata forma di governo, si contenne. Mantenendo il controllo, si gir di nuovo verso il sufeta e gli parl con risolutezza, ma con una voce tremante che non poteva occultare le sue emozioni.
E avendo denaro non mi avete inviato quanto serviva per rispettare i pagamenti dei miei uomini in Italia, avendo navi non mi avete inviato abbastanza trasporti per condurre il mio intero esercito in Africa? Con qualche nave in pi, solo qualche nave in pi, avrei potuto imbarcare tutti i miei veterani, i migliori guerrieri del mondo, i pi fedeli, i pi feroci sul campo di battaglia; sono stato costretto a lasciarne l centinaia, migliaia, ad abbandonarli alla loro sorte, a lasciarli in pasto alle legioni di Roma e alla sua vendetta. Qualche nave in pi, poche navi in pi, e avrei potuto imbarcare tutta la mia cavalleria e, invece, ho dovuto sacrificare centinaia di cavalli perch non avevo abbastanza spazio nelle stive dei trasporti che mi avevate inviato. E a Zama ho perso perch la cavalleria del nostro nemico era pi numerosa. Qualche nave in pi e avremmo potuto sconfiggere il generale romano che ora  padrone e signore dell'Africa. Fece una pausa.
Il sufeta stava per dire qualcosa, ma Annibale, senza alzare lo sguardo da terra, sollev la mano e l'altro si blocc non osando pronunciarsi. Il generale continu il suo discorso muovendosi per la sala, sotto gli occhi attenti di tutti i senatori di Cartagine.
Continuare la guerra? Dite che avete giovani disposti a continuare a combattere. Se sono come le guardie che vigilano sulle porte del Senato, Scipione se li manger a colazione e poi verr a prendersi voi come dolce. Un esercito non pu costituirsi da un giorno all'altro. In Italia io avevo le migliori forze del mondo, ma voi non mi avete dato abbastanza risorse n il denaro sufficiente per soddisfare i miei mercenari. Avrei dovuto combattere e allo stesso tempo autorifornirmi in gran parte, e adesso viene fuori che qui c' tutto il denaro del mondo; allora ascoltatemi bene, ascoltatemi tutti molto bene e fate molta attenzione al significato delle mie parole:  tardi.  tardi! Tardi, tardi, tardi! Publio Cornelio Scipione ha organizzato il suo esercito con i veterani delle sue campagne in Iberia, con i veterani della guerra in Italia, con cui ha ottenuto le vittorie in Iberia, nella stessa Italia e ora qui in Africa. Questi ragazzetti che avete posto come guardie alle mura della nostra citt non rappresentano dei nemici agli occhi di queste legioni. I legionari di Scipione hanno resistito a una carica di ottanta elefanti in corsa, per tutti gli di, ottanta elefanti! Capite bene quello che sto dicendo? Hanno massacrato le vostre nuove leve e hanno ceduto solo davanti ai miei veterani; ma, ovviamente, senza avere sufficiente cavalleria per controllare i fianchi, dal momento che i miei cavalli erano stati sacrificati per colpa della vostra avarizia sulle coste del Sud dell'Italia, io da solo non sono bastato per fermare la cavalleria romana e numida. E dite che avete il miglior generale... Annibale torn a sorridere laconico. Anche questo lo avete scoperto troppo tardi. Il vostro Annibale non ha un esercito e i Romani, oltre al loro esercito, hanno trovato in Publio Cornelio Scipione il loro Annibale. E mi venite a dire che possiamo ricorrere ad altri mercenari. Dove, mi chiedo? In due anni di campagne, Scipione ha raso al suolo tutte le nostre trib e le popolazioni alleate; e il nostro grande alleato, il re Siface,  ora esibito, ricoperto di catene, per le vie di Roma. Sono i Romani quelli che adesso, attraverso il massile Massinissa, dominano e controllano la Numidia. E non solo. Anche se riuscissimo a far pervenire qualche aiuto dall'Iberia o dalla Grecia, o dall'Asia o da dove sia, Annibale non  pi in Italia e, senza di me a tormentarli, non hanno motivo per non portare in Africa tutte le loro legioni. E sono molte, pi di due decine. Non vedo che forza potremmo riunire ora per opporci alla potenza senza controllo della vendetta di Roma. Non ci resta che un'unica via d'uscita disse Annibale ignorando il sufeta e rivolgendosi solo ai senatori. Non ci resta che negoziare la pace meno dolorosa e umiliante possibile per salvare la citt. Poi forse il tempo sar ancora nostro alleato. Dovete negoziare una pace che ci dia una speranza per il futuro. Adesso  impossibile combattere.  impossibile combattere.
Il sufeta fece un paio di passi in avanti e si ferm accanto ad Annibale. Era particolarmente indignato dal fatto che il generale avesse deciso di ignorarlo mentre terminava il discorso.
Devi combattere e farai quello che il Senato di Cartagine ti ordina.
Annibale si volt verso di lui.
L'ho fatto per sedici anni, ho perduto i miei due fratelli sul campo di battaglia e non ho ottenuto la vittoria. Chiss che la strategia del Senato non si riveli la migliore per sconfiggere Roma.
Non importa quello che pensi. Sei un generale e devi lealt a questo Senato e farai ci che il Senato ti ordina.
Annibale, in piedi, abbass la testa e la scosse un paio di volte prima di riprendere a parlare senza guardare nessuno. Era come se, pi che rispondere, stesse parlando a se stesso.
No, grande sufeta di Cartagine, no. Annibale  stanco. Sono stanco. Prima ci sono state le campagne in Iberia per conquistare un impero che poi Cartagine non ha saputo mantenere, e, a seguire, diciassette anni a combattere contro le legioni e i consoli di Roma. No. Sono stanco. Non ho un esercito e non c' motivo per continuare la contesa. Annibale, grande sufeta, andr a riposare.
E dando a tutti le spalle s'incammin, un poco abbattuto ma a passo deciso, verso le porte aperte dove i suoi uomini lo aspettavano ansiosi.
Fermati, Annibale! gli grid con furia il sufeta. Tu devi combattere!
E Annibale si ferm. Si gir e ritorn sui suoi passi. Maarbale lo vide sguainare la spada e temette che il generale si condannasse da solo proprio l, davanti a tutti i senatori di Cartagine. Fece per intervenire, ma il suo generale era agile come una gazzella e quando il capo della cavalleria punica decise di muoversi, Annibale aveva gi la spada in mano puntata sul sufeta. Il governante indietreggiava, incapace di credere a ci che stava succedendo. Nel retrocedere inciamp e cadde a terra. I senatori si alzarono dai loro sedili. Annibale si precipit sul sufeta, allung il braccio sinistro e aiut il grasso e terrorizzato governante ad alzarsi. Poi lanci la spada in aria, questa rote e il generale la prese dalla punta avvicinando l'impugnatura al sufeta, che non capiva cosa stesse facendo.
Annibale non vuole combattere disse il grande generale offrendogli la spada. Ma qui hai la mia arma.  una buona spada. Forse pu esserti utile. Ha ucciso molti Romani, perfino consoli. Forse in essa troverai la capacit per affrontare i Romani, anche se ne dubito. Non esitare oltre. Prendila. Prendila.
Il sufeta afferr l'impugnatura e Annibale lasci l'arma. La spada tuttavia era pesante, e lo spaventato sufeta la lasci cadere, producendo un suono metallico che rimbomb in tutta la sala.
Accidenti, per tutti gli di comment il generale sorridendo. Forse la spada pesa troppo per il nostro grande sufeta.  davvero un peccato. Combattere  facile, idiota,  facile quando uno se ne sta a casa propria, ingrassando tra feste e banchetti, ma quando si tratta di brandire una spada le cose sono piuttosto diverse; per non  cos complicato, piccolo e grasso sufeta di Cartagine: basta tirare di spada con pi forza dell'odio del nemico, basta brandire la spada con pi agilit, basta usare la spada con pi rapidit.  tutto ci che devi fare, quello che dovete fare. Io, ora, mi ritirer nella mia casa per riposare.
Annibale si avvi e sembrava che nessun senatore volesse pi fermare il suo cammino, ma in quel momento emerse dall'ombra la figura del generale Giscone, anche lui senatore. Annibale, nel vederlo, si arrest senza nascondere la propria sorpresa.
Per Baal, abbiamo qui il generale Giscone! Congratulazioni, generale, questo  senza dubbio un ottimo posto dove nascondersi.
Giscone gli si mise di fronte.
Devi ascoltare i sufeti, il Senato, obbedire e lottare e...
Non accetto altri stupidi ordini lo interruppe Annibale visibilmente arrabbiato. E non ho nemmeno intenzione di ascoltare un pessimo generale che ha perso prima in Iberia e poi in Africa e che l'unica cosa che ha saputo fare  stato vendere la propria figlia per ottenere potere; un padre talmente inutile da sbagliare perfino nel scegliere a chi consegnare la figlia. Cos dicendo si avvicin fino a mettere la propria fronte proprio davanti all'astioso e corrugato volto del suo interlocutore. Giscone, avresti dovuto dare in sposa tua figlia a Massinissa e non a Siface. Anche in questo Scipione ha saputo scegliere meglio.
Giscone, umiliato, rimase senza parole e non reag quando Annibale riprese a camminare verso le porte del Senato. Non si sarebbe mai aspettato un attacco cos pungente e offensivo. Anche se probabilmente non era il miglior generale n il miglior padre del mondo, aveva sofferto per la morte della figlia e il dolore gli tormentava l'anima. Fu l, proprio in quell'istante, che giur di vendicarsi di Annibale Barca. I Romani non gli interessavano pi.
All'esterno, mentre scendeva le scale dell'edificio del Senato, Annibale parl a Maarbale a bassa voce.
Andiamo a casa mia. Devo riposare. Gli ufficiali possono pernottare l, e tu fai in modo che i veterani abbiamo un alloggio adeguato in citt, lo farai?
Certamente, mio generale.
Bene. Aah, procurami un'altra spada. In questa citt di ladri non  sensato muoversi disarmati.
Maarbale richiese un'arma per il generale e vari veterani gli offrirono la propria. Annibale scelse un gladio a doppia lama che gli veniva offerto da un ibero e l'ispanico si gonfi di orgoglio.
Il reparto di soldati punici e di mercenari insanguinati scomparve tra le vie di Cartagine in direzione della residenza dei Barca.

96. IL PI GRANDE GENERALE DI ROMA.
Roma, novembre 202 a.C.

Il Foro di Roma era un brulichio di gente che correva da una parte all'altra trasmettendo la notizia della sconfitta di Annibale. I commercianti scendevano dall'Argiletum e dalle strette strade tra il Macellum e le tabernae novae. Perfino i sacerdoti avevano lasciato gli appartati templi della citt per trovare conferma alla notizia che il grande nemico di Roma era stato definitivamente sconfitto. Solamente le vestali del tempio di Vesta non si erano mosse, per preservare la fiamma sacra alla dea. Migliaia di persone passavano per il Vicus Iugarius scendendo dal mercato di verdure vicino al Tevere; mentre attraverso il Vicus Tuscus accedevano al Foro quelli che arrivavano dal mercato del bestiame nel Foro Boario; e stava giungendo anche una gran quantit di gente dal Clivus Argentarius, passando per la prigione e il Comitium e raggiungendo cos il Foro della citt in quel momento affollatissimo. I senatori confermavano la notizia non appena si osava loro chiedere al riguardo, e ben presto una vivace esultanza si diffuse per tutti i vicoli della citt latina, ora capitale di un fiorente impero che estendeva i suoi domini dall'Hispania all'Italia, dalle frontiere del Nord, con Liguri e Galli, fino alle coste dell'Africa, passando per il dominio sulle grandi isole del Mediterraneo come la Sicilia e la Sardegna e gli insediamenti sulla costa greca dell'Adriatico. E tutto ci grazie alla sconfitta del maggiore nemico della citt da parte di colui che tutti acclamavano come il pi grande generale di Roma: Publio Cornelio Scipione.
Un trionfo. S. La celebrazione di uno splendido trionfo era ci che meritava quel proconsole che li aveva liberati dal giogo di Annibale dopo sedici anni di guerra, dopo interminabili anni di fatica, dolore, sofferenza. Scipione aveva portato la guerra in Africa e l'Africa aveva reclamato Annibale, proprio come Scipione aveva predetto nel Senato di Roma; e poi in Africa, con le legioni maledette, con le legioni V e VI, con le legioni disprezzate da tutti, quello stesso generale Publio Cornelio Scipione aveva sconfitto Annibale. Elefanti. Ottanta, cento, mille? Le cifre si esageravano o s'invertivano. Quante perdite? Cinquantamila Cartaginesi? Centomila? E invece pochi Romani caduti. Cartagine senza pi esercito, con la flotta rifugiatasi nella sua baia, con Scipione appostato, a preparare l'assedio finale o a negoziare una resa incondizionata. Su una cosa non c'erano dubbi per nessuno: Publio Cornelio Scipione era il pi grande generale di Roma, il migliore, il pi abile, il pi forte. Non c'erano dubbi per nessuno, era cos, praticamente per nessuno.
Marco Porcio Catone usciva dal Foro assorto nei propri pensieri, circondato da una pletora di vecchi gladiatori, assunti in qualit di guardie personali, che si aprivano il cammino tra la folla a spintoni. Stava facendo ritorno alla sua austera casa, per trovare rifugio da quella follia che si era impossessata della citt, ma cap che camminare non sarebbe bastato a scappare da quella ressa e dalle sue grida. Un carro lo attendeva nell'Argiletum e con quello attravers quegli schiamazzi impazziti e non si ferm nemmeno per un istante, fino a quando non si trov fuori dalla citt, presso l'antica villa del mentore Quinto Fabio Massimo, al quale il Senato aveva deciso di concedere quella stessa mattina una corona post mortem in ricordo del suo grande impegno e lavoro durante gli anni in cui aveva difeso la citt da Annibale. Eppure, ora stavano forse ricordando Massimo dentro il Foro di Roma? No. Nessuno aveva dedicato nemmeno un istante a rammentare colui che era stato il pi grande di tutti, al quale tutti si erano rivolti quando Annibale si trovava fuori da quelle stesse porte di Roma, cavalcando con i suoi cavalieri numidi, passeggiando davanti alle mura, sfidandoli, mentre loro si nascondevano spaventati, come galline, incluso quello Scipione che ora tanto lodavano. Tutti nascosti, eccetto Fabio Massimo. E ora? Tutti per Scipione, Publio Cornelio Scipione. Com'erano state profetiche le ultime parole di Massimo. Fino a quel giorno, mentre tutta Roma reclamava il nome del giovane e vanitoso proconsole, Catone non si era ancora reso conto dell'autentica portata delle infauste parole di Massimo pronunciate nel momento della morte: Scipione, il pi grande nemico di Roma.
Catone entr nel cortile recintato della villa di Massimo, in cui gli veniva permesso di andare per desiderio espresso dallo stesso antico proprietario, e l cerc un po' di pace, un po' di silenzio, per pensare a un modo per riportare il buon senso a Roma ed evitare che lo Stato si perdesse nelle mani di un popolo ammaliato da un generale fortunato e manipolatore.
Uno schiavo lo ricevette all'entrata della villa. Rimanevano solo gli schiavi, poich le schiave erano state tutte vendute. Quante meno donne c'erano in servizio meglio era. Inoltre, era stato un buon affare. Specialmente per la vendita delle due schiave egizie per le quali i suoi intermediari avevano ottenuto un'offerta sorprendente. Di questo non gli importava. Del denaro ottenuto con la vendita, per, s. Ognuno era libero di spendere il proprio denaro come pi preferiva.
Marco Porcio Catone scosse la testa. Doveva trovarsi una moglie, una giovane matrona romana, decorosa e casta con cui sposarsi e dare l'esempio, in una citt sempre pi caotica e sommersa dal delirio collettivo; per non era cos facile trovare una giovane discreta in quei tempi di costante cambiamento e di crescente influenza straniera.
Scipione, Scipione, Scipione. Come se fosse stato l'unico generale in quella lunga guerra.
Uno schiavo si avvicin per prendergli la toga e offrirgli un bacile con acqua per lavarsi e togliersi di dosso la polvere della strada. Mentre il suo signore si gettava acqua sulle braccia, ebbe la sfacciataggine di fare una domanda.
 vero, mio signore, che Roma  salva?
Marco Porcio Catone si stava versando addosso l'acqua con frenesia, come se volesse eliminare non solo la polvere ma anche le grida e i tumulti dell'intera citt.
No rispose furente. Roma  in pericolo pi che mai. Solo che questi imbecilli non lo sanno. Ma trover una soluzione; l'ho promesso e lo far.
E si allontan, scoppiando in una risata profonda e inquietante, lasciando lo schiavo con in mano il bacile pieno di acqua sporca, la bocca aperta e la mente confusa.

97. IL RISCATTO DI UN AMICO.
Roma, novembre 202 a.C.

Plauto si port un fazzoletto umido alla bocca e al naso. L'aria era infetta, molto pi dell'ultima volta che aveva visitato la prigione di Roma. Probabilmente era per colpa del calore di quell'inusuale e umido autunno dalle giornate soffocanti. Le pareti della grotta trasudavano l'acqua sozza proveniente dalla Cloaca Maxima della citt: il corso scorreva in prossimit delle gallerie sotterranee del carcere e sembrava che gli di avessero voluto fare un crudele scherzo aggiungendo alle pene dei prigionieri anche l'orripilante odore della pi antica fogna della citt. Infatti, la melma di Roma filtrava attraverso minuscole fessure e meandri fino a raggiungere le pareti scavate nelle viscere della citt e utilizzate come prigioni per quei cittadini che la metropoli condannava a morte certa, dal momento che la prigione antica, quella dei tempi di re Anco Marzio, si era fatta troppo piccola per ospitare i tanti prigionieri che Roma continuava ad accumulare con le sue guerre d'espansione. Quest'ultima prigione pi antica, costruita nel lontano passato della Repubblica e nominata Tullianum, era molto pi dura, poich in essa si lasciavano i prigionieri a morire di fame e di sete. Nel nuovo carcere, riservato ai prigionieri di guerra e chiamato Lautumiae, le condizioni non erano poi tanto migliori, e la puzza di fogna perfino peggiore, per quelli che entravano l avevano ancora una minima speranza di uscirne vivi, se il destino e la da Fortuna avessero avuto piet di loro.
Era per una di quelle grotte che Plauto camminava con il suo fazzoletto umido sul naso, sudando, chiedendosi in quale stato avrebbe trovato il suo vecchio amico Nevio. Il legionario che lo accompagnava si ferm di fronte a una cancellata di ferro ossidato che non era la stessa della volta precedente. Il soldato la colp con la spada e piccoli pezzi delle sbarre caddero sul suolo allagato. Il colpo riverber attraverso le volte dei corridoi. Si udirono gemiti di decine di persone provenire dall'interno. I prigionieri perdevano frequentemente il senso del tempo e dell'orientamento e si diceva che molti di loro cessassero di parlare, limitandosi a grugnire come animali. Talvolta si uccidevano tra loro per poter ottenere qualcosa da mangiare, rubandolo ad altri prigionieri pi deboli o malati.
Giunsero altri legionari e si appostarono su entrambi i lati della porta mentre il primo faceva girare una ruota su cui era arrotolata una grossa catena. Il movimento della catena tir l'inferriata dalla parte superiore e questa si apr cigolando per il disuso.
Nevio, il poeta, che venga avanti! grid il legionario appena ebbe aperto del tutto l'inferriata. Hai amici potenti, poeta! Hai pi fortuna di quella che meriti!
Dalle ombre all'interno della cella, un uomo incurvato dagli anni di prigionia, con i capelli lunghi e sporchi, la barba spessa, mai tagliata in tanti mesi, il viso pallido e il corpo scheletrico per la malnutrizione, si avvicin all'entrata della cella. Si girava da una parte all'altra con lo sguardo nervoso, all'erta.
Sono io, Nevio disse Plauto superando i legionari che sostavano davanti alla porta per evitare che qualcuno degli altri prigionieri tentasse la fuga.
Nevio arriv sulla soglia e guard il suo vecchio amico. Era passato un anno e mezzo dalla sua ultima visita e quasi quattro da quando lo avevano rinchiuso.
Plau... to... riusc a dire con un debole filo di voce.
Sono venuto a tirarti fuori, vecchio amico disse Plauto con la voce che tremava per l'emozione trattenuta. Il generale di cui ti ho parlato... ha sconfitto Annibale e ha richiesto la tua scarcerazione. Sei libero, Nevio, vieni, vieni con me. E gli offr il braccio perch vi si appoggiasse nell'uscire dalla cella.
Nevio esitava. Uscire...?
Per Plauto fu irremovibile: lo prese per il braccio e lo tir a s per farlo uscire del tutto. Subito abbandonarono la cella, camminarono qualche passo e si allontanarono dall'entrata. Lasciarono alle loro spalle l'inferriata che tornava a calare creando suoni stridenti per le catene che sfioravano contro la pietra umida della prigione. Si udivano grida. Plauto si volt indietro e vide che vari prigionieri spingevano per uscire dalla cella. I legionari li contenevano a spintoni, mentre l'inferriata continuava a scendere pesantemente e lentamente. Troppo lentamente.
Due dei prigionieri si fecero largo e riuscirono a uscire. Plauto e Nevio si spostarono da un lato del corridoio. Arrivarono altri legionari richiamati dalle grida dei loro compagni attaccati. Plauto temeva che nel tumulto le guardie appena arrivate si confondessero e fermassero anche loro, ma il legionario che aveva aperto la porta si avvicin e diede istruzioni agli altri soldati che giungevano all'androne.
Questi no! Questi sono liberi! Quelli alla porta! Svelti, per Ercole! Uccidete tutti quelli che escono dalla cella!
L'ufficiale afferr Plauto per il braccio e condusse i due scrittori attraverso le gallerie poco illuminate del Lautumiae, imprecando, mentre si udivano terribili grida e colpi di spade. Il legionario camminava deciso e cominci a parlare piano, come se fosse la sua stessa voce ad accompagnarlo nelle viscere di quel regno sotterraneo che gli toccava governare.
Sempre la stessa storia, sempre la stessa. Ogni volta che qualcuno esce dobbiamo ucciderne altri. E sput a terra. Si ferm a met di un nuovo corridoio e ne indic la fine a Plauto.
Lo scrittore assent e s'incammin in quella direzione, aiutando il debilitato Nevio. L'ufficiale ritorn verso il tumulto. Le grida e i colpi erano cessati. Plauto cammin con Nevio verso dove era stato loro indicato. Alla fine cominci a distinguersi la luce dell'esterno, piccoli raggi di sole che filtravano dalle porte di accesso alla prigione.
Cos il tuo generale ha sconfitto Annibale... comment Nevio, che man mano che si allontanava dalla cella sembrava recuperare il senso delle cose.
 cos.
Ci  ammirevole... ammirevole... continu Nevio.  un paradosso del destino.
Che cosa? chiese Plauto.
Sono stato incarcerato per aver criticato un patrizio e un altro patrizio mi libera. E cominci a tossire sputando sangue dalla bocca.
La vita  contraddittoria, di questo abbiamo parlato molte volte comment Plauto fermandosi un momento per lasciare che l'amico si riprendesse. L'aspetto di quel sangue uscito dalla bocca di Nevio non presagiva nulla di buono. Ripresero a camminare.
 vero, vecchio amico.  dovuto costarti molto pregare questo nobile di Roma in mio favore. Nevio tacque e si ferm ancora, in parte per recuperare il fiato, in parte per guardare negli occhi il suo salvatore.
Era l'unico modo per farti uscire da qui si giustific Plauto.
E ti ringrazio, davvero.
Allora continuiamo a camminare e arriviamo alla fine di questo schifoso corridoio.
Nevio sorrise.
 stata la mia casa per quattro anni, in un certo senso; dovresti dimostrare pi rispetto nei confronti della mia umile dimora. E sorrise di nuovo, anche se la tosse torn a opprimerlo e dovette appoggiarsi alla parete ancora una volta.
Plauto si rallegr nel constatare che Nevio tornava a essere il Nevio di sempre, per era preoccupato per il suo stato fisico.
Alla fine dell'oscuro cammino, il forte impatto con la potente luce del sole obblig Nevio a coprirsi il volto con le mani; non riusciva a vedere in mezzo a quel chiarore.
Dovrai guidarmi per le strade di Roma disse senza togliere le mani dal viso. Credo che rimarr cieco per qualche ora almeno.
Non ti preoccupare ribatt Plauto.
Dopo un paio di minuti, si videro due uomini attraversare l'infervorato Foro di Roma, dove migliaia di persone celebravano la notizia della vittoria di Publio Cornelio Scipione. Uno dei due era vestito dignitosamente ed era quello che aiutava l'altro, all'apparenza un miserabile cieco raccolto nelle peggiori strade della citt. Erano una coppia che in un qualunque altro giorno avrebbe richiamato l'attenzione dei triumviri, che avrebbero obbligato Plauto a dare molte spiegazioni e a mostrare il documento che certificava la libert di quel prigioniero. Ma in quel momento di caos generale, quella strana coppia pot muoversi attraverso le tumultuose strade di Roma senza essere disturbata da nessuno.
Plauto aveva pensato di riferire a Nevio che la sua liberazione era solo condizionata all'esilio, probabilmente in Africa, forse nella recentemente conquistata citt di Utica, poich infatti i Metelli avevano accettato di liberarlo ma con l'obbligo che fosse allontanato il pi possibile da Roma; per, vedendo la debilitazione del vecchio amico, pens fosse meglio aspettare qualche giorno prima di comunicargli le condizioni della sua liberazione. Aveva una settimana per allontanarlo da Roma. La cosa importante era che prima Nevio recuperasse abbastanza forze per poter intraprendere quel lungo viaggio. La tosse sembrava essersi attenuata da quando erano usciti dall'imputridito ambiente della prigione. C'era speranza. Forse l'aria fresca del mare e qualche buon pasto sarebbero stati la soluzione per un lento ma progressivo recupero.
Intorno a loro, la gente camminava come fosse posseduta. Donne, bambini, anziani e uomini di ogni condizione acclamavano Publio Cornelio Scipione. Un uomo singolare, pens Plauto. Un patrizio che liberava uno dei suoi migliori amici pur non riconoscendosi amico suo, ma che tuttavia diceva di apprezzare le sue opere. Un patrizio peculiare che manteneva la propria parola. Se Roma avesse ottenuto governanti simili a quell'uomo, forse alcune cose sarebbero cambiate, ma la vita aveva fatto di Plauto una persona diffidente per principio. Quella citt stava crescendo troppo e in troppo poco tempo, e la vittoria su Cartagine sembrava aver frastornato tutti. Si sarebbero accontentati i patrizi, i senatori, di dominare l'Africa, l'Hispania, la Sardegna, la Sicilia, tutta l'Italia... o avrebbero voluto di pi? Sempre di pi?
I due scrittori si mescolarono alla folla, come due piccoli e anonimi esseri in mezzo all'effervescenza della vittoriosa Roma, e la loro insignificante esistenza sarebbe passata inosservata agli occhi dei posteri se non fosse stato per le loro parole scritte, sopravvissute nei secoli che sarebbero venuti. Non avrebbero cambiato nulla di quello che sarebbe successo, nonostante i loro tentativi, per erano riusciti a descriverlo nelle loro opere, cos che altri avrebbero compreso meglio la storia passata.

98. IL RE DELLA SIRIA.
Boschi di Dafne nei dintorni di Antiochia, Siria fine novembre 202 a.C.

In quella radiosa mattina, il re Antioco III della Siria passeggiava per i boschi di Dafne, uno spazio idilliaco quattro miglia a sud di Antiochia, dove parchi, laghi e ruscelli si combinavano in un paesaggio da sogno. Tutto odorava di pino e di acqua fresca e chiara e l'aria era pura e limpida. Era il luogo in cui al re piaceva ritirarsi per riflettere. Era stato proprio l che aveva pianificato il suo attacco contro il regno d'Egitto per recuperare la Celesiria e quindi gli antichi sbocchi sul mare del vecchio impero; eppure quella guerra era fallita. L'Egitto si era difeso e Antioco III era riuscito a recuperare solo Seleucia di Pieria, il porto marittimo di Antiochia. Era stata una conquista importante, ma non l'obiettivo di quella guerra. In ogni caso, Antioco sembrava aver accettato i governanti tolemaici d'Egitto e aveva smesso di combattere contro di loro. All'epoca, aveva pensato che fosse meglio accantonare temporaneamente le proprie pretese. Prima o poi sarebbe arrivato il momento di dirigersi a occidente.
Antioco III, padrone di tutto l'antico impero seleucide, aveva infatti un sogno: ricomporre sotto il suo trono l'antico impero di Alessandro Magno. Era pi di un sogno, era l'anelito vitale che guidava ogni sua azione. Dopodich, sempre in quel luogo di boschi e laghi, aveva capito che ci che doveva fare come prima cosa era assicurarsi l'Oriente, ricostruire le sue fonti di risorse primarie, recuperare tutti i territori dalla Siria fino al fiume Indo, come aveva fatto Alessandro. A quel punto, si sarebbe diretto verso occidente e se la sarebbe vista, ancora una volta, con gli Egizi.
Antioco aveva dunque progettato la sua anbasis, la sua grande marcia verso l'Oriente, non senza prima aver massacrato i suoi nemici nel Nord dell'Asia Minore alleandosi con il re Attalo I di Pergamo, un altro che avrebbe affrontato ma che per il momento si era rivelato un importante alleato.
Con l'Asia Minore controllata per met da lui e per met da Pergamo, Antioco era partito verso l'Oriente: dal 212 fino al 205 aveva combattuto contro Eutidemo, che si faceva chiamare re dell'antica satrapia Battriana, fino a quando lo stesso Eutidemo non aveva accettato di sottomettersi a lui. Poi il re siriano, proprio come Alessandro, si era diretto verso l'Indo, dove aveva ottenuto che l'imperatore indiano della dinastia maurya gli consegnasse un'incalcolabile quantit di oro e un non meno prezioso e numerosissimo contingente di elefanti asiatici perfettamente addestrati per la guerra. Dopo essersi accordato con il regno indiano per un'alleanza commerciale che avrebbe beneficiato il regno siro-seleucide attraverso le mercanzie dell'India in direzione dell'Egitto, della Macedonia, di Pergamo e dell'Occidente mediterraneo, Antioco III aveva organizzato il ritorno verso il cuore del suo impero, verso Babilonia, decidendo di farlo, ancora una volta, emulando Alessandro Magno, quindi per mare, navigando attraverso il Golfo Persico. Dopodich, da Babilonia, passando per Seleucia, l'impressionante capitale orientale dei suoi regni, era tornato ad Antiochia. Aveva ripetuto quello che Alessandro aveva fatto in Oriente, ma per arrivare a essere come il grande macedone avrebbe dovuto riconquistare l'Egitto, Pergamo, la Macedonia e la Grecia. Tutto a suo tempo. Una cosa alla volta.
Il re, scortato da un nutrito gruppo di guerrieri siriani, si ferm all'entrata del grande tempio di Apollo Pizio, eretto al centro di quello splendido bosco dal suo antenato Seleuco I, generale che fece parte delle mitiche truppe dello stesso Alessandro.
Entr da solo nel tempio e s'inginocchi davanti alla bella statua del dio scolpita dal leggendario Briasside, scultore che in passato aveva lavorato ai monumenti di Atene. Davanti alla statua, dove lo attendevano due sacerdoti e un paio di schiavi del tempio, il re Antioco esegu vari sacrifici e recit le preghiere ad Apollo. Dopo aver compiuto i riti ancestrali riservati alla sua dinastia, usc nuovamente all'esterno. La sosta nel tempio sembrava averlo aiutato a schiarirsi le idee. Per prima cosa doveva recuperare gli sbocchi sul mare: la Celesiria e la Fenicia. Quello era un conto in sospeso. Poi doveva lanciarsi alla conquista della Grecia, anche se ci avrebbe comportato lo scontro con il re Filippo V di Macedonia, ma era necessario se voleva coronare il suo sogno, se voleva che tutti lo ricordassero come la reincarnazione dello stesso Alessandro.
Antioco III sorrise con una strana smorfia: paradossalmente, per prima cosa aveva calcolato di allearsi con Filippo, per poi attaccare l'Egitto e recuperare la Celesiria e la Fenicia. Qualche settimana prima aveva inviato un'ambasciata a Pella, la capitale della Macedonia, per proporre un audace patto al re macedone, e la risposta sarebbe presto arrivata.
Proprio mentre tornava al luogo dove aveva lasciato i cavalli, vicino al ruscello del bosco di Dafne, arriv un messaggero al galoppo dalla strada per Antiochia. Era uno dei suoi ufficiali di fiducia, il quale smont all'istante da cavallo e s'inginocchi davanti al suo re.
Parla, ufficiale, perch tanta fretta di vedermi?
 arrivata la risposta dell'ambasciata al re della Macedonia, per, come tu hai richiesto, gli ambasciatori parleranno solo davanti al re della Siria e di tutti i regni orientali. Stanno attendendo nel palazzo imperiale dell'isola.
Antioco III si volt verso il tempio di Apollo e inclin leggermente la testa. Il lavoro degli di andava riconosciuto, specialmente quando era cos rapido.
Corriamo a palazzo, per Apollo, e facciamolo veloci come il vento.
Il re mont sul suo cavallo, colpendolo con i talloni sul costato per obbligarlo a partire al galoppo, in direzione nord, facendo la stessa strada da cui era arrivato il messaggero dalla capitale. Dopo appena due minuti di corsa, il re avvist le mura di Antiochia e rallent portando il cavallo a un trotto veloce.
Antiochia, la capitale dell'impero seleucide, era la seconda citt pi popolata del mondo conosciuto, superata solamente da Alessandria, la Alessandria di un Egitto decadente pens Antioco cos che ben presto questa non sar pi la seconda citt del mondo. Antiochia sarebbe presto divenuta il centro di tutti i regni e le citt, dalla Grecia fino all'India, una nuova rinascita di tutti i territori che Alessandro aveva posto sotto un unico governo.
Man mano che si avvicinava alla citt, decine, centinaia di soldati appostati negli accampamenti intorno si avvicinavano ai bordi della strada principale per salutare il loro signore. Migliaia di soldati di tutte le regioni dell'impero, l, riuniti, in attesa di un segnale per lanciarsi in nuove conquiste. Dal ritorno dalla spedizione in Oriente, tutti quei soldati anelavano nuove sfide, nuove opportunit per ottenere gloria e ricchezza, e tutti sapevano che il loro re stava progettando nuove imprese, nuove vittorie, verso l'Egitto, verso l'Egeo, per solamente Antioco III conosceva il prossimo luogo verso cui il suo immenso esercito si sarebbe messo in marcia.
Ai piedi delle mura il re fu obbligato a fermarsi, poich una mandria di trenta elefanti stava attraversando la strada principale, condotta da addestratori indiani che facevano camminare le gigantesche bestie quotidianamente, per mantenerle in forma e pronte al combattimento. Quello era uno dei vari reparti di elefanti che il re aveva riunito durante le sue conquiste d'Oriente. Antioco III non s'infastid per il fatto di dover aspettare: quegli elefanti, quel tremendo esercito, rappresentavano l'evidente simbolo del suo enorme potere e lui gioiva nel vederseli marciare davanti, cos come nel vedere migliaia di soldati che lo salutavano e lo acclamavano.
Appena gli elefanti ebbero attraversato la strada, la comitiva riprese la marcia e, di nuovo al trotto, entr nella citt dalla porta di Dafne, superando le prime mura difensive per poi, dopo poco, attraversare le seconde mura e la seconda porta per la quale si accedeva al cuore della grande Antiochia. All'interno di quel complesso di mura difensive, Macedoni, Greci di differenti provenienze, molti di loro Ateniesi arrivati dalla vicina Antigonia, nativi della regione, molti Giudei e genti provenienti da ogni parte dei territori posseduti dal grande Antioco III camminavano per la grande via principale porticata su entrambi i lati, mentre sulla destra di quegli incredibili portici rimaneva la cittadella, innalzata sul pendio del monte Silpio. Un poco pi a nord, sempre sul lato orientale del grande viale, c'era il magnifico teatro greco. Sul lato occidentale, dietro ai portici, si ergevano le vecchie mura che Seleuco I aveva fatto costruire per proteggere gli antichi confini della citt, la cui popolazione era passata dai quindicimila abitanti di un tempo a mezzo milione di persone, giunte da tutti gli angoli dell'impero seleucide; una citt concepita da Xenarius imitando i progetti della leggendaria Alessandria, alla quale sempre pi assomigliava per splendore e potere. Infatti, Antiochia era gi conosciuta come la citt dorata, per l'enorme quantit di oro e di altre ricchezze che passavano per le sue strade e i suoi viali.
Il re arriv a una grande piazza, il Ninfeo, dove gir verso nord-est imboccando l'altro grande viale che conduceva a un ponte che attraversava il fiume Oronte. Oltre il ponte c'era un'isola: un isolotto circondato dal fiume Oronte da sud a nord, che il re Seleuco II Callinico aveva cominciato a cintare di mura per annetterlo alla citt e la cui fortificazione era stata terminata proprio da Antioco III, che aveva approfittato di quell'inespugnabile enclave per stabilirvi il suo palazzo imperiale, dove giunse dopo aver cavalcato per le strade dell'isola sulle quali si trovava ogni tipo di edificio riservato all'amministrazione dell'impero o al ristoro del re, come i giganteschi bagni reali.
Giunto davanti alle porte della scalinata del palazzo imperiale, Antioco III smont dal suo destriero e, camminando scortato dalle guardie, entr alla svelta; al suo passaggio le porte si aprivano come per incanto, spinte da schiavi ben addestrati e ben attenti alle partenze e agli arrivi del loro padrone.
Finalmente Antioco III raggiunse il salone del trono, si sedette sul seggio d'oro e di bronzo, mentre ai suoi piedi gi attendevano inginocchiati gli ambasciatori che aveva inviato a parlamentare con il re Filippo V di Macedonia. Antioco fece un segnale con un dito e uno degli ambasciatori, il pi anziano, un uomo di circa sessant'anni, il doppio degli anni del re, cominci a parlare con la voce soave propria del diplomatico.
Grande re di Antiochia, della Siria e di tutti i regni dell'impero seleucide, mio signore e padrone...
Non sono corso al galoppo da Dafne per udire i miei titoli e le tue parole da adulatore di professione. Epifane, parla rispondendo solo a questa domanda: il re della Macedonia ha accettato la mia proposta?
Epifane aveva passato tutta la sua vita a servire Antioco III, e prima ancora i suoi predecessori. Non si sorprese di essere interrotto, n ci rimase male. Rispose a ci che gli veniva chiesto con precisione.
Il re Filippo V ha accettato, mio signore.
Bene, molto bene, per Apollo e per tutti gli di dell'Olimpo, molto, molto bene. Epifane, dovr ricompensarti per i tuoi buoni servigi prima o poi.
Il re si alz dal trono. Non aveva voglia di ascoltare altro. Pi tardi avrebbe parlato con Epifane dei dettagli della conversazione con il re della Macedonia. Ora, l'essenziale era che Filippo avesse accettato. L'Egitto sarebbe stato suddiviso. Le isole dell'Egeo, per il momento, a Filippo, e la Celesiria e tutta la Fenicia a lui: il suo impero avrebbe avuto gli ampi sbocchi sul mar Mediterraneo necessari per attaccare la Grecia via mare, mentre avrebbe invece attaccato l'Asia Minore via terra. Il suo esercito aveva del lavoro da fare. Molto lavoro da fare. Una grande e implacabile guerra per gloria, ricchezze illimitate e potere incombeva sul mondo e nessuno l'avrebbe fermata. L'acquiescenza di Filippo durante le sue prime azioni gli avrebbe permesso di posizionarsi dominando le coste dell'Asia, e per quando Filippo avrebbe deciso di sfidarlo, il suo potere sarebbe stato ormai troppo grande, troppo inaspettato, troppo irrefrenabile. Non potevano fermarlo, n Filippo n quel bambino di sei anni, Tolomeo V, chiamato a essere l'ultimo re della dinastia lagide in Egitto. E, come ricompensa, avrebbe messo in cima a una picca la testa del tutore di Tolomeo V, l'astuto Agtocle. Agtocle forse si sarebbe rivolto a Roma, come lo avvertivano alcuni consiglieri e lo stesso Epifane; invece, altri consiglieri disprezzavano questa sconosciuta Roma, una citt barbara dell'estremo Occidente del Mediterraneo che, inoltre, era impegnata da anni e anni in una devastante e logorante guerra con Cartagine. No. Era il momento del grande Antioco III: con Filippo V tradito, Tolomeo V e il suo tutore colti di sorpresa e le citt dell'Occidente impegnate nelle proprie guerre, sfinite, esauste, desiderose di pace. Non lo avrebbero attaccato. Non sarebbero mai corsi in aiuto dell'Egitto, perch sarebbero stati occupati a pensare alle loro perdite, ai loro morti, e se Cartagine o la sconosciuta Roma avessero voluto rispondere, se avessero osato tanto, i suoi elefanti, la sua flotta, i suoi eserciti sarebbero avanzati contro di loro. Presto il mondo intero gli avrebbe reso omaggio. Antioco III, perfino pi grande di Alessandro. Quale re, quale generale avrebbe mai potuto opporsi a lui?
Il re era tornato indietro fino alle porte del suo gigantesco palazzo imperiale e si era fermato in cima alla scalinata. Da l poteva vedere la sua bella citt estendersi per un diametro di tre miglia tra il fiume Oronte e il monte Sulpio. Antiochia. Il centro della terra, solo che i re e i governanti delle altre regioni ancora non lo sapevano. Lo avrebbe reso chiaro a tutti con una nuova e definitiva guerra.
Era cos: per raggiungere i suoi obiettivi aveva bisogno di un mondo in guerra. Le sue truppe avevano bisogno di una guerra, i suoi consiglieri spingevano per una guerra, il suo destino esigeva una guerra.

99. DUE ANIME SOLITARIE.
Cartagine, novembre 202 a.C.

Annibale entr in quella che era stata la stanza di suo padre Amilcare. Ora era sua. Era quello che tutta una vita di campagne e di guerre gli aveva lasciato: una grande residenza nel centro di Cartagine e, all'interno di essa, l'austera stanza del padre: due piccole finestre dalle quali entravano i deboli raggi del tramonto africano, un letto pulito al centro, un tavolo con sopra un bacile vuoto, uno sgabello e una tenda che dava accesso a un piccolo bagno che suo padre aveva fatto costruire per potersi rilassare nell'intimit. Quello era tutto. Poco. Annibale si sedette sul bordo del letto. Era sufficiente. La stanza era sorprendentemente linda. Non c'era polvere e sul letto c'erano due coperte lavate. Gli schiavi di suo padre dovevano aver mantenuto quella stanza cos per anni. Annibale lo registr nella sua memoria. Aveva dei servitori leali in quella casa. Era gi qualcosa, forse l'inizio di qualcosa.
Annibale Barca si alz, si tolse la corazza e la deposit per terra con cura. Stir le braccia. Erano anchilosate e gli doleva il braccio destro da tanto combattere, lottare, uccidere. Era stato sul punto di sconfiggere quel giovane generale romano. Sul punto. Ma sul punto non era sufficiente sul campo di battaglia. Se avessero inviato altre navi... Scosse la testa. Il passato era passato e ormai non aveva senso lamentarsi.
Stava invecchiando. Le energie lo stavano abbandonando e non doveva perdere nemmeno un secondo pensando a quello che sarebbe potuto succedere, a quello che avrebbe potuto essere... Suo padre gli aveva insegnato a essere pratico. Ora, senza Asdrubale o Magone, senza i suoi fratelli, nulla sarebbe stato pi come prima. La guerra se li era portati via.
Sospir. Si slacci i sandali. Fu un sollievo lasciare i piedi nudi, all'aria, muovere le dita mentre si stendeva e appoggiava le mani sul letto per sostenere il corpo reclinato. Pass un minuto cos.
Annibale Barca, generale degli eserciti cartaginesi, si mise nuovamente a sedere raddrizzando la schiena, con la pianta dei piedi appoggiata sulla pietra fredda. Gli dava una sensazione di sicurezza avvertire quel pavimento pietroso. Qualcosa di fermo su cui sostenersi, nulla a che vedere con le eterne promesse di rinforzi e provviste che per anni erano arrivate da Cartagine senza mai divenire reali. Annibale port lentamente la mano destra sulla benda che gli copriva l'occhio sinistro cieco e se la tolse, lasciandola sul cuscino. Si gratt l'occhio morto con le dita. Come sempre, non sent nulla. Faceva un po' freddo, ma le coperte lo avrebbero riparato. Si alz e si tolse la cintura che sosteneva la spada. Stava per appoggiare l'arma sul letto quando ud un colpo da dietro la tenda. Annibale interruppe i suoi movimenti e sfoder la spada, lasciando solo il fodero sul letto. Si volt verso la tenda. A piedi nudi avanz lentamente verso il bagno. Non si sentivano altri rumori. Avevano gi inviato degli assassini per ucciderlo? Si sorprese di quella sua paura di essere ucciso. Era cosciente di avere molti nemici a Cartagine, in particolare il gruppo di Giscone, era come essere in un campo di battaglia; eppure, lo meravigli la rapidit con cui avevano inviato un sicario. Annibale impugn l'arma con forza. Uccidere un uomo non sarebbe stata una grande fatica e si sarebbe guadagnato le sue ore di sonno. Era comunque strano che qualcuno fosse riuscito ad accedere a quella stanza. Forse quegli schiavi non erano poi cos leali, forse era stato facile comprarli. Il sufeta aveva lasciato ben intendere che se c'era qualcosa che non mancava, in quella citt, era il denaro. Annibale era a pochi centimetri dalla tenda. Affin l'udito. Avvert il respiro ansioso di qualcuno all'altro lato della tenda. Consider se penetrare semplicemente la tela con l'arma, ma Annibale era un uomo a cui piaceva guardare in faccia il nemico prima di ucciderlo. Con un gesto violento strapp via la tenda, che cadde di lato, e gli anelli che la tenevano appesa rotolarono per il pavimento di pietra sparpagliandosi per i quattro angoli della stanza. Annibale sollev la spada per trafiggere il petto del suo assassino e vide... una donna. Il generale trattenne la sua furia per un secondo. Gli occhi della donna erano terrorizzati, ma lo fissarono orgogliosi. Che assurdit pens Annibale.
Chi ti manda? chiese Annibale nella sua lingua, irritato e stanco.
Non mi manda nessuno. Io vivo qui rispose la donna nella stessa lingua, ma con un accentro straniero.
Annibale abbass la spada sospirando.
Non voglio schiave questa notte. Vattene e non nasconderti mai pi alla mia presenza o la prossima volta ti infilzer come un insetto.
Annibale se ne and. Riteneva la faccenda conclusa. Non si aspettava una risposta, quindi si stup nell'udire nuovamente la voce di quella donna.
Io vivo qui, ma non sono la schiava di nessuno. Non lo sono mai stata e mai lo sar.
Annibale si volt verso la donna e la esamin con pi attenzione. Doveva avere circa trent'anni. Troppi per i suoi gusti, ma la trov comunque attraente. Aveva dei lineamenti delicati e poche rughe. La sua pelle dimostrava che non era un'adolescente, ma appariva delicata, e i suoi occhi, superato il terrore iniziale, trasmettevano un senso di sollievo che Annibale trov, pur senza capire bene il perch, confortante. Una schiava esotica, senza dubbio, ma non ricordava quella donna tra gli schiavi di suo padre. E quel modo di parlare, quel modo di utilizzare parole africane, l'aveva gi udito prima.
Se non sei una schiava, chi sei?  difficile giustificare la tua presenza qui e chiss che alla fine non debba sul serio infilzarti con la mia spada.
Nessuno in tutta Cartagine oserebbe tanto.
La donna replicava con una sicurezza crescente e si muoveva per la stanza come se fosse abituata a stare l.
Nessuno oserebbe tanto? Io s che oserei. Appena un'ora fa stavo per ammazzare uno degli stupidi sufeti di questa citt, quindi non vedo perch non dovrei osare altrettanto con te. Sei fortunata perch sono stanco. Ora esci e parleremo pi tardi, dal momento che vivi qui.
In un certo senso Annibale si stava divertendo. Parlare con una donna arrogante e, anche se quasi anziana, attraente, lo distoglieva dal pensiero della recente sconfitta, dal fallimento di tutta quella guerra.
Io sono Imilce, la moglie di Annibale, e credo che nessuno oserebbe uccidermi sapendolo. E ora sono io che ti chiedo: come osi entrare nella dimora dei Barca, nella casa del mio signore e minacciarmi?
Annibale si sedette sul letto per digerire quell'informazione. Imilce? Imilce? Era ancora viva. Giscone, dopotutto, aveva compiuto il suo dovere di proteggerla. Una propriet preziosa, quella donna, per garantirsi la lealt di un gran numero di Iberi, per questo l'aveva protetta e portata a Cartagine; ma la ricordava adolescente, una splendida ragazza quasi bambina. E dolce dentro al letto, tenera e obbediente. Non gli aveva mai dato problemi. Ma nemmeno un figlio. Imilce.
Io sono Annibale.
Allora fu la donna a sedersi, sullo sgabello accanto al tavolo. Annibale. Lo guard intensamente. Il volto ferito, un occhio cieco, la tunica insanguinata. Annibale, il generale di tutti gli eserciti di Cartagine; Annibale, suo marito. Era invecchiato, era pi curvo, sporco e trasandato. Non era pi il bel capo dei Cartaginesi in Hispania. Era un uomo stanco che ritornava a casa dopo anni di assenza e di combattimenti. Imilce si dolse di non averlo riconosciuto.
Capisco disse. Riflett un istante e poi continu. Ordiner agli schiavi che ti portino acqua fresca e asciugamani con cui lavarti e un po' di vino, pane e formaggio.
Va bene rispose Annibale senza smettere di guardarla, aggiungendo una domanda: Gli schiavi ti obbediscono?.
Sono la moglie del loro signore.
Annibale annu un paio di volte.
Va bene. E acqua e vino, come hai detto, va bene. Voglio solo riposare un poco.
Imilce si alz e si diresse alla porta. Si ferm e senza voltarsi a guardare il marito parl fissando la parete.
Ho fatto in modo che la casa fosse sempre pulita e in ordine. Non sapevo cos'altro ci si aspettasse da me. Spero di aver fatto la cosa giusta.
S, hai fatto la cosa giusta. E Annibale la vide aprire la porta. Perch non sei tornata in Iberia, con i tuoi genitori, con la tua famiglia?
Imilce si volt verso il generale senza staccare la mano destra dalla maniglia della porta.
I miei genitori sono morti, cos la mia famiglia, e la mia citt, almeno per come la conoscevo, non esiste pi.  stata rasa al suolo dai Romani. Hanno risparmiato la vita di alcuni, ma mio padre  morto in guerra e la mia famiglia e tutti quelli che l'appoggiavano sono stati assassinati perch... perch ero tua moglie.
Mi dispiace.
Imilce non rispose, ma alla fine aggiunse una frase con estrema delicatezza: So che anche tu hai perso i tuoi fratelli in questa guerra. Mi dispiace.
Annibale non s'infastid del fatto che Imilce menzionasse i suoi fratelli morti. La guard e assent accettando quelle parole. In fin dei conti, i suoi fratelli erano stati d'accordo nel partecipare a quella guerra, mentre lei non aveva avuto scelta.
La donna apr la porta, usc e Annibale Barca, questa volta s, rimase da solo. Era una solitudine che aveva sempre atteso con timore e che, curiosamente, l'incontro con quella ispanica venuta da molto lontano aveva un poco alleggerito. Erano entrambi delle anime solitarie. Questo li univa.
Annibale si distese nuovamente sul letto. Passarono alcuni minuti. Bussarono alla porta.
Avanti.
Uno schiavo giovane, nervoso, entr portando un vassoio con una caraffa d'acqua, una pi piccola di vino, un calice, un po' di formaggio e di pane e degli asciugamani. Lasci tutto sul tavolo e usc veloce come il vento.
Annibale osservava il soffitto della sua stanza. C'erano delle macchie d'umidit. Si sarebbe occupato di sistemare la sua casa. Non sapeva ancora se sarebbe rimasto l a lungo o se la sua permanenza a Cartagine sarebbe stata, ancora una volta, breve. Occuparsi di questioni domestiche lo avrebbe aiutato a dimenticare almeno in parte la guerra e la politica. Sarebbe stato possibile continuare la lotta contro Roma? Non da Cartagine. Non da Cartagine, per il momento. Forse pi avanti. Forse da qualche altra parte? Esisteva un re abbastanza coraggioso da non temere Roma? E abbastanza forte? Rimaneva ancora qualche esercito capace di sfidare le legioni di Roma? Filippo V di Macedonia si era convinto a suggellare un patto con lui, ma poi si era rivelato un alleato assai debole. No. Quella non sembrava essere la strada giusta. Doveva restaurare la forza di Cartagine o allearsi con un altro re straniero che avesse riunito un vasto esercito, abbastanza potente da infondere timore nei Romani. O entrambe le cose.
Era stanco. Da tutta la vita, da quando era adolescente, era in guerra, prima contro gli Iberi, poi contro tutte le popolazioni che si erano opposte al suo viaggio in Italia e da sempre contro Roma. Quale re straniero poteva esserci? L'Egitto era nelle mani di un bambino, Filippo non valeva nulla. Pergamo era alleata di Roma e nel lontano Oriente non erano sicuramente interessati a quello che accadeva dall'altra parte del mondo. O forse s?
Annibale pens di lavarsi, mangiare qualcosa mentre rifletteva su queste idee, e ne aveva davvero intenzione, invece chiuse gli occhi e si addorment.

100. IL RISPETTO DEI PROCONSOLI.
Utica, primi giorni di dicembre 202 a.C.

Nel porto della conquistata Utica, Publio e Lelio stavano supervisionando le manovre di attracco di una nuova flotta di rinforzi e provviste, mentre ripassavano mentalmente la situazione in cui si trovavano. Di fronte a quella vasta concentrazione di legioni, Cartagine avrebbe dovuto cedere presto a tutte le richieste di Roma: restituire le navi prese durante la tregua, rifornire di grano le truppe romane in Africa per i prossimi tre mesi, consegnare la loro intera flotta, con l'eccezione di dieci triremi che avrebbero conservato unicamente per azioni difensive, liberare tutti i prigionieri di guerra e consegnare i disertori romani perch fossero giustiziati secondo le leggi di Roma; riconoscere Massinissa come legittimo e unico re di tutta la Numidia, lasciando tutte le citt e i territori di quel Paese sotto il suo governo, pagare 10.000 talenti euboici a rate per i prossimi cinquant'anni, consegnare a lui personalmente cento ostaggi cartaginesi come garanzia del rispetto di Cartagine di tutte quelle clausole di pace. Erano condizioni durissime, implacabili, che impedivano al Senato di Cartagine di intervenire su ci che accadeva oltre le sue mura e che lasciavano di fatto i suoi possedimenti in Africa alla merc dell'avidit e dell'ambizione senza limite del recentemente nominato re di tutta la Numidia, Massinissa.
Credi che accetteranno tutto? Cos com'? chiese Gaio Lelio, come se stesse leggendo i pensieri del proconsole.
Lo faranno, Lelio, accetteranno tutto. Non hanno un esercito e il loro miglior generale, Annibale, si dice si sia rifugiato dentro la sua casa e che rifiuti di ricevere chiunque. Pare che abbia voltato le spalle al Senato punico perch ritiene che gli attuali governanti della citt non l'abbiano appoggiato in passato.
E ha ragione?
 molto probabile. Per nostra fortuna, Lelio,  molto probabile che sia andata cos. Per questo fa parte del passato ormai. Adesso guardo al futuro.
Un ingresso trionfale a Roma.
S, anche quello, ma guardo anche oltre. Publio continuava a parlare mentre osservava il mare. Pace e riposo. Ma, per prima cosa, delle terre per i veterani della V e della VI.
Senza dubbio il Senato te le conceder. Gli di sanno quanto questi uomini se le siano meritate.
Confido in questo conferm Publio, con lo sguardo ancora fisso all'orizzonte del mare. E poi, pace e riposo, Lelio. Credo che a Roma sia arrivato il momento di godersi la pace, di chiudere una volta per tutte le porte del tempio di Giano. Abbiamo vissuto sedici anni di guerra ininterrotta. Ci  insostenibile. Con Cartagine sconfitta, i Galli ripiegheranno a nord e non oseranno pi attaccarci per molto tempo, e nemmeno lo stesso Filippo in Macedonia. Adesso Roma non ha pi nemici importanti. Potremo riposare un poco. Non hai voglia di riposare, Lelio? chiese il giovane proconsole di Roma voltandosi verso il suo ufficiale.
Vide che Lelio guardava alla sua sinistra, proprio l dove la schiava Netikerty aspettava scortata da due legionari. Publio cambi argomento.
Hai gi deciso se fare quello che ti ho suggerito...? Riguardo alla ragazza, voglio dire.
S disse Lelio con voce un po' tremante.  gi tutto pronto.
 la cosa migliore.
S.
Ti duole ancora il suo tradimento, Lelio?
S.
Poteva andare molto peggio, Lelio. Nel complesso, se rifletti a mente fredda, ci ha servito molto coraggiosamente.
Nonostante questo mi ha tradito. E non posso pensare a Netikerty a mente fredda. Non posso. Mi ha tradito.
Solo fino a un certo punto... In ogni caso, questa conversazione non ha senso. La cosa migliore  fare come abbiamo programmato.
S conferm Lelio, e si separ da Publio dopo averlo salutato con un cenno del capo.
Il proconsole lo guard allontanarsi, verso il punto dove la giovane schiava attendeva le parole del suo padrone, che doveva annunciarle il suo destino. Lo sguardo di Publio incontr allora gli uomini che gli si stavano avvicinando, i quali, a loro volta, incrociarono Lelio, davanti al quale si fermarono un istante, salutarono e proseguirono. Non erano degli ufficiali, ma altri due proconsoli, Lucio Cornelio Lentulo, della stessa gens Cornelia di Publio, a dimostrazione del crescente potere dei suoi parenti a Roma, e Gneo Ottavio, un giovane proconsole che era gi stato pretore alcuni anni prima. A Lentulo era stato assegnato il comando della flotta che Roma aveva appena inviato in Africa con provviste e rifornimenti da consegnare alle legioni di Scipione - nessuno si riferiva pi a esse chiamandole legioni maledette - e tutto il necessario per concludere al meglio le sue, a opinione di tutti, gloriose campagne. Gneo Ottavio, invece, deteneva il comando delle truppe di rinforzo che dovevano integrare le legioni V e VI. Erano proconsoli. Avevano il diritto di spostarsi costantemente circondati dai lictores e tuttavia...
Publio li vide avanzare verso di lui e la sua scorta, ma da soli, accompagnati solo da quattro legionari. Alz lo sguardo e vide i lictores di quei proconsoli che aspettavano pi lontano, tra le banchine. I promagistrati appena arrivati si avvicinavano al proconsole dell'Africa dopo aver lasciato indietro i propri lictores in segno di riconoscimento e rispetto nei confronti dell'innegabile superiorit da lui dimostrata e per la quale gi tutti ormai chiamavano Publio Cornelio Scipione Africanus.
Publio, durante la conversazione con Lelio, si era seduto sopra uno dei sacchi di sale accumulati vicino alle navi che dovevano salpare per Cartagine e cominciare l'assedio finale, per, impressionato dal gesto dei suoi colleghi, si alz per riceverli in piedi.
Ti saluto, Publio Cornelio Scipione disse Lentulo fermandosi davanti a lui.
Ti saluto, proconsole, che gli di ti assistano per molti anni aggiunse Gneo Ottavio.
Publio annu, senza aggiungere altro per qualche secondo. Poi si sedette di nuovo sopra i sacchi.
Vi saluto entrambi. Spero che abbiate avuto un mare calmo e che Nettuno sia stato gentile durante il vostro viaggio. Per favore, perdonate la mia informalit nel sedermi, ma sono... sono un po' stanco e ho una ferita a questa coscia... disse portandosi la mano alla gamba dove la spada di Annibale aveva lacerato pelle e muscoli ...che non smette di dolermi miserabilmente.
Il proconsole  ferito e deve riposare aggiunse Lentulo, e Gneo Ottavio assent. Entrambi sapevano chi era l'artefice di quella ferita. Era un taglio del quale il proconsole di Roma poteva parlare con orgoglio.
Publio torn a guardare il mare. Fu allora che Ottavio si decise a parlare.
Come credi che dovremmo condurre l'attacco a Cartagine, Publio Cornelio?
Erano i nuovi proconsoli e, ci nonostante, anzich vanit, Publio riconosceva in loro rispetto e lo stesso sguardo di ammirazione che anche i suoi legionari della V e della VI gli dedicavano; solo che questi che gli stavano parlando non erano semplici soldati, ma magistrati di Roma, uomini al suo livello ed entrambi pi anziani di lui, eppure i due si prodigavano per mostrarsi cordiali e rendere evidente il fatto che accettavano il suo comando.
Fu in quel momento che Publio cominci a rendersi conto di quello che aveva ottenuto. Non solo aveva sconfitto il pi forte dei nemici di Roma, ma soprattutto aveva portato a termine la guerra pi cruenta e pericolosa che la sua citt avesse mai affrontato e, cosa ancor pi rilevante, lo aveva fatto con truppe disprezzate da tutti, in territorio nemico, contro i Cartaginesi, tutti i loro alleati e ben ottanta elefanti. Agli occhi di migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di Romani, lui era molto pi che un proconsole, e tra i suoi ammiratori non c'era solo il popolo, ma anche i senatori e gli alti magistrati, come quei due proconsoli che attendevano il suo consiglio per condurre al meglio il finale di quella campagna.
Credo che la cosa migliore cominci Publio sia che Lentulo e io portiamo la flotta di Utica a Cartagine e che tu, Ottavio, avanzi via terra con le legioni. La mia ferita non mi permette di condurre gli uomini. Lelio torner a Roma con il bottino depredato ai Cartaginesi in questi anni. Questo  quello che farei io.
E sia disse Lentulo, portandosi il pugno al petto come chi ha appena ricevuto un ordine, e Ottavio assent ancora una volta senza manifestare alcun dubbio.
Publio si alz e mise la mano destra sulla spalla di Ottavio.
Ti lascio delle buone legioni. Abbine cura gli disse.
Sono delle buone legioni. Tutta Roma riconosce il valore della V e della VI.
Bene concluse Publio. Questo  un bene. Ora devo andare a sistemare alcune questioni con uno dei quaestores. Forse, Ottavio, ti farebbe piacere accompagnarmi?
Sarebbe un onore, proconsole rispose l'interpellato senza nascondere il proprio interesse.
Per tutti gli di, allora andiamo, e lasciamo Lentulo a supervisionare la preparazione della flotta aggiunse Publio.
Ottavio e Publio se ne andarono. Il primo, ammirato dalla cordialit di quel proconsole ferito che era gi quasi una leggenda, e il secondo, leggermente zoppicante, pensando che presto Cartagine avrebbe ceduto a tutte le condizioni imposte da Roma e che questo avrebbe portato la pace nella sua vita, la pace a Roma, la pace nel mondo intero.
Publio pensava anche a quanto sarebbe stato bello vivere ora in tranquillit, insieme alla moglie e ai figli, con la certezza di sapere che il tanto temuto Annibale non sarebbe stato mai pi, mai pi, in condizione di mettere in pericolo la vita del suo giovane figlio, poich la guerra contro Cartagine era finita prima che il ragazzo raggiungesse l'et per impugnare un'arma. Publio aveva realizzato il sogno di suo padre e di suo zio, aveva mantenuto la promessa fatta a sua madre, di mettere fine a quella guerra, e sarebbe riuscito a tornare a Roma per poter dire a Emilia, l'amata moglie, che non doveva pi temere per la sicurezza del giovane Publio. Questa era la cosa pi importante di tutte. Aveva assistito alla morte del padre e dello zio, e anche sua moglie aveva visto morire il padre, del quale ora si era ripreso, per lo meno, l'anello consolare. Una piccola consolazione in mezzo a tutta quella bufera, ma una base sulla quale edificare una vita felice.
L'unica cosa che lo preoccupava era un nuovo sogno, che aveva avuto la notte prima, un sogno che aveva sostituito quello degli elefanti. Era come un nuovo presagio. In quel sogno, Publio aveva visto la cosa peggiore alla quale un essere umano pu assistere nella vita: la morte di un figlio, di suo figlio. Era un misterioso presentimento che in quel momento risultava assurdo e senza senso, specialmente dopo la completa e assoluta disfatta di Annibale; per questo Publio lo scacci dalla mente, decise di non dargli importanza e si rifugi, ancora una volta, nel desiderio di riposo e di pace. Voleva solamente tornare a casa.

101. UNO STRANO ADDIO.
Utica, primi giorni di dicembre 202 a.C.

Gaio Lelio aveva visto i nuovi proconsoli che andavano a parlare con Publio. Aveva notato il grande rispetto dimostrato sia da Lentulo che da Ottavio nel salutarlo, quando Lelio non era nemmeno, n mai era stato, un magistrato. Sembrava che anche il solo fatto di essere uno dei tribuni di fiducia di Publio Cornelio Scipione lo investisse di un'aureola che ispirava rispetto. Scosse la testa. Non doveva riempirsi la testa di idee assurde e vane. Aveva altre questioni di cui occuparsi in quel momento. Continu a camminare e giunse vicino a Netikerty.
La ragazza prevedeva che qualcosa stava per esserle annunciato, poich all'alba Lelio l'aveva avvertita di prepararsi per un lungo viaggio. La giovane schiava aveva racimolato qualcosa di modesto che pensava le sarebbe stato utile: un paio di stole romane, due tuniche, qualche ornamento per i suoi splendidi capelli lunghi e lisci e alcune boccette con unguenti e oli con i quali ammorbidiva la sua pelle scura leggermente seccata dal vento e dal sole. Non aveva preso altro. Non voleva che l'accusassero di appropriarsi di ci che non le spettava. Soprattutto, aveva lasciato il nimbus che Lelio le aveva regalato a Roma. Lelio, l'uomo che l'aveva avuta e l'aveva amata; lo stesso uomo che ora la guardava con apparente indifferenza.
Io parto per Roma, con la flotta. Non ci rivedremo pi annunci Gaio Lelio con asprezza.
Netikerty assent e abbass lo sguardo al suolo. Lelio, di fronte all'assenza di replica o di domande, continu con le spiegazioni.
Tu partirai per Siracusa con una nave scortata da due triremi. L attenderai per qualche settimana l'arrivo di un'ambasciata di senatori da Roma. Approfittando del viaggio di quest'ambasciata, in una delle triremi di scorta ai senatori romani, viaggeranno le tue sorelle.
A quel punto Netikerty sollev lo sguardo da terra.
Le tue sorelle sono state comprate da alcuni amici del proconsole e poi manomesse, liberate dalla schiavit, come io ho fatto con te. Il proconsole ha utilizzato la manumissio vindicta, impiegando per tutti i tramiti dei magistrati di sua fiducia nel Foro. Credo che abbia incaricato suo fratello Lucio, il quale, seguendo le sue istruzioni, ha comprato le tue sorelle per poi liberarle.
Netikerty fissava Lelio negli occhi, ma subito il tribuno distolse lo sguardo e volt il viso verso il mare.
Nettuno sembra essere tranquillo. Avrete una buona navigazione. Non appena voi tre vi sarete riunite, potrete partire su una delle triremi che scortano l'ambasciata del Senato con destinazione Egitto. Il Senato vuole riconoscere ufficialmente Tolomeo V come legittimo monarca della tua terra. Agtocle  colui che realmente governa, ma solo in qualit di tutore del piccolo Tolomeo V. Bene, lasciando perdere la politica, la cosa importante  che questa ambasciata, con la sua forte flotta militare di scorta,  la maniera pi sicura per attraversare il mare e per riconsegnarti al tuo Paese in salvo da altri attacchi dei pirati. Una volta l, gli ufficiali di mia fiducia si assicureranno che contattiate la vostra famiglia. Questo  tutto.
Lelio non aggiunse altro. Se si fosse voltato a guardarla, avrebbe visto le lacrime che solcavano le guance della giovane egizia; invece si trattenne e termin di parlare senza girarsi verso di lei.
Questo  tutto. Mi hai tradito, ma non hai ucciso il proconsole quando ne hai avuta la possibilit. Il generale  un uomo generoso, perci ha liberato le tue sorelle e ha organizzato tutto questo. E ha scelto un paio di uomini leali per eseguire i suoi ordini. Non ho altro da dirti.
Gaio Valerio le diede le spalle e se ne and senza voltarsi indietro nemmeno una volta. Solo gli di sapevano quanto gli costasse mantenere quella fermezza e quella rigida apparenza di finta indifferenza. Usc dalla citt senza nemmeno sapere che strade avesse preso e, come un cavallo che ha perduto il cavaliere sul campo di battaglia, trov quella di ritorno alla sua tenda in mezzo al grande accampamento delle legioni romane eretto di fronte alle mura di Utica.
Si sedette sul letto che per anni aveva condiviso con la giovane Netikerty e avvert qualcosa che gli pungeva sotto la coscia destra. Cerc con la mano ed estrasse lo splendido nimbus d'oro e di pietre preziose che aveva regalato tempo prima a Netikerty. Lelio accarezz il bellissimo gioiello come si accarezzano dei dolci ricordi inaciditi dal tempo e dalla vita. Non pianse perch i guerrieri non piangono, ma il suo cuore batteva fortissimo, senza controllo, a pezzi.
Netikerty rimase sola con i due soldati di fiducia designati da Lelio, che attesero pazienti mentre lei piangeva in piedi, guardando colui che fino a quel momento era stato il suo padrone e il suo signore svanire tra la moltitudine di legionari che caricavano e scaricavano balle, sacchi, anfore e provviste di ogni tipo dalle navi attraccate nella baia di Utica. L'insistenza del tribuno nel sottolineare che tutto era stato organizzato dal proconsole intensificava ancor di pi il dolore per quello strano addio. Lelio aveva voluto che fosse ben chiaro che il disprezzo e il rancore nei suoi confronti erano cos grandi che se fosse stato per lui tutto ci non ci sarebbe stato. Lelio l'aveva salvata dagli oltraggi dell'umiliante schiavit al servizio del vecchio Fabio Massimo; Lelio era stato l'unico uomo a essersi preso cura di lei proteggendola e allo stesso tempo era stato colui che lei aveva dovuto tradire tanto quanto la sua anima le aveva permesso di fare. Ora tutto era perduto con lui. Era felice per la liberazione delle sorelle, e la speranza di poterle presto riabbracciare l'accompagnava mentre la conducevano alla nave che l'avrebbe portata a Siracusa.
La nave moll gli ormeggi e salp, per dare cos inizio a una nuova tappa della sua vita, nella quale non avrebbe pi rivisto l'unico uomo che avesse mai amato, anche pi di quanto amava le sue sorelle. Sia Lelio che il proconsole credevano che lei non avesse usato quel coltello, quando ne aveva avuto occasione a Carthago Nova, perch incapace di uccidere a mente fredda, per il significato del suo nome, ma non era stato per questo, no, non per questo. O, almeno, non solo per questo. Era stato per Lelio, per l'amore che provava per Gaio Lelio, perci non aveva potuto tagliare la gola del generale. Non poteva uccidere il migliore amico dell'uomo che amava. E cos, nonostante avesse messo a rischio la vita delle sorelle, nonostante avesse scelto di sacrificarle in quell'attimo di esitazione, nonostante quel sacrificio sublime, il cuore di Gaio Lelio era perduto per sempre.
La nave solcava il mare dolcemente e il porto di Utica rimpiccioliva in lontananza, finch non si vide altro che una linea grigia all'orizzonte: l'Africa, che si allontanava a poco a poco, fino a svanire nello sfumare dell'azzurro del mare con l'azzurro del cielo.
Netikerty chiuse gli occhi. Non le uscivano pi lacrime perch il suo cuore era rimasto arido, per il dolore e l'angoscia. Aveva la nausea, per sapeva che non era per il movimento della nave. Si port una delle piccole e soavi mani sotto la tunica per accarezzare il bassoventre. Aveva fatto bene a tacere e a non dire nulla, portando via con s, fino all'Egitto del suo passato, il suo pi prezioso e dolce segreto.
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FINE.
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APPENDICI.
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GLOSSARIO
Ab urbe condita: Dalla fondazione di Roma. Era l'espressione che si usava per gli anni, poich i Romani calcolavano gli anni dal giorno della fondazione di Roma, che corrispondeva tradizionalmente al 754 a.C. In L'Africano e Invicta legio si usa il calendario moderno con riferimento alla nascita di Cristo, ma occasionalmente si cita la data secondo il calendario romano in modo che il lettore abbia anche una prospettiva su come i Romani consideravano il divenire del tempo e gli accadimenti in relazione alla loro citt.
Ad tabulam Valeriam: espressione usata quando nel Senato di Roma un oratore si posizionava accanto al grande quadro che Valerio Messalla aveva ordinato di dipingere in una delle pareti per celebrare la sua vittoria su Gerone di Siracusa.
Ade: il regno dei morti.
Agonium Veiovis: festa celebrata il 21 di maggio del calendario romano durante la quale si sacrificava un montone in onore della dea infernale Veiove.
Amphitruo: Anfitrione, personaggio di una delle opere del teatro classico latino che, oltre a intitolare una tragicommedia, a partire dal secolo XVII passer a indicare la persona che riceve e accoglie i visitatori in casa propria.
Antica: tutto ci che rimaneva davanti a un ugure mentre traeva auspici o interpretava il volo degli uccelli. Ci che rimaneva alle sue spalle era nominato portica.
Altare di Gerone: gigantesco altare per il sacrificio di animali eretto per ordine di Gerone, tiranno di Siracusa.
Altercatio: confusione o tumulto di voci, grida e insulti proferiti dai senatori nei momenti di particolare tensione durante una sessione nella Curia.
Ara Maxima Herculis Invicti: altare eretto in prossimit delle gabbie del circo.
Argiletum: strada romana che partiva dal Foro Boario in direzione nord lasciando il grande Macellum a est.
Arx Hasdrubalis: una delle colline dell'antica Qart Hadasht cartaginese, ribattezzata Carthago Nova dai Romani.
Asse: moneta avente corso legale alla fine del III secolo a.C. nel Mediterraneo occidentale. L'asse grave veniva usato per pagare le legioni romane, equivaleva a dodici once ed era di forma rotonda, come le monete della Magna Grecia. Durante la Seconda guerra punica cominci a essere coniata in oro, oltre che in bronzo.
Asfodelo: prima regione dell'Ade dove le anime attendono di essere giudicate.
Atramentum: cos veniva chiamato l'inchiostro nero all'epoca di Plauto.
Atriense: lo schiavo di rango pi alto e che godeva di maggiore fiducia in una domus romana. Supervisionava le attivit degli altri schiavi e godeva di grande autonomia nello svolgimento del suo lavoro.
ugure: sacerdote romano incaricato di trarre auspici.
Auguraculum: luogo purificato dove l'ugure si situava per interpretare il volo degli uccelli.
Auctoritas: autorit, potere.
Aves inferae: uccelli a volo raso che presagivano accadimenti funesti.
Aves praepetes: uccelli a volo alto che presagivano accadimenti fortunati.
Baal: dio supremo nella tradizione punico-fenicia. Il dio Baal, o Baal Ammone (signore degli altari di incenso), era circondato da un alone maligno, quindi i Greci lo identificarono con Chronos, il dio che divora i propri figli, e i Romani con Saturno. Annibale, etimologicamente,  il favorito (o il preferito) di Baal, mentre Asdrubale significa Baal mi aiuta.
Bellaria: dessert, di solito dolce, che poteva essere costituito anche da datteri, fichi secchi o uva passa. Si serviva al termine di una lunga comissatio.
Bucinator: trombettiere delle legioni.
Calende: il primo giorno di ciascun mese nel calendario romano. Corrispondeva alla luna nuova.
Calon: schiavo di un legionario. Normalmente non interveniva nelle azioni di guerra.
Cardo: linea da nord a sud tracciata da una delle strade principali di un accampamento romano o che un ugure indicava nell'aria per dividere il cielo in diverse sezioni quando interpretava il volo degli uccelli.
Caronte: dio dell'oltretomba che trasportava le anime di chi era appena morto navigando sul fiume Acheronte. Per questo viaggio, si faceva pagare in monete e da qui l'abitudine romana di mettere una moneta in bocca ai defunti.
Carpe diem: espressione latina che significa cogli l'attimo, vivi il presente, tratta dalle Odi (1, 11, 8) di Orazio.
Castigatio: flagellazione a cui erano sottomessi i legionari per punizione.
Castore: insieme al fratello Polluce,  uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, dei Castori o dei Dioscuri, fu sempre particolarmente legato all'ordine degli equites o cavalieri romani. Il nome dei due di era usato con frequenza come interiezione all'epoca della nostra storia.
Castra Cornelia: soprannome dato all'accampamento che Publio Cornelio Scipione fece erigere in una piccola penisola di difficile accesso, vicina a Utica, al fine di proteggersi dall'attacco degli eserciti cartaginesi e numidi che lo circondarono durante i suoi primi anni di campagna in Africa.
Cathedra: sedia senza braccioli con lo schienale leggermente inclinato. Al principio veniva usata solo dalle donne, perch considerata eccessivamente lussuosa, ma ben presto il suo uso si estese anche agli uomini. Venne poi usata dai giudici per amministrare la giustizia o dai professori di retorica classica. Da qui l'espressione parlare ex cathedra.
Circuli: ciambelle cucinate con acqua, farina e formaggio molto apprezzate dai Romani.
Cittadella di Dionisio: area fortificata vicina all'istmo dell'antica citt di Siracusa, a nord dell'isola di Ortigia.
Clivus Victoriae: strada parallela al Vicus Tuscus, che univa il Foro Boario e il Foro nel centro di Roma risalendo da sud all'altezza del tempio di Vesta.
Clivus Argentarius: strada che partiva dal Foro in direzione ovest lasciando a sinistra la prigione e a destra la grande piazza del Comitium. All'altezza del tempio di Giunone incrociava Porta Fontinalis e continuava verso ovest.
Cloaca Maxima: la maggiore delle condotte fognarie dell'antica Roma. Entra dall'Argiletum, attraversa il Foro da nord a sud, quindi la Via Sacra, passa lungo il Vicus Tuscus per poi sfociare nel Tevere. Era nota per il cattivo odore e per molti anni si parl di renderla sotterranea, poich all'epoca di Invicta legio scorreva a cielo aperto.
Cognomen: terzo elemento di un nome romano, che indicava la famiglia a cui si apparteneva. Cos, per esempio, il protagonista di questo romanzo, con il praenomen Publio, apparteneva alla gens o trib Cornelia e fra i vari rami o famiglie di questa trib apparteneva a quello degli Scipioni. Spesso i cognomina avevano origine da una caratteristica fisica o da un aneddoto riguardante un familiare di spicco.
Columna Maenia: colonna eretta nel 338 a.C. in onore di Menio, vincitore sui Latini nella battaglia navale di Anzio.
Comissatio: lunga conversazione che aveva di solito luogo dopo un grande banchetto romano. Poteva durare anche tutta la notte.
Comitiales: giorni fausti per celebrare le elezioni.
Comitium: Tullo Ostilio fece chiudere un ampio spazio nella parte nord del Foro dove poter riunire il popolo. A nord di questo spazio si edific la Curia Hostilia, dove si riuniva il Senato. In genere, nel Comitium si raggruppavano i senatori prima di ogni sessione.
Conclamatio: dopo la morte di un familiare e originariamente al fine di assicurarsi che la persona fosse morta per davvero, i familiari e gli amici lo chiamavano a voce alta e distinta guardandolo negli occhi. Dopo di che, il corpo veniva esposto ed esibito e, alla fine, bruciato e sotterrato sempre fuori dalla citt, spesso vicino a una strada.
Consentio Scipioni: Accetto quello che  stato proposto da Scipione, formula per accettare una proposta presentata da Scipione al Senato.
Corona muralis: premio, in qualit di onorificenza speciale, che ricevevano i legionari o gli ufficiali che conquistavano le mura di una citt prima di qualunque altro soldato. Quinto Trebellio e Sesto Digizio ricevettero ognuno una corona muralis per essere stati i primi a scalare le mura durante l'attacco a Carthago Nova, in Hispania nel 209 a.C.
Corvus: un gigantesco gancio collegato a una spessa e resistente fune che sosteneva la manus ferrea o passerella che i Romani utilizzavano per abbordare le navi nemiche.
Coturni: sandali alti che venivano usati durante le rappresentazioni del teatro classico latino. Erano indossati dagli attori che rappresentavano le divinit, in modo che spiccassero per altezza sul resto dei personaggi.
Cum imperio: al comando di un esercito.
Cuneo: spazio a sedere tra le scalinate dei grandi teatri greci e romani. Il teatro di Siracusa era diviso in nove cunei.
Curia: apocope della Curia Hostilia.
Curia Hostilia: l'edificio del Senato, fatto costruire nel Comitium per ordine di Tullo Ostilio, da cui prende il nome. Nel 52 a.C. venne distrutto da un incendio e rimpiazzato da un edificio pi grande. Anche se il Senato poteva riunirsi in altri luoghi, questo edificio era il luogo abituale dove celebrare le sessioni. Dopo l'incendio si edific la Curia Iulia, in onore di Cesare, che perdur per tutto l'impero fino a che un nuovo incendio la rase al suolo durante il regno di Carino. Diocleziano la ricostru ingrandendola.
Cursus honorum: la carriera politica a Roma. Un cittadino poteva fare carriera e accedere a diverse cariche politiche e militari, da quella di edile a Roma, fino a quelle di questore, pretore, censore, console, proconsole o, in momenti eccezionali, dittatore. Vi si accedeva in seguito a una votazione, il cui grado di trasparenza per vari a seconda delle turbolenze sociali attraversate dalla Repubblica romana.
Decumanus: linea da est a ovest tracciata da una delle strade principali di un accampamento romano o che un ugure indicava nell'aria per dividere il cielo in diverse sezioni quando interpretava il volo degli uccelli.
Deductio: corteo che aveva luogo in diverse cerimonie della vita civile romana. Poteva essere svolto per rendere onore a un morto, e quindi avere carattere funerario, o per festeggiare una coppia di novelli sposi, e avere quindi carattere festivo.
Deductio in forum: spostamento al Foro. Si trattava della cerimonia durante la quale il pater familias accompagnava il figlio al Foro della citt per introdurlo in societ. Il momento culminante della cerimonia era quello in cui l'adolescente veniva iscritto nella rispettiva trib e diventava quindi ufficialmente pronto per il servizio militare.
De ea re quid fieri placeat: formula mediante la quale il presidente del Senato invitava i senatori a dare la loro opinione su un argomento in piena libert.
Devotio: sacrificio estremo con il quale un generale, un ufficiale o un soldato d la propria vita sul campo di battaglia per salvare l'onore dell'esercito.
Domus: casa romana indipendente che di solito era composta da un vestibolo, o ingresso, un atrio con un impluvium al centro e le stanze intorno, e un tablinum o studio, che nelle case patrizie poteva dare accesso a un peristilium porticato con giardino.
Eolo: dio del vento.
Ercole:  l'equivalente dell'Eracle greco, figlio illegittimo di Zeus avuto dalla sua relazione, frutto dell'inganno, con la regina Alcmena. Ercole quindi era figlio di Giove e Alcmena. Plauto ricrea gli eventi del suo concepimento nella tragicommedia Amphitruo.
Et cetera: espressione latina che significa e i rimanenti, e altro, e cos via.
Falarica: nel romanzo L'Africano, si riferisce a un'arma che lanciava giavellotti a enormi distanze. In alcune occasioni i giavellotti venivano cosparsi di pece o altri materiali infiammabili e prendevano fuoco durante il lancio. Fu usata dai Saguntini come arma di difesa durante la resistenza all'assedio di Annibale. In Invicta legio il termine  usato per riferirsi a lance di origine iberica adattate dalle legioni di Roma.
Fasti: giorni propizi per organizzare atti pubblici o celebrazioni di vario tipo.
Fatum: il destino, che per i Romani era sempre inevitabile.
Februa: piccole strisce di cuoio che i luperci usavano per toccare le giovani romane, nella convinzione che questo rito favorisse la fertilit.
Ficus Ruminalis o Ruminal: albero di fico selvatico colpito da un fulmine sotto il quale si narra che la lupa allatt i gemelli Romolo e Remo.
Fonte Aretusa: fonte naturale nell'isola di Ortigia a Siracusa che sfocia nel mare e che i Greci attribuivano alla presenza della ninfa Aretusa.
Foro Boario: il mercato del bestiame, situato vicino al Tevere, al termine del Clivus Victoriae.
Fundamentum cenae: la portata principale di una cena o di un banchetto romano.
Gaesum: arma da lancio, completamente di ferro, di origine celtica adottata dagli eserciti romani intorno al IV a.C.
Garum: pesante ma gustosa salsa di pesce di origine iberica che i Romani adottarono nella propria cucina.
Gens: il nomen della famiglia o trib di un clan romano.
Giove Ottimo Massimo: il dio supremo, assimilato al dio greco Zeus. Il suo flamine, il flamine diale, era il sacerdote pi importante. In origine, Giove era una divinit latina, prima che romana, ma dopo essere stata assimilata da Roma proteggeva la citt e ne garantiva l'imperium, quindi il trionfo avveniva sempre in suo onore.
Gladio: spada a doppio taglio di origine iberica, che durante la Seconda guerra punica venne adottata dalle legioni romane.
Gradus deiectio: perdita del rango di ufficiale.
Graecostasis: il luogo dove gli ambasciatori stranieri attendevano prima di essere ricevuti dal Senato. Inizialmente si trovava nel Comitium, successivamente si trasfer al Foro.
Hasta velitaris: nome talvolta utilizzato per riferirsi ad armi da lancio simili al gaesum o al verutum.
Hastati: la prima fila delle legioni all'epoca della Seconda guerra punica. Il nome indica che un tempo portavano lunghe lance, ma alla fine del III secolo a.C. non era gi pi cos. Gli hastati, come i principes della seconda fila, erano armati di due pila, simili a lance, con un manico di legno lungo 1,4 metri e una testa di ferro all'incirca della stessa lunghezza. Inoltre portavano una spada, uno scudo rettangolare chiamato parma, corazza, gambiere ed elmo, solitamente di bronzo.
Ignominia missio: espulsione dall'esercito con disonore.
Imperator: generale romano con comando effettivo su una, due o pi legioni. Normalmente un console era imperator di un esercito consolare di due legioni.
Imperium: in origine si trattava della proiezione del potere divino di Giove in coloro che, eletti come consoli, di fatto esercitavano il potere politico e militare della Repubblica durante il loro mandato. L'imperium implicava il comando di un esercito consolare formato da due legioni complete oltre alle truppe ausiliarie.
Impluvium: piccola piscina o specchio d'acqua che, al centro dell'atrio, raccoglieva l'acqua piovana che poi poteva essere usata a scopi domestici.
In extremis: espressione latina che significa all'ultimo momento. In alcuni contesti pu equivalere a in articulo mortis, ma non in questo romanzo.
Insulae: edifici di appartamenti. In epoca imperiale raggiunsero i sei o sette piani di altezza. Si trattava spesso di costruzioni edificate senza alcun controllo e quindi di scarsa qualit, che potevano crollare o incendiarsi facilmente, con conseguenti disastri urbani.
Intercalar: era un mese che si aggiungeva al calendario romano per completare un anno, dal momento che i mesi romani seguivano il ciclo lunare che non era di per s sufficiente per abbracciare il ciclo completo di 365 giorni. La durata del mese intercalar poteva oscillare e veniva solitamente decisa dai sacerdoti.
Isola di Ortigia: isola che corrisponde alla parte pi antica della citt di Siracusa. A nord  situato il porto pi piccolo o Portus Minor e a sud il grande Portus Magnus.
Laganum: torta di farina e olio.
Lapis Niger: spazio pavimentato con lastre di marmo nero che presumibilmente corrispondeva alla tomba di Romolo.
Laterna cornea: lanterna portatile con pareti semitrasparenti di pelle di corno animale.
Laterna ex vesica: lanterna portatile con pareti semitrasparenti di pelle di vescica animale.
Lari: gli di che proteggevano il focolare domestico.
Lautumiae: carcere costruito vicino all'antica prigione. Il Lautumiae era riservato ai prigionieri di guerra e le condizioni, anche se estreme, erano un poco migliori di quelle dell'antica prigione o Tullianum. Il nome rimanda all'antica cava di pietra dentro cui si costru.
Legati: legati, rappresentanti o ambasciatori, con diversi livelli di autorit nel corso della lunga storia di Roma. In Invicta legio il termine si riferisce ai rappresentanti di un'ambasciata del Senato.
Legioni maledette: i sopravvissuti di Canne; a parte gli ufficiali di maggior rango che furono esonerati dopo un processo in Senato (si rimanda al romanzo L'Africano), coloro che furono esiliati dall'Italia sine die, condannati alla vergogna della dimenticanza per essere fuggiti di fronte ad Annibale. Con queste truppe si formarono due legioni, la V e la VI, che rimasero esonerate dai combattimenti per anni. Alle legioni V e VI si uniranno, nel corso del tempo, altri legionari che, dopo aver patito un'altra umiliante sconfitta a Herdonia, seguirono la stessa sorte dei loro predecessori di Canne. In questo modo, le legioni V e VI furono costituite quasi interamente da legionari che erano stati sconfitti da Annibale e che Roma volle allontanare dalla propria vista per disprezzo e rabbia. Particolarmente duro con queste truppe fu Quinto Fabio Massimo, che neg il perdono quando il console Marcello intercedette per loro dopo la conquista di Siracusa (si rimanda al romanzo L'Africano).
Legiones urbanae: le truppe che restavano a Roma in difesa della citt. Agivano come una milizia per mantenere l'ordine e come truppe militari in caso di assedio o guerra.
Lemuri: spiriti dei defunti, generalmente maligni, adorati e temuti dai Romani.
Lemuria: feste in onore dei lemuri, gli spiriti dei defunti. Si celebravano il 9, l'11 e il 13 di maggio.
Lena: meretrice, proprietaria o direttrice di un postribolo.
Letterae: piccole bacheche di pietre usate come entrata del recinto del teatro.
Liberalia: festivit in onore del dio Liber, in cui si celebravano i riti di passaggio dall'infanzia all'adolescenza, quando i ragazzi romani indossavano per la prima volta la toga virilis. Si celebrava il 17 marzo.
Lictor: legionario che serviva nell'esercito consolare romano come scorta del capo supremo della legione: il console. Un console aveva diritto a essere scortato da dodici lictores, mentre un dittatore da ventiquattro.
Lanterna punica: le lanterne pi apprezzate nell'antichit provenivano da Cartagine e da qui il nome. Venivano posizionate sulle pareti pi eleganti, nonostante fossero rivestite di corno o vescica di animale, e di conseguenza erano quelle pi luminose. In seguito, le lanterne cominciarono a essere di vetro.
Lituus: un bastone ricurvo in cima tipico degli uguri romani.
Lotus: albero centenario che fu piantato nel centro di Roma ai tempi di Romolo e che rimase oltre il regno di Traiano.
Lupercalia: festivit con il duplice scopo di proteggere il territorio e promuovere la fecondit. I luperci correvano per le strade con i februa, che usavano per frustare le giovani romane, nella convinzione di favorire con questo rito la fertilit.
Luperci: persone appartenenti a una confraternita religiosa speciale, incaricata di una serie di rituali destinati a promuovere la fertilit nell'antica Roma.
Macellum: uno dei pi grandi mercati dell'antica Roma, ubicato a nord del Foro. Intorno al 210 o 209 a.C. sub un terribile incendio, che si propag per l'intero quartiere e arriv a estendersi fino al Foro. Tito Livio menziona questo incendio. Non se ne scopr mai la causa, ma all'epoca la si attribu a un atto criminale. In Invicta legio l'incendio viene ricordato nel capitolo Una notte di fuoco.
Mamertini: soldati mercenari di origine italica al servizio di Agatocle, tiranno di Siracusa. Dopo la morte del tiranno nel 288 a.C., gli autonominati mamertini, figli del dio della guerra Marte, anzich ritirarsi insorsero, prendendo la citt di Messina e trasformandosi nella causa di un conflitto che dur anni. I mamertini, coscienti del fatto che da Messina si controllava lo stretto che porta il medesimo nome, strategico per il traffico marittimo dell'epoca, negoziarono e ricattarono sia Romani che Cartaginesi.
Manumissio vindicta: processo con il quale si concedeva la libert a uno schiavo se a sollecitarla era un cittadino romano che agiva in qualit di adsertor libertatis di fronte a un magistrato.
Manus ferrea: lunga passerella che i Romani lanciavano dalle loro navi sulla coperta delle navi nemiche attraverso un resistente corvus o una grande puleggia, per poi abbordarle con le loro truppe.
Marte: dio della guerra e del seminato, a cui venivano consacrate le legioni a marzo, quando si preparavano per una nuova campagna. Di solito gli si sacrificava un montone.
Marsia: statua arcaica di Sileno situata nel centro del Foro, che raffigurava un uomo nudo con indosso un pileus o berretto frigio che rappresentava la libert. Per questo i liberti, appena ottenevano la condizione di libert, si sentivano in dovere di avvicinarsi alla statua e toccare il berretto frigio.
Medius lectus: dei tre triclini che di solito si trovavano nella stanza dedicata alla cena, era quello che occupava la posizione centrale, quindi riservato a colui che ricopriva la pi alta carica sociale.
Miles gloriosus: una delle opere pi famose di Tito Maccio Plauto. Come spesso accade con le opere di Plauto, la data della sua prima rappresentazione  tema di controversie, anche se la maggior parte degli esperti ritiene che fu rappresentata nel 205 a.C., data scelta per introdurla nel romanzo. L'opera dimostra la conoscenza esaustiva che Plauto aveva della vita militare, probabilmente derivata dalla personale esperienza in qualit di soldato al servizio delle legioni di Roma (si rimanda al romanzo L'Africano). L'evidente tratto critico del testo del Miles gloriosus ha fatto s che molti critici lo abbiano considerato una delle prime opere antibelliche della storia della letteratura. Lo stesso titolo, che tradotto significa Il soldato fanfarone, rende l'idea del tono generale che l'opera possiede.
Miglio: i Romani misuravano le distanze in miglia. Un miglio romano equivaleva a mille passi e ogni passo a circa 1,4 o 1,5 metri, quindi un miglio equivaleva a circa 1.400, 1.500 dei metri attuali, anche se esistono controversie sul valore esatto delle unit di misura romane.
Minosse, Radamanto ed Eaco: i tre temuti e implacabili giudici dell'Inframondo.
Mola salsa: un unguento speciale usato in diversi rituali religiosi e preparato dalle vestali mescolando farina e sale.
Mulsum: bevanda molto comune e apprezzata fra i Romani, elaborata mescolando vino e miele.
Munerum indictio: castigo per il quale un legionario era obbligato a realizzare lavori o attivit indegne rispetto alla sua condizione, come accamparsi fuori dall'accampamento o rimanere in piedi tutta la notte di fronte al praetorium. In casi estremi, il castigo poteva implicare il trasferimento in luoghi inospitali o l'incarico di missioni ad alto rischio.
Mura serviane: mura erette dai Romani all'inizio della Repubblica per proteggersi dagli attacchi delle citt latine con cui si contendevano l'egemonia del Lazio. Queste mura protessero la citt per secoli fino a quando, decine di generazioni dopo, durante l'impero, vennero erette le grandi mura aureliane. Alcuni resti delle mura serviane sono ancora visibili nei pressi della stazione ferroviaria Termini a Roma.
Neapolis: il quartiere nuovo dell'antica Siracusa, fatto aggiungere da Dionisio nell'ampliamento delle mura della citt verso ovest.
Nefasti: giorni sfavorevoli per organizzare atti pubblici o celebrazioni.
Nequaquam ita sit: formula con la quale si votava contro una mozione nell'antico Senato di Roma e che significa che in nessun modo sia tale.
Nettuno: in origine era il dio dell'acqua dolce. Poi, per assimilazione con il dio greco Poseidone, divenne anche la divinit delle acque del mare.
Nihil vos teneo: non ho pi nulla (a che fare) con voi, formula con la quale il presidente del Senato di Roma chiudeva la sessione.
Nimbus: gioiello prezioso, di solito formato da una lamina d'oro e di perle che un filo sottile o nastro di lino sorreggeva sulla fronte. Era pi piccolo di un diadema. Plauto menziona un nimbus in una delle sue opere. Questi gioielli erano molto apprezzati perch rendevano visibilmente pi piccola la fronte delle donne romane, dal momento che nell'antica Roma una fronte femminile ampia e spaziosa non era considerata bella. Il nome del gioiello fa riferimento alla luce che circonda la nuca di una dea.
Nobilitas: gruppo scelto dell'aristocrazia romana repubblicana, formato da tutti coloro che in qualche momento del cursus honorum avevano raggiunto il grado di console, ossia la massima magistratura dello Stato.
Nomen: noto anche come nomen gentile o gentilicium, indicava la gens o trib a cui apparteneva la persona. Il protagonista di questo romanzo apparteneva alla gens Cornelia, per questo il suo nomen era Cornelio.
None: nel calendario romano era il settimo giorno dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre, e il quinto giorno degli altri mesi.
Oppugnatio repentina: attacco improvviso e fulmineo. In questi casi, le legioni si lanciavano contro il nemico, su un accampamento o contro le citt senza fermarsi, senza frenare l'avanzata. Si giocava quindi il fattore sorpresa, dal momento che abitualmente quando i due eserciti nemici si affrontavano faccia a faccia passava qualche giorno prima del combattimento vero e proprio.
Optio carceris: castigo per il quale un legionario era condannato a scontare la pena in prigione.
Paludamentum: indumento aperto (sul davanti) e chiuso da una fibbia, simile al sagum degli ufficiali ma pi lungo e di color porpora. Era come un grande mantello che distingueva il generale di un esercito romano.
Panis militaris: pane per i soldati.
Parentalia: rituali in onore dei defunti che si celebravano fra il 13 e il 21 di febbraio.
Pater familias: il capofamiglia sia durante le celebrazioni religiose sia agli effetti giuridici.
Patina: portata.
Patres conscripti: Padri coscritti; formula abituale per riferirsi ai senatori. Come descritto nel romanzo, il termine deriva dall'antica formula patres et conscripti.
Pecuniaria multa: castigo per il quale si privava un legionario del suo salario, in tutto o in parte.
Penati: le divinit che proteggono la casa.
Peristilium o peristylium: copiato dai greci, si trattava di un ampio patio porticato, aperto e circondato dalle stanze. Di solito i Romani approfittavano di questi spazi per creare giardini lussureggianti, con fiori e piante esotiche.
Phalera: decorazione militare in forma di placca o medaglia che si appendeva al collo.
Pileus: berretto frigio della statua di Marsia situata nel Foro. Il berretto simboleggiava la libert e i liberti desideravano toccarlo dopo essere stati manomessi, cio liberati.
Pilum, pila: singolare e plurale dell'arma tipica degli hastati e dei principes. Era formata da una lunga asta di legno che misurava fino a un metro e mezzo e terminava con un ferro altrettanto lungo. Ai tempi dello storico Polibio e, probabilmente, all'epoca di questo romanzo, il ferro era fissato al legno per met della sua lunghezza con forti ribattini. In seguito si sarebbe trasformata e uno dei ribattini sarebbe stato sostituito da un perno, che si rompeva quando l'arma era conficcata nello scudo nemico, in modo che il manico di legno restasse appeso al ferro infilzato nello scudo ostacolando l'avversario, che spesso era obbligato ad abbandonare l'arma difensiva. All'epoca di Cesare, si ottenne lo stesso risultato in modo diverso, attraverso una punta di ferro che era impossibile estrarre dallo scudo. Il peso del pilum oscillava fra gli 0,7 e i 1,2 chili e poteva essere lanciato dai legionari a una media di venticinque metri di distanza, anche se i pi esperti arrivavano fino a quaranta. Cadendo, poteva attraversare fino a tre centimetri di legno e perfino una placca di metallo.
Polluce: insieme al fratello Castore, uno dei Dioscuri greci assimilati dalla religione romana. Il loro tempio, dei Castori o dei Dioscuri, fu sempre particolarmente legato all'ordine degli equites o cavalieri romani. Il nome dei due di era usato con frequenza come interiezione all'epoca della nostra storia.
Pontifex maximus: massima autorit sacerdotale della religione romana. Viveva nella Regia e aveva piena autorit sulle vestali, elaborava il calendario (con i suoi giorni fasti o nefasti) e redigeva gli Annali di Roma.
Popa: persona che durante un sacrificio riceveva l'ordine di uccidere l'animale, di solito con un colpo mortale alla testa della bestia sacrificata.
Porta praetoria: la porta di un accampamento romano che si trova di fronte al praetorium del generale.
Porta decumana: la porta di un accampamento romano che si trova alle spalle del praetorium del generale.
Porta principalis sinistra: la porta di un accampamento romano che si trova alla sinistra del praetorium del generale.
Porta principalis dextera: la porta di un accampamento romano che si trova alla destra del praetorium del generale.
Portus Magnus: nome con cui era conosciuto il pi grande dei due porti di Siracusa, un'impressionante baia che ospitava una delle maggiori flotte del Mediterraneo nell'antichit.
Portica: tutto ci che rimaneva alle spalle di un ugure mentre traeva auspici o interpretava il volo degli uccelli.
Praefecti sociorum: prefetto degli alleati, ossia gli ufficiali al comando delle truppe ausiliarie che accompagnavano le legioni. Venivano nominati direttamente dal console. Gli alleati di origine italica erano gli unici a godere del diritto di essere considerati socii.
Praenomen: nome proprio di una persona, che poi era completato dal nomen, o denominazione della gens, e dal cognomen, o nome di famiglia. Nel caso del protagonista di L'Africano e Invicta legio il praenomen  Publio. Rispetto alla grande variet di nomi di cui disponiamo oggi, stupisce la scarsa variet offerta dal sistema romano: c'era solo un piccolo gruppo di praenomina fra cui scegliere. A questo bisogna aggiungere il fatto che ogni gens o trib di solito ricorreva a una ristretta scelta di nomi ed era molto frequente che i membri della stessa famiglia avessero identico praenomen, nomen e cognomen, generando cos una certa confusione per gli storici o i lettori di opere come questo romanzo. In Invicta legio si  cercato di ovviare al problema accludendo un albero genealogico della famiglia di Publio Cornelio Scipione e riferendosi ai protagonisti come a Publio padre o Publio figlio. Nel caso degli Scipioni, infatti, per fare un esempio, di solito venivano usati solo tre praenomina: Gneo, Lucio e Publio.
Praetorium: tenda del generale di un esercito romano. Si erigeva al centro dell'accampamento, tra il quaestorium e il Foro.
Prima mensa: prima portata in un banchetto o pasto romano.
Primus pilus: il primo centurione di una legione, generalmente un veterano che godeva della fiducia sia dei tribuni che del console o del proconsole dal comando delle legioni.
Princeps senatus: il senatore pi anziano. Per l'anzianit godeva di numerosi privilegi, come quello di poter parlare per primo in una sessione. Durante gli ultimi anni della sua vita, questa condizione rimase continuativa per Quinto Fabio Massimo.
Principes: i legionari che entravano in battaglia dopo gli hastati. Portavano armi simili a quelle degli hastati, di cui il pilum era la pi importante. L'etimologia del nome indica che erano i primi a entrare in combattimento, ma all'epoca della Seconda guerra punica questo ruolo fu assegnato agli hastati.
Proserpina: dea regina dell'Inframondo, sposatasi con Plutone dopo che lui la rap.
Proximus lictor: lictor di particolare fiducia, sempre quello pi vicino al console.
Puls: acqua e farina mescolati in una specie di farinata di grano. Alimento molto comune tra i Romani.
Qart Hadasht: nome cartaginese della capitale del loro impero in Hispania, chiamata Carthago Nova dai Romani e conosciuta oggi come Cartagena.
Quadrireme: imbarcazione militare con quattro file di remi. Variante della trireme.
Quaestor: nelle legioni di epoca repubblicana era incaricato di vigilare su rifornimenti e provviste delle truppe, controllare le spese ed eseguire altri compiti amministrativi.
Quaestorium: grande tenda o struttura dentro un accampamento romano di epoca repubblicana dove risiedeva il quaestor. Di solito era ubicato vicino al praetorium nel centro dell'accampamento.
Quinquereme: imbarcazione militare con cinque file di remi. Variante della trireme.
Quod bonum felixque sit populo Romano Quiritium referimos ad vos, patres conscripti: formula con la quale il presidente del Senato apriva di solito una sessione, che tradotta significa: Riferiamo a voi, padri coscritti, qual  il bene e la felicit per il popolo romano dei Quiriti.
Relatio: lettura o presentazione da parte del presidente del Senato della mozione che si doveva votare o del tema su cui si doveva dibattere durante la sessione in corso.
Rostra: nell'anno 338 a.C., dopo il trionfo di Menio ad Anzio, si presero sei prue dalle navi catturate e si usarono per decorare una delle tribune dalle quali gli oratori si rivolgevano al popolo riunito nel grande piazzale del Comitium. Quelle prue presero il nome di Rostra.
Ruminal: Vedere Ficus ruminalis.
Sagum: indumento militare aperto, solitamente chiuso da una fibula, pi lungo di una tunica e costituito da una lana pi spessa. Il generale portava un sagum pi lungo e di color porpora chiamato paludamentum.
Saturnalia: grandi feste in cui la sregolatezza era all'ordine del giorno. Venivano celebrate dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno, la divinit dei semi nella terra.
Schedae: fogli di papiro sciolti usati per scrivere. Una volta utilizzati, potevano essere uniti a formare un rotolo.
Scipio: bastone in latino, termine da cui prende nome la famiglia degli Scipioni.
Scorpione: macchina usata per lanciare pietre, pensata per essere utilizzata durante un assedio.
Secunda mensa: seconda portata in un banchetto romano.
Sella: il pi semplice dei sedili romani. Equivale a uno sgabello.
Sella curulis: come la sella, mancante di schienale, ma un sedile di gran lusso, con gambe incrociate e ricurve d'avorio, pieghevoli per facilitarne il trasporto, poich si trattava del seggio che accompagnava il console durante i suoi spostamenti civili o militari.
Senaculum: ce n'erano due, uno di fronte all'edificio della Curia dove si riuniva il Senato e un altro vicino al tempio di Bellona. Entrambi erano spazi aperti e molto probabilmente porticati. Il primo era impiegato dai senatori per riunirsi e deliberare, mentre quello che si trovava vicino al tempio di Bellona era impiegato per ricevere gli ambasciatori stranieri ai quali non era permesso di entrare in citt.
Senatum consulere: mozione presentata da un console davanti al Senato per sollecitare la sua approvazione.
Signifer: portatore di insegne.
Solium: sobrio e austero sedile di legno con schienale retto.
Statu quo: espressione latina che significa nello stato o situazione attuale.
Status: espressione latina che significa lo stato o condizione di una cosa. Pu riferirsi alla condizione di una persona in una professione o alla sua posizione sociale.
Stilus: piccolo stilo impiegato per scrivere sulle tavolette di cera incidendo le lettere oppure su un papiro utilizzando della tinta nera o colorata.
Stipendium: salario delle legioni. Ai tempi di Scipione, secondo quanto indica lo storico Polibio, un legionario guadagnava due oboli al giorno, un centurione quattro e un cavaliere una dracma.
Sub hasta: letteralmente sotto l'asta o l'insegna della legione. Sotto tale asta si ripartiva il bottino dopo una vittoria, che poteva includere la vendita dei prigionieri come schiavi.
Tabernae novae: botteghe nel settore a nord del Foro, generalmente macellerie.
Tabernae septem: botteghe nella parte nord del Foro, incendiate nel 210 o 209 a.C. e ricostruite come tabernae quinque.
Tabernae veteres: botteghe nella parte sud del Foro occupate da cambiavalute.
Tablinum: stanza situata sul lato opposto dell'atrio rispetto all'entrata principale della domus. Era destinata al pater familias e fungeva da studio privato del padrone di casa.
Tanit: dea punico-fenicia della fertilit, origine della vita, il cui culto coincideva con quello della dea madre venerata in tante culture del Mediterraneo occidentale. I Greci la assimilarono a Era e i Romani a Giunone.
Tempio di Apollo: uno dei grandi templi di Siracusa, con sei colonne sul lato pi corto e diciassette su quelli pi lunghi laterali, tutte in stile dorico. Costruito nel secolo VI a.C.
Tempio di Artemide: tempio dedicato alla dea Artemide costruito al centro dell'isola di Ortigia a Siracusa.
Tempio di Atena: a Siracusa, uno dei maggiori templi della citt, costruito nel secolo V a.C., successivamente riconvertito nella cattedrale della citt, con sei colonne frontali e quattordici laterali, tutte doriche e ancora visibili, che fungono da supporto della maggior parte della struttura dell'edificio. Le sue colonne sono note per il loro enorme diametro.
Tempio di Giove Libert: tempio innalzato sul colle Aventino da Gracco nel 238 a.C.
Terrazza delle Epipole: grande terrazza a ovest dell'ampliata citt di Siracusa costruita attraverso l'annessione di nuovi terreni con la costruzione delle mura di Dionisio.
Tessera: piccola tavoletta su cui erano riportati alcuni segni relativi ai quattro turni della guardia notturna di un accampamento romano. Le sentinelle dovevano consegnare la tessera ricevuta alle pattuglie di guardia, che controllavano i posti di vigilanza durante la notte. Se una sentinella non consegnava la tessera perch aveva abbandonato il posto di guardia, per dormire o per svolgere qualunque altra attivit, veniva condannata a morte. Le tesserae venivano impiegate anche in usi molto diversi della vita civile, per esempio come equivalenti dei nostri biglietti d'entrata a teatro. I cittadini si recavano al luogo della rappresentazione con la propria tessera in cui era indicato il posto a sedere per ogni singolo spettatore.
Toga praetexta: toga bianca ornata di rosso che veniva consegnata al bambino durante una cerimonia di carattere festivo, in cui erano distribuiti dolci e monete. Era la prima toga che il bambino indossava e sarebbe stata il suo indumento ufficiale fino all'ingresso nell'adolescenza, quando sarebbe stata sostituita dalla toga virilis.
Toga virilis: toga che sostituiva la toga praetexta dell'infanzia. Questa nuova toga veniva consegnata al giovane durante i Liberalia; in occasione di questa festivit, infatti, gli adolescenti venivano introdotti al mondo adulto nel corso di una cerimonia che culminava con la deductio in forum.
Tonsor: barbiere
Torque: decorazione militare a modo di collana.
Trabea: abbigliamento tipico dell'ugure: una toga nazionale con strisce color porpora o scarlatte.
Triarii: i legionari pi esperti della legione. Entravano in combattimento per ultimi, rimpiazzando la fanteria leggera, gli hastati e i principes. Erano armati con uno scudo rettangolare, la spada e, invece delle lance corte, una lunga picca con cui attaccavano il nemico.
Triclinium, triclinia: singolare e plurale dei letti su cui i Romani si sdraiavano per mangiare, soprattutto durante la cena. Spesso erano tre, ma se ne potevano aggiungere altri, in presenza di invitati.
Trireme: nave militare prototipo della galea. Il nome romano si riferisce ai tre ordini di remi, sui due lati. Questo tipo di imbarcazione venne usato nelle battaglie navali fin dal secolo VII a.C. Alcuni sostengono che siano state inventate dagli egiziani, anche se gli storici ritengono che le triere corinzie siano l'antecedente pi probabile. In particolare, Tucidide attribuisce l'invenzione della trireme ad Aminocle. Gli eserciti antichi si dotavano di queste navi come base delle loro flotte, a cui aggiungevano altre navi pi grandi con pi ordini di remi. Apparvero cos le quadriremi, con quattro ordini, o le quinqueremi, con cinque. Si arriv a costruire navi di sei ordini di remi o di dieci, come quelle che fecero da navi ammiraglie durante la battaglia di Azio, fra Ottaviano e Marco Antonio. Caligeno ci descrive un autentico mostro marino di quaranta ordini, costruito sotto il regno di Tolomeo IV Filopatore (221-203 a.C.), contemporaneo di Scipione l'Africano, ma se anche un'imbarcazione simile fosse esistita davvero, si sarebbe trattato pi di una sorta di giocattolo reale che di una nave utile a muoversi nel corso di una battaglia navale.
Trionfo: parata in pompa magna in onore di un generale vittorioso lungo le strade di Roma. La vittoria per la quale si richiedeva questo premio doveva essere stata conquistata durante il mandato in qualit di console o proconsole di un esercito consolare o proconsolare.
Triumviri: legionari impiegati come vigilanti a Roma o nelle citt conquistate. Pattugliavano frequentemente durante la notte e controllavano il mantenimento dell'ordine pubblico.
Tubicines: trombettieri delle legioni che facevano risuonare le grandi tube con le quali si davano gli ordini per manovrare le truppe.
Tubilustrium: giorno festivo a Roma nel quale si celebrava la purificazione delle trombe e delle tube da guerra. Aveva luogo ogni 23 maggio.
Turma, turmae: singolare e plurale del termine che indica un piccolo distaccamento di cavalleria, formato da tre decurie di dieci cavalieri ciascuna.
Uti tu rogas: formula usata per votare favorevolmente una mozione nel Senato di Roma che significa come chiedi.
Velites: fanteria leggera di appoggio alle forze regolari della legione. Erano armati di spada e di uno scudo rotondo pi piccolo di quello degli altri legionari. Di solito entravano in combattimento per primi. Sostituirono un corpo anteriore dalle funzioni simili chiamato leves. Questa sostituzione avvenne intorno al 211 a.C. In questo romanzo abbiamo usato sempre il termine velites in riferimento alle forze di fanteria leggera romana.
Verutum: dardo da lancio usato dall'antica falange serviana romana che progressivamente venne rimpiazzato da altre armi da lancio.
Vestale: sacerdotessa consacrata al culto della dea Vesta. In principio erano solo quattro, ma in seguito il numero delle vestali fu portato a sei e infine a sette. Erano scelte quando avevano fra i sei e i dieci anni, da famiglie i cui genitori fossero ancora in vita. Il periodo di sacerdozio era di trent'anni. Al termine, le vestali erano libere di contrarre matrimonio, se lo desideravano. Durante il sacerdozio, per, dovevano restare caste e custodire il fuoco sacro della citt. Se venivano meno ai loro voti, erano condannate a essere interrate vive. Se invece tenevano fede ai voti, godevano di grande prestigio sociale, tanto che potevano chiedere la grazia per qualunque condannato a morte accompagnato all'esecuzione. Vivevano in una grande residenza nei pressi del tempio di Vesta. Erano incaricate anche di preparare la mola salsa, l'alimento sacro usato in molti sacrifici.
Verrucoso: soprannome di Quinto Fabio Massimo derivato dalla grande verruca che aveva sul labbro.
Via Appia: strada romana che parte dalla Porta Capena di Roma verso il Sud dell'Italia.
Via Latina: strada romana che parte dalla Via Appia verso l'interno in direzione sud-est.
Vicus Iugarius: strada che collegava il Foro Olitorio, o mercato delle verdure, vicino alla Porta Carmentale, con il Foro di Roma, circondato sulla parte est dal Campidoglio.
Vicus Tuscus: strada che collegava il Foro Boario con il grande Foro della citt e che per gran parte transitava parallela alla Cloaca Maxima.
Vittoria di Pirro: vittoria conseguita dal re dell'Epiro durante la sua campagna contro i Romani nella penisola italica nel secolo III a.C. Il re di origine greca collezion diverse di queste vittorie, che per non davano risultati pratici, tanto che alla fine i Romani lo obbligarono a ritirarsi. Da qui l'espressione, che si usa ancora oggi, per indicare una vittoria raggiunta a un prezzo troppo alto o un risultato che porta scarsi benefici.
Voti damnatus, voti condemnatus, voti reus: forme diverse per riferirsi al fatto di essere obbligati a mantenere una promessa a costo di qualunque cosa. Nel romanzo si riferisce alla promessa di Gaio Lelio al padre di Publio Cornelio Scipione di proteggere sempre, anche con la propria stessa vita, il giovane Publio (si veda il romanzo L'Africano).
Volcanal: era un'area all'aperto dove si eresse un santuario in onore del dio Vulcano quando Romolo e Tazio fecero la pace. Si trovava a nord-ovest del Foro e a ovest del Comitium, occupando parte dello spazio che Cesare avrebbe impiegato per innalzare il suo Foro.


ALBERO GENEALOGICO DI PUBLIO CORNELIO SCIPIONE, AFRICANUS
Al centro dello schema
 messo in risalto
il protagonista
di questa storia.



L'ALTO COMANDO CARTAGINESE
Di seguito si riporta un breve diagramma dei principali membri maschili della famiglia di Annibale Barca e un breve elenco di altri generali di spicco dell'esercito cartaginese durante la Seconda guerra punica, menzionati in Invicta legio.

Altri generali:
Maarbale, generale in capo della cavalleria cartaginese
(Asdrubale) Giscone, generale in Hispania
Annone (1), generale in Hispania
Annone (2), generale in Africa.


ELENCO DEI CONSOLI DI ROMA
Di seguito si trova un elenco dei consoli della Repubblica di Roma (le magistrature pi alte dello Stato) durante gli anni in cui si svolge la nostra storia, ossia dal 235, data di nascita di Publio Cornelio Scipione, fino al 202 a.C., data in cui si conclude la Seconda guerra punica.
I nomi in corsivo sono quelli dei consoli che compaiono come personaggi o che vengono citati. Il termine suffectus fra parentesi indica che si tratta di un console che ne ha sostituito un altro, perch deceduto sul campo di battaglia o perch il Senato lo aveva ritenuto necessario.
235 - T. Manlio Torquato e G. Atilio Bulbo
234 - L. Postumio Albino e Sp. Carvilio Massimo
233 - Q. Fabio Massimo e M. Pomponio Matone
232 - M. Emilio Lepido e M. Publicio Malleolo
231 - M. Pomponio Matone e G. Papirio Masone
230 - M. Emilio Barbula e M. Giunio Pera
229 - L. Postumio Albino e Gn. Fulvio Centumalo
228 - Sp. Carvilio Massimo e Q. Fabio Massimo
227 - P. Valerio Flacco e M. Atilio Regolo
226 - M. Valerio Massimo Messalla e L. Apustio Fullone
225 - L. Emilio Papo e G. Atilio Regolo
224 - T. Manlio Torquato e Q. Fulvio Flacco
223 - G. Flaminio Nepote e P. Furio Filo
222 - Gn. Cornelio Scipione e M. Claudio Marcello
221 - P. Cornelio Scipione Asina e M. Minucio Rufo; M. Emilio Lepido (suffectus)
220 - M. Valerio Levino e Q. Mucio Scevola e G. Lutazio Catulo (suffectus) e L. Veturio Filone (suffectus)
219 - L. Emilio Paolo e M. Livio Salinatore
218 - P. Cornelio Scipione e T. Sempronio Longo
217 - Gn. Servilio Gemino e G. Flaminio; M. Atilio Regolo (suffectus)
216 - L. Emilio Paolo e G. Terenzio Varrone
215 - T. Sempronio Gracco e L. Postumio Albino; M. Claudio Marcello (suffectus) e Q. Fabio Massimo (suffectus)
214 - Q. Fabio Massimo e M. Claudio Marcello
213 - Q. Fabio Massimo e T. Sempronio Gracco
212 - Ap. Claudio Pulcro e Q. Fulvio Flacco
211 - P. Sulpicio Galba e Gn. Fulvio Centumalo
210 - M. Valerio Levino e M. Claudio Marcello
209 - Q. Fabio Massimo e Q. Fulvio Flacco
208 - M. Claudio Marcello e T. Quinzio Crispino
207 - C. Claudio Nerone e M. Livio Salinatore
206 - Q. Cecilio Metello L. e Veturio Filone
205 - P. Cornelio Scipione e P. Licino Crasso
204 - M. Cornelio Cetego e P. Sempronio Tuditano
203 - Gn. Servilio Cepione e G. Servilio Gemino
202 - T. Claudio Nerone M. e Servilio Pulice Gemino


MAPPE
Di seguito, si propongono le mappe delle battaglie principali narrate in Invicta legio.

Battaglia di Baecula

Battaglia di Ilipa

Campagne d'Africa
La mappa mostra l'assedio di Utica, l'imboscata alla cavalleria di Annone, il ripiegamento verso Castra Cornelia e l'attacco agli accampamenti di Siface e Giscone, nel 204 e nel 203 a.C.

Battaglia di Zama. Posizione iniziale delle truppe

Battaglia di Zama. La carica degli elefanti e lo scontro della cavalleria

Battaglia di Zama. Scontro tra la fanteria romana e quella cartaginese

Battaglia di Zama. Fase finale



Bibliografia
Senza tutti questi storici, studiosi, filosofi e scrittori questo romanzo non sarebbe stato possibile. Se in Invicta legio compaiono degli errori la responsabilit  esclusivamente dell'autore. Si riporta qui la bibliografia consultata durante la stesura del romanzo. In essa, gli appassionati della storia di Roma e del mondo antico potranno trovare una ricca fonte d'interesse.
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Ringraziamenti
Grazie a Yolanda Cespedosa, cos come agli altri professionisti di Ediciones B, per aver creduto nel mio romanzo. Il mio riconoscimento va a Vernica Fajardo per l'amabilit e l'efficienza dimostrate durante tutto il processo di creazione e di edizione di questo libro.
Un ringraziamento particolare a Salvador Pons, per i suoi consigli, le sue revisioni e i suoi commenti, ma soprattutto per la sua amicizia. Grazie ai professori Jess Bermdez e Rubn Montas dell'universit Jaume I per il loro aiuto con i testi latini e greci.
E grazie a quanti mi hanno incoraggiato, con i loro commenti positivi, a terminare Invicta legio, in particolare a tutti i lettori di L'Africano, che con le mail o su diversi siti di Internet hanno continuato a insistere con me perch desideravano saperne di pi sulla figura epica di Scipione l'Africano e su tutto il suo ambiente.
Grazie ai miei parenti e agli amici per esserci sempre. E, prima di tutto, grazie a Lisa, che non si stanca mai di sostenermi, di incoraggiarmi e di aiutarmi. Per finire, grazie alla nostra bambina, Elsa, per essere stata molto buona e aver dormito tanto, poich nelle sue ore di sonno le legioni maledette marciavano su Cartagine.
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FINE.
